Breve editoriale:

Che fare di Totò Riina? Conversazione con Carmelo Musumeci

Domande e risposte fra il giornalista Roberto Fantini e Carmelo Musumeci

Il dibattito scoppiato qualche settimana fa intorno al caso Totò Riina, relativamente all’eventualità che, in seguito al deteriorarsi delle sue condizioni di salute, gli venga concesso di abbandonare il regime del 41 bis, credo che possa rappresentare una buona occasione per riflettere sulla cultura giuridica, sulla sensibilità morale e sulla filosofia politica della società dei nostri giorni. Carmelo, a proposito della possibilità di rivedere le condizioni carcerarie a cui è attualmente sottoposto Totò Riina, si sono scatenate diverse reazioni che hanno suscitato in te – come hai avuto occasione di dichiarare – profonda amarezza. Cosa, in particolar modo, nel bailamme delle varie esternazioni, ti ha maggiormente colpito e ferito?

Quello che mi ha dato più fastidio sono state le dichiarazioni di alcuni politici che, per consenso politico e in nome delle vittime, pensano di risolvere il problema solo ed esclusivamente sbandierando misure di sicurezza draconiane. Penso che i diritti non possano rincorrere la sicurezza, ma debbano precederla con la prevenzione, l’amore e la giustizia sociale. Lo so, in questo modo non si potranno evitare morti o stragi, perché qualche folle criminale fuori di testa ci sarà sempre in azione e non sarà sempre possibile fermarlo. Eppure credo che questo sia l’unico modo per limitare i danni dei mafiosi e dei terroristi.

In un tuo bellissimo e appassionato articolo, ad un certo punto, affermi che: “le vittime innocenti prodotte da Riina si rivolterebbero nella tomba se la Giustizia lo lasciasse andare all’inferno senza aver fatto nulla per tentare di farlo pentire interiormente”. Cosa avrebbe dovuto fare e cosa dovrebbe ancora cercare di fare la nostra Giustizia? E come zittire, o almeno rintuzzare, tutti coloro che dichiarano che uno come Riina sia assolutamente e convintamente impermeabile a qualsiasi forma di pentimento, di sensibilità umana, di vera pietas?

La pena dovrebbe fare bene e non male. Il compito delle giustizia dovrebbe essere quello di far uscire il senso di colpa del condannato per il male che ha commesso. Non credo che lo Stato, con il carcere duro anche quando non è più necessario, ci riesca. È difficile immaginare che un uomo che deve stare chiuso in una gabbia in condizioni disumane per tutta la vita possa cambiare o migliorare.

Tu dici, inoltre, che “ergastolo e carcere duro non sono dei deterrenti”. Mah … non si potrebbe, però, sostenere che, almeno in determinati casi (boss mafiosi, terroristi, ecc.), possano/debbano rappresentare una “dolorosa necessità”?!

Non so se Riina sia ancora pericoloso (ne dubito), ma sono sicuro che il suo mondo stragista non esista più ed io lo avrei utilizzato per sconfiggere la cultura mafiosa, curandolo e, se lui avesse accettato, lo avrei mandato a lavorare, magari a spazzare le strade di Corleone. Una volta, si pensava che per risolvere il problema della sicurezza società bastasse mettere in carcere le persone pericolose, condannarle a morte o infliggere loro la pena dell’ergastolo. Ma con i terroristi che si danno la pena di morte da soli e con i mafiosi che scontano l’ergastolo e il carcere duro senza battere ciglio che fare? Non lo so. Tuttavia, so che spargere odio politico e sociale equivale a versare benzina sul fuoco. Ti confido che, nei miei lunghi anni di carcere, mi è capitato in alcuni casi di essere rimproverato da alcuni mafiosi di spessore perché lottavo per l’abolizione dell’ergastolo rinfacciandomi: “Noi siamo all’altezza di farci l’ergastolo a testa alta”. Ecco … io questi preferirei mandarli fuori a testa bassa.

