A mio parere, il regime di tortura del 41 bis e la pena dell’ergastolo sono le peggiori torture che l’uomo abbia potuto escogitare. E non serve a niente, non migliora certo le persone, anzi alimenta cultura mafiosa dentro e anche ai parenti fuori, che vedono trattati i loro congiunti come bestie. Mi chiedo come mai lo Stato contribuisca a rendere la società molto più insicura, o se volete mafiosa, perché, in nome della sicurezza, non fa nulla per recuperare queste persone. Credo che lo Stato possa dire di aver già sconfitto militarmente la mafia, ma forse continua a fare di tutto per alimentare la cultura mafiosa, perché il regime di tortura del 41 bis e la “Pena di Morte Viva” o, come chiama Papa Francesco l’ergastolo, la “Pena di Morte Mascherata” portano odio verso lo Stato e le sue istituzioni. La proposta di abolire l’ergastolo e il regime di tortura del 41 bis, inserita nel programma sulla giustizia del Movimento politico “Potere al popolo”, che si presenterà alle prossime elezioni, sta facendo discutere. In molti non sanno cosa accade veramente dentro l’inferno delle nostre “Patrie Galere”, perché nella maggioranza dei casi i mass media danno notizie ma non fanno informazione.
Anche per questo ho pensato di riportare queste mie testimonianze pubblicate nell’interessante libro dell’avvocato Nicodemo Gentile dal titolo “Laggiù tra il ferro” (Editore Imprimatur):

(…) Gli ergastolani nei cortili dei passeggi del carcere stanno fra di loro. Hanno l’abitudine di appostarsi negli angoli a ridosso del muro. E passeggiano poco, forse perché non hanno nessun appuntamento, non ne avranno mai, e non dovranno mai andare da nessuna parte. Probabilmente perché non si aspettano più nulla e si sona stancati di aspettare un giorno che non verrà mai perché a differenza di prima, nel loro certificato di detenzione non c’è più scritto “fine pena mai” in rosso: ora c’è scritto “fine pena 9.999 o 99/99/9999”. Penso che una buona pena dovrebbe essere la medicina per curare il malato e non certo il veleno per prima farlo soffrire e poi ammazzarlo. Adesso mi accorgo che gli ergastolani più giovani rimangano in piedi appoggiati con le spalle alle pareti. E non si capisce se lo fanno per sostenere loro stessi o la loro ombra. Gli ergastolani più anziani invece rimangano quasi sempre accovacciati per tutto il tempo con la testa bassa e lo sguardo perso nel vuoto. E di solito tengono gli occhi socchiusi. Non si capisce se lo fanno perché ne hanno viste tante o per proteggere la loro ombra dalla luce del giorno. Invece i detenuti che hanno un calendario in cella per segnare i giorni che mancano per raggiungere la libertà fanno avanti ed indietro come se andassero di fretta. E dovessero andare da qualche parte, probabilmente perché loro hanno una meta e un fine pena da raggiungere. Molti di loro, a differenza degli ergastolani, usano l’ora d’aria per fare ginnastica. E cercano di mangiare cibi sani e dormono un numero sufficiente di ore di sonno per vivere di più e prepararsi alla libertà. L’ergastolano invece spera di vivere il meno possibile per accorciare la sua pena e far uscire almeno il suo cadavere anche senza di lui. A volte osservo i tatuaggi dei miei compagni e vedo che quelli degli uomini ombra, così si chiamano gli ergastolani fra loro, sono più numerosi, cupi e sbiaditi. E penso con malinconia alla farfalla tatuata sul mio petto che non potrà mai più andare da nessuna parte. Potrà volare solo dentro il cielo che c’è nel mio cuore. Poi l’ora d’aria finisce e non posso fare altro che rientrare nella mia tomba.

 

(…) Lei appena vide lo spesso vetro davanti si portò le mani al viso e sgomenta scrollò leggermente la testa. Io allargai impotente le braccia. Era la prima volta che ci vedevamo senza poterci abbracciare e vidi passare nei suoi occhi un’ombra di sgomento. Sapevamo entrambi cosa stavamo pensando. Lei mi mandò un bacio con un dito con un’espressione corrucciata. Io feci altrettanto con due dita. Poi dalla mia postazione alzai il citofono. Lei fece altrettanto dalla sua. Parlammo contemporaneamente. Poi ci fermammo. E ci guardammo dritti negli occhi.(…)

A un tratto, da un microfono uscì una voce che gridava che la visita era finita, mi venne voglia di spaccarlo, ma lasciai perdere. Poi mi alzai, trassi un respiro profondo e appoggiai le labbra al vetro. Lei fece altrettanto. Poi uscii dalla sala colloqui a passi veloci perché non vedevo l’ora di andarmi a chiudere nella mia fossa per essere di nuovo seppellito. In un certo senso a volte le tombe danno sicurezza anche se sono di ferro e cemento. Rientrai in cella. Appoggiai la testa al muro. Chiusi gli occhi e mi misi ad ascoltare il silenzio fitto dell’Assassino dei Sogni. Non so neppure adesso per quanto tempo rimasi in quella posizione, a pensare che non avevo nessun barlume di speranza a parte la certezza di essere amato. Quella era la condanna che mi avrebbe fatto continuare a vivere anche nei momenti in cui non ne sarebbe valsa la pena. Infatti dopo ventiquattro anni di carcere sono ancora vivo. Il carcere alla lunga ti divora l’anima, ti mangia il cuore, ma non può fare nulla contro l’amore, può solo farti amare di più quello che ami.