Comitato Direttiva 477: cifre, nomi e collegamenti politici della “lobby delle armi italiana”

12.02.2019 - Andrea Intonti

Comitato Direttiva 477: cifre, nomi e collegamenti politici della “lobby delle armi italiana”
(Foto di repstatic.it)

Dal 2015 l’Italia ha la sua lobby delle armi: è il Comitato Direttiva 477 (dal 2019 “Unarmi”) e diventa noto all’opinione pubblica l’11 febbraio 2018, quando davanti alle telecamere firma un “patto d’onore” con il futuro ministro dell’Interno Matteo Salvini. Cos’è, chi lo compone e soprattutto quanto e quale potere ha il Comitato? In due puntate cifre, nomi e collegamenti politici della lobby italiana delle armi leggere

Può un ministro della Repubblica italiana firmare un “patto d’onore” per rappresentare le istanze di uno specifico gruppo di interesse – l’industria italiana delle armi “civili” – pur non essendone, formalmente, un lobbista?

Apparentemente sì se il ministro è Matteo Salvini e l’interesse da tutelare è quello di un’industria strategica per il Paese che nel 2017 ha registrato un profitto di 7 miliardi 293 milioni di euro (0,44% del Pil) trainato per il 90% da un export realizzato vendendo armi tanto a Paesi democratici quanto a regimi dittatoriali; apparentemente sì se un settore dal valore economico di 909 milioni di euro (+20% negli ultimi dieci anni) coinvolge 2.334 imprese e dà lavoro a 87.549 addetti (+0,02% rispetto al 2010)[1], ha un distretto industriale e due esposizioni internazionali dedicate – l’Hit Show di Vicenza e l’Hunting Show Sud di Marcianise, Caserta – ed ha il primato europeo nella produzione di armi (658.958) e munizioni (965.591.540), che generano un fatturato annuo totale di oltre 580 milioni di euro. Tutto questo mentre dal 2009 l’Italia non comunica dati sulle esportazioni di armi convenzionali allo specifico registro delle Nazioni Unite (Unroca) e, con il governo attualmente in carica, li comunica prima alla stampa nazionale che al Parlamento.

Distretti industriali&Crimini di guerra

Gardone Valtrompia, nel bresciano, è capitale delle armi italiane fin dal 1500 e vede oggi soprattutto aziende produttrici di medie imprese e piccoli artigiani armaioli (circa 5.000 gli addetti in una città di 10.000 abitanti e una valle di 60.000). Nel bresciano hanno sede anche due tra le più grandi imprese del settore armiero nazionale e internazionale: la Fabbrica d’armi Pietro Beretta Spa e la Rwm Italia, sede a Ghedi e controllo da parte della multinazionale tedesca Rheinmetall che, con la produzione di bombe nella fabbrica gemella di Domusnovas (Cagliari) partecipa attivamente ai crimini di guerra dell’Arabia Saudita in Yemen.

Quello con i regimi non democratici, nel settore delle armi, è un commercio tanto controverso quanto ovvio – dall’export deriva il 90% del fatturato armiero nazionale – e l’Italia non ne è esente pur in violazione delle sue stesse regole: è il caso della legge 185/1990 che vieta la vendita di armi da guerra a Paesi in «conflitto armato», e l’Arabia Saudita (10 milioni di euro in armamenti italiani nel 2018) certamente rientra sotto questo divieto. Se nonostante le restrizioni della legge 185/1990 l’Italia intrattiene rapporti con Paesi non democratici, la meno restrittiva legge 110/1975 sulle esportazioni di armi leggere rende tali rapporti ancora più semplice e permette di armare regimi come l’Egitto di Abd al Fattah al-Sisi, la Bielorussia di Alexandr Lukašenko o il Turkmenistan di Gurbanguly Berdimuhamedow. Così come con le bombe prodotte a Domusnovas partecipa indirettamente alla guerra in Yemen, con la fornitura di pistole, fucili e munizioni – spesso vendute come armi sportive o per la difesa personale – l’Italia è correa della repressione di diritti e libertà, dell’arresto e della tortura di attivisti e giornalisti, preferendo il profitto alla tutela di quegli stessi diritti umani di cui le italiche istituzioni si riempiono la bocca.

https://www.youtube.com/watch?v=-PSHK3kdNus

“Matteo Salvini sottoscrive l’impegno pubblico

a tutela dei detentori legali di armi”

Il patto delle armi

Tutto diventa evidente l’11 febbraio 2018 a Vicenza, quando durante l’annuale edizione della fiera internazionale “Hit Show” l’allora candidato premier Matteo Salvini firma una “Assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori di armi”[2]: un vero e proprio programma politico – come fanno intendere le dichiarazioni dello stesso Salvini – che i firmatari si impegnano a portare avanti sul proprio «onore».

