Socially Made in Italy si definisce come “una comunità tra etica, fashion e diritti umani”. Nasce nel 2015 allo scopo di creare una sorta di distretto produttivo tra i laboratori delle cooperative sociali che si occupano di inserimento lavorativo per le donne in carcere, coinvolgere direttamente i marchi dell’alta moda a collaborare per rendere questi laboratori all’altezza del made in Italy, per dar vita ad una filiera produttiva socialmente rispettabile e soprattutto in grado di essere competitività in termini di qualità e prezzo del prodotto.

Esistono mondi apparentemente lontani, inconciliabili. Esistono anche mondi nascosti, di cui si sa poco, come il mondo delle carceri e delle detenute che tentano di riscattare la propria vita, di non vivere di passato ma di cercare una possibilità per un presente e un futuro di riscatto, umano e sociale.

La storia che vi raccontiamo questa settimana è una prova tangibile che anche i mondi all’apparenza più distanti possono creare valore unendosi, e che l’idea di una funzione rieducativa della pena non è affatto un’astrazione, ma può concretizzarsi grazie al lavoro. Di qualità.

Socially Made in Italy  si definisce come “una comunità tra etica, fashion e diritti umani” (“a community between ethics, fashion & human rights”).

Per comprenderla a fondo sono necessari alcuni passaggi: nel 1992 nasce l’esperienza della Cooperativa Alice  (attualmente capofila del progetto Socially) che all’interno del carcere di San Vittore sviluppa progetti di inserimento lavorativo per donne detenute in vari ambiti, tra cui l’abbigliamento e la sartoria forense.

Sigillo è invece il marchio del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) nato qualche anno fa sulla base di una proposta specifica della Cooperativa Alice insieme ad altre cooperative, con cui si certificano la qualità e l’eticità dei prodotti realizzati all’interno delle sezioni femminili di alcuni dei più affollati penitenziari italiani, nel quale si è cominciato a parlare per la prima volta di lavoro detentivo per le donne in un’ottica unitaria in termini di immagine, comunicazione e azione.

Socially made in Italy nasce nel 2015 ed è il ragionamento immediatamente successivo all’esperienza di Sigillo: creare una sorta di distretto produttivo tra i laboratori delle cooperative sociali che si occupano di inserimento lavorativo per le donne in carcere, coinvolgere direttamente i marchi dell’alta moda a collaborare per rendere questi laboratori all’altezza del made in Italy, per dar vita ad una filiera produttiva socialmente rispettabile e soprattutto in grado di essere competitività in termini di qualità e prezzo del prodotto.

“Siamo una community tra l’etica, il fashion e i diritti umani. Prima di tutto offriamo un network di laboratori che utilizzano il lavoro come strumento di riabilitazione sociale, attingendo la forza lavoro dagli istituti penitenziari, partiamo dal nostro know-how specifico che è quello penitenziario” ci spiega Caterina Micolano, fondatrice di Socially made in italy. “Vogliamo proporci come interlocutori autentici del made in Italy, è un obiettivo ambizioso ma che stiamo sperimentando e che è possibile raggiungere solo se c’è la complicità di chi quel saper fare l’ha saputo diffondere e promuovere nel sistema economico mondiale: i marchi dell’alta moda.

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Non più da considerare come clienti da conquistare, a cui chiedere di affidare delle lavorazioni, ma da coinvolgere direttamente in questa sfida: riuscire, mettendoci insieme, ciascuno per la propria parte, ad accompagnare questi laboratori ad essere all’altezza del made in italy. Per quanto riguarda i diritti umani, il tema è correlato al lavoro: quando parliamo di lavoro penitenziario noi intendiamo il lavoro retribuito nel rispetto dei contratti sindacali. Non c’è dignità senza partire dai diritti inviolabili dell’uomo.”

Attualmente le cooperative e i relativi laboratori coinvolti con Socially sono quattro, si trovano a Catania, Venezia, Milano e Vigevano. I prodotti principali al momento di Socially sono soprattutto borse, in parte anche gadgettistica. Mediamente ogni laboratorio ha tra le quindici e le venti persone impiegate dalle cooperative che lo gestiscono, per un totale di circa cinquanta lavoratrici coinvolte nel progetto Socially.