In polemica con le affermazioni di Rosy Bindi, che ha affermato che non esiste per nessuno il diritto di morire a casa propria, tu dici che bisognerebbe ricordarle che, oltre alle leggi scritte, esistono le leggi non scritte dell’umanità. Ovvero?!

Ricorderei a Rosy Bindi che la Norvegia ha scelto, dopo la strage di Breivik all’isola di Utova nel luglio 2011, di non mettere in discussione i suoi principi di Stato di diritto, i cui valori sono validi anche per i nemici che lo vogliono distruggere. Per una cattolica come lei, inoltre, sarebbe sufficiente ricordarle di rileggere il Vangelo….

I commentatori, poi, si dividono fra quelli che considerano Riina ancora in grado di svolgere, all’interno dell’organizzazione mafiosa, una pericolosa azione di direzione/orientamento, e coloro che, invece, ritengono che, di fronte ai mafiosi, egli abbia oramai perduto in maniera irreparabile importanza e autorevolezza. Tu che ne pensi?

Sono secoli che lo Stato lotta (o fa finta di lottare) per combattere la mafia, ma non ci riuscirà mai se non inizia a farlo culturalmente, con l’istruzione scolastica, con il lavoro che dà dignità e legalità. La mafia non è solo Riina, anzi adesso che lui non comanda più con la sua tecnica stragista, paradossalmente la mafia è molto più forte di prima. Dentro al 41 bis c’è solo la carne da cannone che ha osato ribellarsi ai suoi referenti politici.

Un’eventuale morte in carcere di Riina, senza che ci sia stato alcun tipo di intervento umanitario a suo favore, non potrebbe rilanciare la sua immagine, facendogli assumere, agli occhi dei giovani futuri mafiosi, la dimensione di un eroe, di una vittima degna di rispetto e anche di ammirazione?

È ovvio! La mafia si nutre anche di miti. Mia nonna aveva grande ammirazione per il bandito Salvatore Giuliano e diceva che la mafia lo aveva venduto allo Stato, perché era diventato troppo ingombrante. Diceva anche che gli americani sono sbarcati in Sicilia nella seconda guerra grazie all’aiuto della mafia siciliana in America. Se adesso fosse ancora viva, forse mia nonna direbbe anche che i mandanti politici delle stragi di Falcone e Borsellino sono al potere, temuti e rispettati, e chissà quanti di loro sono passati all’antimafia. Peccato che nessuno crederebbe a mia nonna. Ma io continuo a credere che nelle sue parole ci sia molta verità.

Voci da fuori

Il Vicario del Vescovo di Savona, dopo aver letto l’ultimo mio libro “Angelo SenzaDio”, mi ha scritto:

Caro Carmelo, non mi aspettavo che tu fossi così esperto in teologia. Anzi, a questo punto la laurea te la potrebbero dare “honoris causa”. Ho letto il tuo libro: c’è dentro più teologia di quello che tu pensi. Ma se anche tu non lo pensi o immagini, non vuol dire che non ci sia. Soprattutto perché è un tipo di teologia che nasce “sul campo” e non nelle biblioteche. E in fin dei conti è quella che dà i risultati più veri. In proposito mi frulla nella testa una proposta: a tutti i teologi di professione, che riempiono le biblioteche di libri ma non sanno incidere sulla vita, darei come obbligo, per le loro prossime pubblicazioni, di passare prima in carcere qualche anno, in silenzio e ascoltando solo la vita che li circonda. Solo dopo questa esperienza potrebbero diventare capaci di una teologia non sterile. Mi rendo conto che questa, come proposta, è un po’ folle, ma non sai quanto bene farebbe alla testa di tante persone annegate nelle parole e completamente fuori del mondo. E se sei fuori del mondo non puoi parlare davvero di Dio, compito serissimo e difficilissimo. Ma tu, un “SenzaDio” (ma è poi vero?), ci sei riuscito molto bene. L’università che hai frequentato per tantissimi anni, ci ha pensato lei a incatenarti ai contenuti veri della vita. Da quello spessore è maturato in te la capacità di stare nell’essenziale della vita. E al di fuori dell’essenziale della vita Dio non lo si incontra mai. Un grande abbraccio

