Cinema. “Il palazzo del Viceré”, la pace non chiede frontiere

23.10.2017 - Bruna Alasia

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Cinema. “Il palazzo del Viceré”, la pace non chiede frontiere

Gurinder Chadha è una regista britannica di origine indiana lanciata dal festival di Locarno, dove sono stati accolti alcuni dei suoi lavori più fortunati, ad esempio il popolarissimo “Sognando Beckham”.

“Il palazzo del Viceré”, il cui titolo originale è “Partition”, racconta la fine della dominazione britannica sull’India, focalizzando il riflettore su un dramma poco conosciuto e non ancora elaborato dal cinema asiatico: l’istituzione di una frontiera tra India e Pakistan, che divise il territorio fra la popolazione di religione indù e quella musulmana, voluta in funzione degli interessi strategici ed economici delle grandi potenze. Separazione che provocò scontri sanguinosi e una migrazione biblica. Per Gurinder Chadha, lo dicono i titoli di coda, il film è stato un modo di rendere omaggio alla famiglia d’origine, perché sua nonna fu una di quelli che scamparono al massacro.

Il film è ambientato nell’estate del 1947 quando, a seguito della decisione di restituire l’indipendenza all’India, l’incarico per la delicata transizione del paese verso l’autonomia fu affidato a Lord Mountbatten; nella veste di Viceré, dovette gestire il conflitto fra induisti, musulmani e sikh, i quali nonostante gli insegnamenti di Ghandi si rifiutavano di convivere pacificamente. Fallita la mediazione, la soluzione fu la cosiddetta “Partition” fra India e Pakistan: una demarcazione dolorosissima per milioni di famiglie, incluse le 500 persone a servizio nell’immensa dimora del Viceré.

Le scene girate nel palazzo, con personaggi che lo spettatore sente vicini, sono le più toccanti: individui affettivamente legati si vedono dividere secondo l’etnia e il culto contro i loro desideri. Le autorità non sembrano consapevoli del prezzo che la popolazione avrebbe pagato per tale iniziativa, a eccezione del Mahatma Gandhi.

“La storia è scritta dai vincitori”: il film della Chadha si apre con queste parole e prosegue con una narrazione lineare che confuta gli eventi come ci sono stati tramandati sinora. Al di là della precisione di alcuni fatti storici – certi critici ritengono questo film di parte – ciò che preme alla regista è denunciare l’innaturale scelta di dividere un paese e le trame alla base della “Partition”. Portando sullo schermo la storia dei suoi antenati, Gurinder Chadha ha ritratto il destino di quattordici milioni di rifugiati. Di fatto un’opera contro l’assurdità delle frontiere e la non accettazione del diverso.

 

 

Categorie: Cultura e Media, Opinioni
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