Tutta colpa del Tamagotchi?

24.06.2018 - Tobia Savoca

Tutta colpa del Tamagotchi?
(Foto di culturedvultures.com)

Ripercorrendo la mia vita e pensando a quale è stato il momento in cui ho personalmente abbandonato il cammino della socialità reale per affidarmi a quello del legame virtuale, non sono riuscivo a trovare una risposta soddisfacente. La prima iscrizione a Facebook, l’acquisto del primo cellulare non mi soddisfacevano pienamente: cercavo un evento decisivo in cui si nascondesse la nascita di questa dipendenza. Poi ho pensato ad un piccolo rumore, un “bip” diverso dalla suoneria di un cellulare. Ne esistevano di tante forme e colori, originali e non, ma l’obbiettivo comune era quello di far sopravvivere qualcuno, un essere, un animale i cui bisogni vitali perseguitavano la tua attenzione a qualsiasi ora del giorno o della notte.

Il tamagotchi ha così aperto la pista al rapporto di interdipendenza tra la persona e la vita della creatura con cui si ci identificava. Dopo aver testato The Sims e giochi relativi ad una “seconda vita”, all’animale del tamagotchi si è sostituito il proprio avatar su Facebook, Twitter etc.

Marcuse scrive nel 1967 che è possibile “distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni falsi sono quelli che vengono sovraimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione: sono i bisogni che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. […] La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubbliciari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano appartengono a questa categoria di falsi bisogni. […] Il tratto distintivo della società industriale avanzata è il modo come riesce a soffocare efficacemente quei bisogni che chiedono di essere liberati […].”

La ricerca del proprio benessere interiore e la spiritualità vengono così relegati ad elementi secondari, quando non vengono assogettati anch’essi alle logiche commerciali. Le energie vitali dei bisogni “veri” vengono fagocitate dalla nostra esistenza virtuale.

Ora, questa nuova società, o meglio questa nuova socialità, sembrerebbe possedere due caratteristiche totalizzanti che analizzeremo: una straordinaria forza di integrazione che rende vana ogni forma di opposizione e quindi una efficace capacità di fiaccare ogni capacità critica.

Per quanto concerne la prima di queste caratteristiche, la forza di integrazione è tipica dei regimi totalitari. La popolazione esisteva e lavorava soltanto se tesserata al Partito. Oggi aprendo il nostro portafogli possiamo osservare quante tessere fedeltà e di appartenenza a qualcosa possediamo. Grandi magazzini, supermercati, cartellino da timbrare al lavoro, carte di credito, tessera della piscina, qualsiasi attività, ricreativa e non, ci vuole “tesserati” ed identificabili in quanto profili e tipi di consumatore.  All’ideologia politica totalitaria si è sostituta l’ideologia del consumo.

Allo stesso modo l’iscrizione ai social è oggi una condizione di esistenza, e sono rari i casi di persone che riescono a disiscriversi da Facebook, nonostante gli abusi alle regole della privacy.  Fondamentalmente significherebbe abbandonare questo mondo, altrettanto esistente quanto il mondo reale e che risulta essere sempre più attrattivo.

 

Secondo le ricerche, la necessità di appartenere alla realtà virtuale nasce dal bisogno di specchiarci e vedere la nostra immagine in un mondo sempre più fluido e veloce. Secondo i filosofi Michael Madary e Thomas Metzinger “la realtà virtuale è la rappresentazione di “possibili mondi” e di “possibili sé” con lo scopo di creare un “senso di presenza” nell’utilizzatore. Tanto più spesso interagisco nella realtà virtuale, quanto più spesso ricevo una scarica di endorfine velleitarie che mi permette di sopravvivere momentaneamente all’ansia della scomparsa, dell’anonimato, dell’inesistenza.

 

Questa forza di integrazione, ha la paradossale conseguenza di separare l’individuo dagli altri, sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista politico.
L’uomo sapiens cambia, e la semplificazione dell’emozione attraverso l’emoticon impoverisce i rapporti umani,  e la connessione con sé stessi, conferendo un’impercettibile ma inevitabile priorità alla connessione con la rete; un pò come se nella caverna di Platone l’uomo volesse entrarci piuttosto che uscirci. Quante volte vi è capitato di notare persone nella stessa stanza che non parlano tra di loro ma interagiscono con il proprio avatar connesso al resto del mondo?
Da quanto emerge dai recenti scandali sul trattamento dei dati personali, la nostra identità virtuale è la vetrina di noi stessi; guardandoci dall’alto degli algoritmi, non siamo altro che un’insieme di esseri con bisogni più o meno falsi da soddisfare e con paure o speranze da assecondare. I Cookies disegnano così le necessità della società e di ognuno di noi, che fondamentalmente esistiamo attraverso di essi. Le pubblicità che ci vengono proposte spesso coincidono con quanto venduto nel negozio appena frequentato o con l’ultima ricerca su Google.
Chiamarlo mondo virtuale è fuorviante e riduttivo. Questa realtà parallela è una nuova terra in cui le regole sono in fase di scrittura, e in cui la politica sembra arrivare con un certo ritardo.