È un «evento senza precedenti» nelle parole dell’altro contraente, il Comitato Direttiva 477 (dal gennaio 2019 “Unarmi”) che in cambio del rispetto dell’accordo si impegna ad aiutare candidati e partiti «più favorevoli» agli interessi armieri in sede elettorale.

La domanda è dunque d’obbligo: prima di quello con il Movimento5Stelle che lo ha portato al Viminale, il futuro ministro Salvini ha firmato un vero e proprio contratto a tutela degli interessi della lobby delle armi italiane? E quale dei due verrà rispettato in caso di conflitto tra questo e il patto di governo, data la nota posizione del Movimento, che attraverso un post Facebook di Luigi Di Maio del 16 maggio 2015 dichiarava che «la detenzione delle armi va ridotta drasticamente»?

Una posizione rimasta invariata almeno fino al momento delle elezioni (4 marzo 2018), tanto che nella “classifica degli amici” stilata dal Comitato Direttiva 477 (da ora, per brevità, “CD477”), il Movimento viene tacciato di «totale indisponibilità al dialogo» e inserito in penultima posizione, superando il solo Liberi e Uguali, che «raccoglie alcune delle personalità che si sono rivelate negli ultimi anni più ostili» agli interessi del comparto delle armi italiane. Il «partito più sensibile ed attento», considerato «molto attivo e collaborativo anche in periodi lontani dalle elezioni» è proprio la Lega.

Le armi come difesa dal terrorismo?

Il “patto d’onore” firmato da Matteo Salvini con l’allora CD477 è il punto di arrivo di una strategia lobbistica nata nel 2015, anno in cui il Comitato viene creato in seguito alla decisione dell’Unione Europea di uniformare ed inasprire la normativa sul controllo delle armi da fuoco (Direttiva 91/477/CEE) in seguito agli attentati che quell’anno colpiscono soprattutto la Francia, tra i quali:

  • 7 gennaio 2015: attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo di Parigi, rivendicato da Ansar al-Sharia (“Al Qaeda nella Penisola Arabica”), 12 vittime e 11 feriti;

  • 9 gennaio 2015: Amedy Coulibaly, autoproclamatosi membro di Daesh, si barrica nel supermercato kosher “Hyper-Kocher” di Porte de Vincennes (Parigi est), uccidendo quattro persone [di origine ebraica] dopo aver già ucciso una poliziotta il giorno prima a Montrouge (Parigi sud);

  • 13 novembre 2015: 90 le vittime della strage nel teatro Bataclan di Parigi, in seguito rivendicato da Daesh.

L’intero 2015 sarà per la Francia un anno di attentati – non tutti portati a termine – mentre tra il 15 ed il 15 febbraio due attentati si registrano a Copenaghen: il primo al Krudttønde Café, dove si teneva un convegno sulla libertà di espressione proprio in ricordo dell’azione terroristica alla sede di Charlie Hebdo, il secondo alla Sinagoga grande. Azioni che porteranno a due vittime e quattro feriti.

È da questi eventi che nasce la Direttiva 853/2017, di cui l’Italia presenta nelle apposite Commissioni parlamentari una versione fortemente restrittiva già sotto il governo Gentiloni, espressione di quel Partito Democratico che, come forza di governo, ha «limitato in più occasioni i diritti dei possessori di armi» e in cui «pochissimi hanno dato disponibilità» ad ascoltarne le richieste.

Con il cambio di governo del 4 marzo, e l’arrivo dell’”amica” Lega a guidare l’esecutivo, il percorso della legge di ratifica subisce una modifica sostanziale, venendo recepita nel modo meno restrittivo possibile. Così, nel Decreto legislativo 104/2018 entrano alcune delle richieste del Comitato:

  • Aumento da 6 a 12 delle armi sportive detenibili, con possibilità di trasportare e usare armi da collezione;

  • Aumento del numero di colpi massimi sia per le armi lunghe che per quelle corte, che passano rispettivamente da 5 a 10 e da 15 a 20;

  • Eliminazione della discrezionalità dei questori nell’imporre limitazioni su tipologia e quantità di munizioni acquistabili durante il periodo di validità delle licenze di porto e trasporto delle armi;