Don Antonio

Io ho un fratello in carcere, ha in appello una pena di anni 30. Inizialmente il PM aveva chiesto proprio ergastolo. Lui è in carcere da 4 anni e 5 mesi, è entrato in carcere a 24 anni…e aspettiamo la Cassazione e per fortuna, grazie a  Giuseppe e al gruppo,  ho conosciuto la tua storia e il tuo percorso. (…) Lui ha tentato varie volte il suicidio e ora è chiuso in articolazione psichiatrica a Santa Maria Capua Vetere e la situazione è peggiorata da quando, quasi due anni fa, è morto papà dopo un ictus in carcere.. Anche mio fratello all’inizio scriveva e leggeva molto, poi il dolore ha vinto e ora sta lì. E a volte mi chiedo se aspetti la libertà o la morte… grazie di cuore.   

Maria

Grazie Carmelo! Conosco abbastanza la tua storia e la battaglia per l’ostativo. Ho letto “Gli uomini ombra ” e a Roma, in occasione di un evento su questo tema, ho conosciuto tua moglie e la tua bella figlia che si chiama come me. Avevo seguito anni fa Alfredo Sole per un esame di filosofia morale. La questione quindi mi ha sempre molto colpito. Ti abbraccio forte ché forte devi continuare ad essere. Ciao

Barbara

È un onore averti tra le mie amicizie perché parli di un inferno sconosciuto ai più e dai voce a chi non ne ha, acquisterò il tuo libro e lo farò leggere ai miei figli; ho parenti al 41 e per questo ti ringrazio, perché il 41 è tortura…ti abbraccio

Salvatore

Voci da dentro

Spesso nelle mie riflessioni mi chiedo se questo tunnel in cui dimoro da oltre trent’anni avrà mai una fine. L’istinto di sopravvivenza concede quella linfa vitale che serve per dare energia alla nostra mente, per continuare questa vita non vita. Credo che non sia giusto continuare ad essere un morto vivente, ma purtroppo ormai è troppo tardi per prendere in mano il proprio destino. Forse sarà l’abitudine che mi tiene incatenato a questa realtà priva di qualsiasi colore di vita. Mi domando: “potrò mai tornare alla vita?”. Non riesco a trovare una risposta, forse sarà anche la stanchezza del tempo e le tante delusioni avute. Qualunque sia la risposta, ho una certezza: sono libero, non la libertà fisica che è delimitata dallo spazio in cui vivo, ma quella dell’anima che non possono imprigionare. Come in tutte le cose, si impara con il tempo, ho affinato in tutti questi anni una forza d’animo che mi rende capace di superare ogni avversità. Forse, nella vita, meglio vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.

Pasquale De Feo, Carcere Massama

Ancora una volta, per la pigrizia della Direzione del carcere siamo rimasti senza posta perché le guardie non sono andate a ritirarla. Queste cose mi fanno incazzare perché la corrispondenza è l’unica finestra che abbiamo sul mondo esterno. Più anni si passano in carcere, tanto meno siamo in grado di immaginare e progettare il futuro. L’unica cosa che ci è rimasto da immaginare è di andare in un carcere migliore soprattutto vicino casa. Ma dopo 13 anni anche questa speranza sta diventando un’utopia.

Mario, Carcere di Nuoro

In pochi giorni, sono arrivati dal continente otto detenuti e sono arrabbiati che in questo istituto non potranno fare colloqui perché troppo lontani dalle loro famiglie. Chi si lamenta che non può vedere la madre, chi i propri figli, chi la moglie, ecc. Anche la deportazione da un carcere all’altro lontano dai familiari può essere considerata un tipo di tortura, e anche molto grave, la tortura dell’anima e dei sentimenti. Sono convinto che al Dipartimento Amministrativo Penitenziario ci lavorano persone che hanno problemi esistenziali e scaricano la loro rabbia verso i detenuti e le loro famiglie.

Rocco, Carcere di Cagliari

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi http://www.liberarsi.net