Ciònondimeno questo nuovo luogo non trasforma l’uomo in quanto animale sociale ma anche il luogo del dibattito politico. Si tratta di un “luogo” di scontro che trasforma la politica per due ragioni: radicalizza tremendamente le posizioni e le idee, spostandole in un terreno di confronto fisicamente pacifico ma verbalmente violento.

In primo luogo ogni fruitore dell’informazione è portato a partecipare e mettere il “mi piace” a tutti quei gruppi che lo rappresentano e con i quali condivide posizioni politiche o idee. Questo significa che, quando scorre tra le notizie, non vedrà altro che le notizie e le idee che vuole leggere in base alle sue posizioni politiche; difficilmente quindi si troverà a dover confrontare la propria idea a punti di vista differenti. Inoltre, qualora si trovi di fronte alla terribile sfida di dover provare a convincere qualcuno che la pensi diversamente, pur con tutta la buona volontà di schivare insulti e analfabetismi funzionali, si sente frustrato dai limiti della parola scritta e dalle possibilità dialettiche di un dibattito fatto di commenti postati.
Non soltanto il dialogo quindi va a farsi benedire, insieme alla possibilità di trovare un compromesso ed una soluzione concreta, ma risulta difficile frenare tutta una serie di mensogne che vengono diffuse con una facilità disarmante, il cui argine può essere soltanto un fortissimo spirito critico di fronte all’informazione fornito dall’educazione.

In secondo luogo la politica si è spostata sulla rete ed ha sgonfiato la pericolosità delle piazze e delle strade come luogo di conflitto sociale. Le manifestazioni, i cortei e gli scontri diminuiscono per lasciare spazio al facile sdegno su internet. Le piazze sembrano perdere il loro valore di termometro delle conflittualità sociali, annegate nell’individualismo del rapporto tra persona e tastiera.
Questo non vuol dire che la violenza sia scomparsa, ma assume forme diverse: basta scorrere i commenti a qualsiasi notizia di natura politica, sopratutto qualora tocchi temi divisivi come il femminismo, l’omosessualità, il razzismo. Deresponsabilizzati dallo schermo, la persona, nel senso etimologico del termine, può portare la maschera dell’odio e scaricarsi delle proprie personali frustrazioni per i bisogni non soddisfatti o repressi, alimentando tutto il circolo vizioso al fine di, chi lo sà, farlo spendere ancora di più in vista dell’euforia momentea del prossimo acquisto.

In ultima analisi l’identità social, esattamente come nel caso dei nostri bisogni di spesa e dei cookies, permette a coloro che raccolgono i big data di percepire quali siano i temi e le idee politiche che gli elettori prediligono, e quindi di influenzare le elezioni come avvenuto nel caso delle presidenziali americane e di Cambridge Analytica. « Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico » citando sempre Marcuse.

 

Per quanto concerne invece la capacità di fiaccare ogni capacità critica, questo sistema tecnologico è totalizzante poiché ha messo in discussione il principio di “verità scientifica”, attraverso la moltiplicazione infinita di fonti, teorie ed opinioni. In un flusso continuo di informazioni e immagini, risulta sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, cio che è importante da ciò che non lo è. La scuola è chiamata ad un ruolo centrale.
In questo senso i nuovi paradigmi educativi provenienti dai paesi scandinavi, se non sapientemente manipolati dagli addetti ai lavori, rischiano di alimentare la perdita di spirito critico dei futuri cittadini poiché propugnano lo sviluppo di competenze che tendono a rendere l’individuo un esecutore di compiti, pronto per il mercato del lavoro, non un cittadino che guarda il mondo attravero lo spirito critico, capace non solo di rispondere alle domande ma anche di porne di nuove a sé stesso e agli altri.