  • Diminuzione del periodo di validità del porto d’armi sportivo e per la caccia, che passa da 6 a 5 anni; stessa diminuzione per la validità della visita medica per i detentori di armi comuni;

  • Divieto delle cosiddette “armi camuffate”, come penne-pistola e bastoni-fucili;

E quelli che sono considerati i punti più controversi del decreto italiano:

  • Non è più necessario comunicare il possesso di armi da fuoco ai propri familiari, nonostante i dati del Viminale evidenzino come in Italia gli omicidi con armi da fuoco avvengano più nelle abitazioni che nelle strade, soprattutto per cause familiari e in cui sono quasi esclusivamente le donne a diventare “vittima” nelle successive notizie sui giornali e in televisione,

  • Basterà una semplice email ai Carabinieri, seppur da un indirizzo di posta certificata, per denunciare la detenzione di un’arma da fuoco;

  • Per poter detenere armi di derivazione militare o “a percussione centrale con caricatore superiore a dieci colpi per arma lunga e a venti per arma corta” bisognerà essere considerati “tiratori sportivi”, titolo che si ottiene semplicemente iscrivendosi alle specifiche federazioni di un Paese europeo, alle sezioni del tiro a segno nazionali o alle associazioni sportive dilettantistiche, anche private, affiliate al Coni. La norma è retroattiva al 13 giugno 2017.

Quello delle armi “demilitarizzate” è il punto più controverso del decreto, e dunque più facilmente spendibile sul piano mediatico: la nuova direttiva europea ha infatti spostato le armi da fuoco rientranti nella categoria “B7” (“armi da fuoco per uso civile semiautomatiche somiglianti ad un’arma da fuoco semiautomatiche”) nella categoria “B9”, di fatto lo stesso tipo di arma che però non rientri nelle categorie:

  • A6”, “armi da fuoco automatiche trasformate in semiautomatiche”);

  • A7”, “armi da fuoco semiautomatiche, corte, a percussione centrale se fornite di un caricatore, anche staccabile, che può contenere più di 20 colpi”;

  • A8”, “armi da fuoco lunghe, semiautomatiche, che possono essere ridotte a una lunghezza inferiore a 60 cm senza perdere funzionalità”.

Passando dai tecnicismi al linguaggio “spicciolo”, ciò significa che oltre alle armi sportive o ai fucili da caccia, dallo scorso settembre è più facile acquistare fucili d’assalto, carabine come l’Ar-15 – spesso usato nelle stragi statunitensi – e mitragliatori Kalashnikov come l’Ak-47.

Questo significa che ci saranno più stragi in Italia? No. Ma con una normativa meno restrittiva di sicuro le possibilità aumentano. È un prezzo “consono da pagare per difendere gli interessi della lobby delle armi? Ma soprattutto: cos’è esattamente la “lobby delle armi italiana”?

La lobby delle armi italiane

231 aziende produttrici di armi (107) e munizioni (124) altre 156 produttrici e terziste e 431 imprese fornitrici di materiali, componenti e servizi, a cui si aggiungono 1.300 punti vendita al dettaglio, 400 associazioni sportive dilettantistiche e di tiro a volo intorno alle quali ruota un giro d’affari di 100 milioni di euro l’anno. Dati ripresi dallo studio commissionato all’Università di Urbino “Carlo Bo” da Anpam (Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni civili) nata nel 1980 come associazione di categoria in seno a Confindustria, rappresenta centinaia di imprese e organizzazioni del settore, di cui la più nota è la Fabbrica d’Armi Pietro Beretta Spa, leader mondiale nel settore delle armi leggere che ha partnership anche con le altre due principali associazioni lobbistiche del settore armiero:

  • Associazione del commercio civile europeo delle armi (“Assoarmieri), nata nel 1947 in seno a Confcommercio e che attraverso i suoi soci rappresenta il 90% del mercato nazionale;

  • Consorzio armaioli italiani (Conarmi), nato negli anni ’60 come “AltArm” per coadiuvare l’attività degli artigiani del settore sui mercati internazionali.

Unarmi, Anpam, Conarmi, Assoarmieri: nomi poco noti a livello mediatico intorno ai quali ruotano migliaia di cittadini, centinaia di associazioni, organizzazioni e aziende che possono contare su una ampia serie di riviste specializzate oltre che su politici culturalmente affini. Gruppi che collaborano tra loro – anche perché hanno spesso gli stessi soci, come nel caso di Beretta – e a differenti livelli hanno partnership anche con le istituzioni: Conarmi, ad esempio, ha attivato un corso di “Tecnico dell’industria meccanica armiera” all’Ipsia “Carlo Beretta” di Brescia, mentre fino al 2011 esisteva un corso di “Introduzione alla procedura delle armi da fuoco sportive” al Politecnico di Milano.

