Elezioni politiche 2018: le promesse elettorali e la Costituzione

08.01.2018 - Rocco Artifoni

Elezioni politiche 2018: le promesse elettorali e la Costituzione
(Foto di UrbanPost)

Tra meno di due mesi si terranno le elezioni per rinnovare il Parlamento italiano. In realtà già da alcune settimane le forze politiche si considerano in campagna elettorale. Come spesso accade alla vigilia del voto, si innesca una gara a chi promette di più, spesso senza indicare come e dove si andranno a recuperare le risorse le mantenere gli impegni presi con gli elettori. Infatti è facile dire come si vuole spendere, più difficile è indicare dove si trovino le risorse, anche perché di solito si traducono in tagli a qualche attività o settore.

Da questo punto di vista le coperture finanziare sono determinanti e spesso più importanti delle voci di spesa. Per esempio, si intende tagliare il bilancio della difesa oppure quello della sanità? Oppure, si progetta di incrementare la lotta all’evasione fiscale o di recuperare risorse con i condoni ? Di solito le risposte su questi argomenti sono piuttosto vaghe. Sull’altro fronte, invece, le promesse abbondano.

Recentemente “Il Sole 24 Ore” ha provato a calcolare l’ammontare di alcune proposte elettorali delle principali forze politiche. Il risultato è sconcertante: l’attuazione completa costerebbe circa 270 miliardi di euro, cioè 10 volte il valore dell’ultima legge di bilancio. Ecco in dettaglio i più rilevanti costi stimati.  Anzitutto, c’è la proposta dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, cavallo di battaglia della Lega. Secondo i calcoli dell’INPS la conseguenza costerebbe nel 2020 circa 140 miliardi di euro. Forza Italia vorrebbe alzare a 1.000 euro tutte le pensioni minime, con un costo di 18 miliardi di euro.

L’introduzione della flat tax (del 20% per Forza Italia o del 15% per la Lega) in sostituzione delle attuali 5 aliquote delle imposte sui redditi, costerebbe dai 30 ai 40 miliardi di euro. Il Partito Democratico promette di ridurre a 3 le aliquote e di diminuire le tasse per le famiglie con figli attraverso un’estensione del bonus degli 80 euro mensili: costo pari a 15 miliardi di euro.

Il reddito di cittadinanza, proposto dal Movimento 5 Stelle, vale 15 miliardi, mentre il reddito di dignità sostenuto da Silvio Berlusconi (Forza Italia) costa 17 miliardi di euro.

La cancellazione graduale dell’IRAP (l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive) è tra gli obiettivi di Forza Italia. Si calcola una perdita di gettito pari a 13 miliardi, che attualmente servono a finanziare in parte il sistema sanitario delle regioni.

Quasi tutte le forze politiche vorrebbero uscire dal fiscal compact, l’accordo europeo per la riduzione in 20 anni del debito pubblico eccedente il 60% del PIL. In particolare, Matteo Renzi (PD) e Matteo Salvini vorrebbero attenersi al limite indicato dal trattato di Maastricht del 3% annuo di deficit rispetto al PIL. Si stima un costo di 24 miliardi di euro, che potrebbe essere più elevato se si verificasse un aumento dei tassi di interesse.

Senza contare l’ipotesi di uscire dall’euro avanzata dalla Lega e anche dal Movimento 5 Stelle, il cui costo è letteralmente incalcolabile, poiché dipenderebbe dalla probabile svalutazione della lira rispetto all’euro, tenendo conto che i certificati del debito pubblico sono pagabile in euro. Non bisogna dimenticare che l’Italia al 31 ottobre 2017 aveva un debito pubblico di 2.290 miliardi di euro, cioè circa il 133% del PIL.

Alla luce di questi numeri, non sembra casuale il monito espresso dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel recente discorso di fine anno ha richiamato i partiti al «dovere» di presentarsi con proposte «realistiche e concrete», capaci di rispondere alla «dimensione» dei problemi del paese.

Quest’anno ricorre il 70° anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione. È opportuno ricordare che l’art. 81 stabilisce che «ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte». Infatti, nella seduta del 24 ottobre 1946 dell’Assemblea Costituente, Ezio Vanoni, che nel 1948 diventerà Ministro delle Finanze, «esprime l’avviso che non sussista difficoltà per la pratica attuazione del principio che non si debbano fare spese che per il momento la finanza nazionale non può sopportare. Ed è bene che, anche dal punto di vista giuridico, il principio sia presente sempre alla mente di coloro che propongono delle spese nuove: il governo deve avere la preoccupazione che il bilancio sia in pareggio e la stessa esigenza non può essere trascurata da una qualsiasi forza che si agita nel paese e che avanza proposte che comportino maggiori oneri finanziari».

Una consapevolezza che i Costituenti avevano ben presente, ma che – a quanto pare – non appartiene ai principali leader e partiti politici di oggi, soprattutto in campagna elettorale, quando l’obiettivo è conquistare il maggior numero di voti a qualsiasi costo.

Categorie: Europa, Opinioni, Politica
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