E’ pacifico che l’incapacità critica porti alla creazione non di cittadini bensì di sudditi affamati di facili spiegazioni e complottismi, nonostante ma anche in ragion del fatto, che ci troviamo nell’epoca dell’apparentemente facile fruibilità del sapere. Ma l’incapacità di selezionare e valutare con spirito critico il sapere, unita ad una mancata conoscenza degli strumenti per leggere il presente (Storia) porta ad una perdita completa dei punti di riferimento. Il centro decisionale si sposta così dalla “testa” alla “pancia”.

Per questa ragione sui social sta avvenendo uno scontro politico-generazionale tra presunti detentori del sapere e coloro che invece questo sapere vogliono metterlo in discussione.

Da un lato, veri e propri squadristi dell’odio hanno iniziato a bersagliare la classe dominante e i suoi valori, credendo che ci sia un piano superiore a causa dei propri mali.
Dall’altro, qualora si propongono domande o nuove ipotesi, la facile categorizzazione in un fatto come “complottista” cala come una scure delegittimando a priori il contenuto di qualsivoglia proposta. Si pensi ad esempio alla divertente arroganza con cui il professor Burioni bastona i commenti dei “no vax” affermando che la scienza non è democratica. Nel caso specifico sia ben inteso che le evidenze scientifiche non possono essere messe in discussione attraverso i complottismi senza argomentazioni o prove, tuttavia quello che intendo sottolineare non è il merito della vicenda ma il modo con cui la scienza si pone nei confronti della gente. Quel che è certo è che l’umiltà non trova spazio presso nessuna delle due fazioni considerando che tra coloro che mettono in dubbio l’obbligatorietà dei vaccini alcuni si sono paragonati addirittura a Galileo.
Il rischio dell’atteggiamento dei Burioni è quello di dimenticare di mettere in discussione la scienza che, per quanto non democratica, non è sempre esatta: basterebbe ricordare tutti i grandi scienziati che firmarono il “manifesto della razza” nel 1938 per affermare che anche la scienza può essere impiegata per scopi politici. In sintesi, va bene il senso critico e la scienza, ma un pò di umile divulgazione piuttosto che “blastate” acchiappalike, aiuterebbe a pacificare il dibattito in rete.

La nuova piazza, la rete, ha quindi amplificato uno scontro nei confronti di una classe dirigente che non riesce più a diffondere i suoi valori e a colmare lo iato tra una cultura “mainstream” liberale e mondialista, definita da alcuni come “pensiero unico” da un lato, e un pensiero regressivo, identitario e qualunquista dall’altro. Questo scontro, visibile anche sul piano politico in tutti i paesi, affonda le radici sulla rete. La vecchia classe dirigente messa in discussione dai nuovi movimenti cosidetti “populisti” ha difficoltà a tenere il passo con questo tipo di comunicazione.

Renzi e Obama sono stati gli ultimi liberali ad esser riusciti a capire questo cambiamento e a cavalcare l’onda del social, ma il loro elettorato non è lo stesso di quello che assiste ai tweet e ai post di Salvini e Trump che ormai assolvono alle stesse funzioni una volta svolte dalle conferenze stampa.
Il M5S attraverso Rousseau vi ha addirittura fondato un nuovo modo di fare politica, e di concepire la gestione del consenso (chiamarla democrazia sarebbe troppo). Salvini attraverso Twitter sta dettando una pseudoagenda di governo sfruttando la tecnica di Trump, di spararla sempre più grossa con un doppio fine: quello di amplificare la propria voce attraverso i giornalisti e i media, quello di riempire un vuoto enorme sulle vere questioni.

In sintesi l’alienazione che viviamo quotidianamente è doppia: non solo quella dell’operaio di fronte alla società industriale (per chi ha la fortuna di poter lavorare), ma anche quella sociale in lavoriamo per una industria telematica di cui curiamo l’arredamento e la costruzione del nostro profilo social. Non vendiamo soltanto il nostro lavoro, ma anche i nostri bisogni, imposti ed indotti dal condizionamento esterno ma ormai completamente integrati.
Rifiutare la tecnologia sarebbe ipocrita ed inutile. Dubito che troverò il coraggio di distruggere il cellulare come son riuscito invece a fare col tamagotchi. L’unica cosa che resta è affidarsi all’immaginazione, come citava un vecchio slogan, l’immaginazione al potere. Nel sogno e nell’immaginazione, non intesi come evasione dal mondo reale, ma come realtà in cui la nostra essenza, la nostra anima entra in contatto con noi, ci sono quegli elementi necessari a rompere lo specchio della realtà virtuale e a trovare la capacità di svincolarsi dalla sua fortissima dipendenza.

Categorie: Cultura e Media, Opinioni, Scienza e Tecnologia
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