L’”Nra Italiana”? Ce la chiede l’Europa (e forse gli Stati Uniti)

Il rapporto tra questi quattro gruppi di interesse del settore delle armi italiane è talmente stretto che nel giugno 2017 Anpam, Assoarmieri e Conarmi chiedono formalmente ai propri soci di iscriversi all’allora Comitato Direttiva 477. lo stesso invito fatto dalla Brownells Italia, filiale dell’omonimo gruppo statunitense, maggiore rivenditore di componenti e accessori per armi da tiro al mondo, che tra il 2017 e il 2018 ha visto il suo Ceo – Pete Brownells – diventare presidente della National Rifle Association, la potentissima e controversa lobby delle armi statunitensi che dichiara di avere 5 milioni di membri.

Controversa è anche Firearms United, «confederazione paneuropea di possessori di armi» che invita i propri sostenitori ad iscriversi e sostenere il CD477, di cui peraltro fa parte e rappresenta la voce più estremista. Non è quindi un caso – evidenzia Giorgio Beretta – che il Comitato si occupi di lobbismo più prettamente istituzionale, lasciando a Firearms il compito di parlare, soprattutto via social, alla pancia dei cittadini europei, non solo (e forse non soprattutto) a coloro che un’arma ce l’hanno già. Perché l’obiettivo finale è la creazione di una National Rifle Association europea. Per questo nel 2015 proprio Firearms convoca a Berlino le principali associazioni del settore, per dare vita ad un programma di rafforzamento delle attività europee.

Gli sforzi per creare una Nra europea – in un contesto geografico-economico in cui si trovano alcune delle più importanti aziende produttrici del settore e in cui è costante il calo della caccia, e dunque della domanda – si deve anche ad un problema che per la Nra statunitense diventa sempre più grave: la perdita di consenso e, di conseguenza, di quote di mercato:

#NeverAgain

«6 minuti e circa 20 secondi. In poco più di sei minuti, 17 dei nostri amici ci sono stati portati via, altri 15 sono stati feriti e tutti, assolutamente tutti nella comunità di Douglas sono [stati] cambiati per sempre».

Inizia così il silenzioso discorso (video) di Emma González, che il 24 marzo 2018 diventa il volto più noto – e in seguito uno dei tre portavoce – del movimento “#NeverAgain” nato come risposta alla strage della Marjory Douglas Heigh School di Parkland (Florida) del 14 febbraio, quando intorno alle 14.20 Nikolas Cruz uccide 17 studenti, tre professori e ferisce altre 16 persone grazie proprio ad un fucile d’assalto Ar-15. Nei primi due mesi del 2018 sono ben 17 le sparatorie avvenute nelle scuole statunitensi, come riporta Roberta Aiello su Valigia Blu.

È un “turning point”, come dicono gli statunitensi. La strage di Parkland è un punto di svolta nella storia del Secondo Emendamento statunitense: la rabbia contro politici in grado solo di mandare «pensieri e preghiere» dai loro seggi ampiamente finanziati dalla Nra – che ha speso oltre 30 milioni di dollari per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e spende in media 1,5 milioni di dollari l’anno in lobbying sul Congresso – si trasforma in una presa di coscienza collettiva: da quei giovani parte un movimento, “#NeverAgain” appunto, che chiede ai politici leggi più restrittive sul controllo delle armi e ai cittadini di contattare deputati e senatori per ottenere una completa revisione della normativa. Al lobbismo della Nra il movimento “#NeverAgain” risponde con la stessa arma: sfruttando i social Jaclyn Corin, studentessa sopravvissuta alla strage di Parkland chiede ai suoi contatti di fare pressione, facendo essa stessa, di fatto, attività di lobbying (“grassroots lobbying”, in gergo).