Ma c’è di più: “Le persone che lavorano hanno un periodo di formazione che dura più o meno un anno, a volte retribuite quando ci sono delle borse lavoro offerte da istituzioni o fondazioni” ci spiega Luisa della Morte, autrice del progetto Socially Made in Italy “al termine di questo periodo le persone vengono assunte, hanno un contratto di riferimento delle cooperative sociali, e sono anche socie lavoratrici, assumendosi diritti e doveri nei confronti della cooperativa, è un processo di accrescimento e di responsabilizzazione grande ma che da i suoi frutti.”

Carmina Campus e la sostenibilità dei brand

Il valore aggiunto di Socially è quello di proporre una filiera produttiva socialmente responsabile, ed in questa caratteristica rientra anche l’attenzione alla sostenibilità ambientale che il progetto intende conseguire. L’esempio paradigmatico è la collaborazione con il marchio Carmina Campus : “E’ Il marchio con cui è nata la sperimentazione e sta continuando la collaborazione” spiega Caterina Micolano “un marchio di riferimento perché utilizza esclusivamente scarti di lavorazione che vengono reinterpretai stilisticamente e dimostrano come la creatività possa riportare in un ruolo di protagonista ciò che la logica di lavorazione ordinaria considera scarto. Lo scarto diventa materiale che racconta una storia, quella dell’azienda che l’ha prodotto, e questa è la visione che ci vede comuni perché noi raccontiamo la storia dei nostri laboratori, le storie delle persone che accompagniamo, le storie delle nostre imprese. Un’abbinata vincente tra sostenibilità e creatività”.

L’Ethical Fashion Brand creato da Ilaria Venturini Fendi si è fatto molto partecipe del progetto, arrivando ad interpretare stilisticamente le borse realizzate dai laboratori che partecipano a Socially partendo dall’interpretazione dell’economia carceraria. Infatti, la prima linea di Carmina Campus realizzata con Socially utilizza materiali di riciclo (come nel dna di Carmina Campus) ma che arrivano dal sistema penitenziario: le coperte fuori uso del carcere, su cui sono state effettuate le prime lavorazioni in feltro completamente riviste dal punto di vista creativo e abbinate con i tessuti di rimanenze di magazzini abituati a fornire i brand dell’alta moda, che vengono poi lavorati per le fodere interne o per i dettagli in pelle delle borse.

Ilaria Venturini Fendi durante la sua prima visita al Carcere di Rebibbia

Ilaria Venturini Fendi durante la sua prima visita al Carcere di Rebibbia

Il valore del lavoro in carcere: nella qualità del lavoro un processo di riscatto
Caterina Micolano e Luisa della Morte, durante il nostro incontro, hanno più volte sottolineato l’importanza di concepire Socially Made in Italy più come un progetto culturale che un semplice progetto di lavoro: secondo Caterina Micolano “una delle ambizioni centrali del progetto è l’invito fatto a noi stessi cooperatori a cambiare mentalità per essere in grado di stare sul mercato, cambiare nel senso di credere fermamente di poter essere competitivi sul mercato in termini di qualità della lavorazione, competitività del prezzo”.

Un progetto culturale dunque perché non ambisce a far leva sulla detenzione come leva morale per far conoscere il brand, ma al contrario parte dall’idea di lavoro di qualità come occasione di riscatto per dimenticare il passato e costruire il presente e il futuro: “Il segmento della detenzione aiuta a volersi scrollare di dosso la tentazione di provare a essere più competitivi sul mercato raccontando che se compri quell’oggetto stai facendo qualcosa di buono: la detenzione non è un segmento di società che ispira necessariamente dei sentimenti positivi, questo per noi è la base del lavoro perché vorremmo che lo scopo della cooperazione sociale tornasse ad essere quello di restituire dignità attraverso il lavoro. E la restituzione della dignità è quella di poter dimostrare di saper far bene qualcosa”.

Il sito di Socially Made in Italy 

L’articolo originale può essere letto qui