Gli Stati Uniti passano così dal “#NeverAgain” al “#BoycotNRA”, con sempre più aziende che cancellano i privilegi fin lì concessi ai dipendenti della lobby armiera a stelle e strisce, mentre tra il 5 ed il 9 marzo Oregon e Florida si dotano di leggi sul controllo delle armi: la First National Bank of Omaha non realizza più carte di credito personalizzate per lobbisti e dipendenti Nra, che non godono più nemmeno di agevolazioni per l’acquisto di case ed auto o per i viaggi in aereo (contratti cancellati da Delta Airlines e United Airlines) o per le assicurazioni (MetLife) e addirittura per programmi antivirus come quelli della Symantec. Walmart, leader nel settore della distribuzione al dettaglio statunitense e tra i più importanti rivenditori di armi del Paese, si è invece limitata ad innalzare l’età per l’acquisto di armi e munizioni – da 18 a 21 anni – e a non vendere più fucili giocattolo che somiglino a vere armi d’assalto. L’operazione «non impaurirà né distrarrà un singolo membro dell’NRA dalla nostra missione di schierarsi e difendere le libertà individuali che hanno sempre reso l’America il più grande Paese al mondo», dichiara la lobby, via Twitter, il 25 febbraio 2018.

Naturalmente, anche la forza del movimento “#NeverAgain” – oggi trasformatosi in “March For Our Lives” – dovrà essere messa alla prova del medio lungo periodo, lontano dall’onda[ta] emotiva e dalla conseguente copertura mediatica. Così come bisognerà aspettare per capire la reale portata delle iniziative politiche dell’Oregon, della Florida o della “coalizione” formata dagli Stati di New York, New Jersey, Connecticut e Rhode Island, unitisi per colmare un «vuoto federale» iniziando a condividere informazioni come i registri delle persone non idonee a possedere un’arma.

Forse il movimento sarà davvero in grado di cambiare le cose, dal punto di vista culturale prima ancora che legislativo e di conseguenza economico; oppure tra dieci, venti o trent’anni continueremo a leggere di altre stragi nelle scuole degli Stati Uniti. O, ancora, a fare i conti con questo tipo di atto terroristico saremo noi cittadini europei. Perché una cosa è certa: in un sistema come quello odierno le armi non sembrano essere destinate a scomparire e se il mercato statunitense dovesse ridursi, o addirittura esaurirsi, le aziende che oggi compongono la National Rifle Association – e di conseguenza la stessa lobby – dovranno rivolgersi ad altri mercati. È questo il motivo principale per cui nasce il progetto per una Nra europea?

Generare paura per generare profitto: il laboratorio sociale dell’Italia salviniana

In attesa di capire se il progetto europeo andrà davvero in porto, dalla Nra la lobby italiana ha già ripreso la retorica, ad esempio definendo «acerrimi nemici» politici, associazioni e cittadini, tacciati di essere contrari alla diffusione delle armi perché in mala fede o male informati da un contesto che «crivella» cacciatori e artigiani armaioli di decisioni legislative «quanto mai vessatorie», come scrivono Conarmi sul suo sito internet e Assoarmieri in alcuni comunicati stampa.

Se la necessità di fondo è quella, prettamente economica, di vendere e fare profitto – negli Stati Uniti come in Europa e dunque in Italia – è logico aspettarsi che le imprese e i gruppi lobbistici del settore armiero si avvicinino a politici e partiti che possano aiutarli a creare un contesto dove è più facile vendere. Come si crea un “contesto favorevole” alla vendita? Usando o manipolando i media e offrendo lavoro. E come si crea un contesto favorevole alla vendita delle armi? Generando paura.

NOTE

1 – I dati sono ripresi da “La produzione di armi e munizioni per uso civile, sportivo e venatorio in Italia. Imprese produttrici, consumi per caccia e tiro, impatto economico e occupazionale” – Fabio Musso, Marco Cioppi, Barbara Francioni, Ilaria Curina, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” Facoltà di Economia, per conto di Anpam (Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni);

2 – Oltre a Matteo Salvini, tra i contatti che a livello politico si sono «distinti e/o hanno sottoscritto l’impegno pubblico» ci sono i futuri deputati Maria Cristina Caretta (Fratelli d’Italia), presidente delle Associazioni venatorie italiane; Guido Guidesi (Lega); Stefano Giovanni Maullu, già eurodeputato e quindi non candidato di cui è nota la vicinanza alle istanze armiere; Nicola Molteni (Lega); Gianni Tonelli (Lega), ex segretario Sap Polizia e i futuri senatori Anna Cinzia Bonfrisco (Lega) e Massimo Candura (Lega). Il patto viene firmato anche da Sergio Benato (Fratelli d’Italia); Filiberto Franchi (Forza Italia); Claudio Broglio (Lega) e Ignazio Messina (Civica Popolare) che però non vengono eletti in Parlamento. A pubblicare la lista è lo stesso Comitato Direttiva 477;

Categorie: Economia, Europa, Internazionale, Politica
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