Di fronte ad un evento epocale, come è stata e, nelle sue conseguenze, continua ad essere la Guerra del Kosovo, anzi, per meglio dire, l’aggressione della NATO alla Jugoslavia (RFJ), il rischio è senza dubbio quello dell’indignazione attonita: indignazione per la clamorosa ingiustizia e la smaccata violazione di qualsivoglia barlume di legalità, legittimità e diritto internazionale che si è consumato nella primavera del 1999; attonimento per la sbalorditiva portata e le inaudite conseguenze di quella aggressione, in termini di pesantissime distruzioni e devastazioni morali e materiali. I numeri sono vari a seconda delle fonti e delle ricostruzioni, più o meno di parte, più o meno interessate, ma sembra ormai accreditato, oltre ogni ragionevole questione, che la portata della devastazione possa essere riassunta in 25.000 appartamenti e condomini colpiti, 470 chilometri di strade distrutte, 595 chilometri di ferrovie smantellate; 14 aeroporti, 19 ospedali, 20 cliniche, 18 asili, 69 scuole, 44 ponti, 176 monumenti di rilievo storico e culturale. La Jugoslavia dell’epoca ha subito qualcosa come 2.300 attacchi aerei su circa 1.000 obiettivi individuati, un volume di attacco di circa 420.000 missili per un totale di 22.000 tonnellate di fuoco sganciate contro il Paese, ed oltre 30.000 cluster bombs disseminate. Senza dimenticare gli attacchi con missili a uranio impoverito, che seminano vittime lungo le generazioni.

 

L’obiettivo, sinteticamente e brutalmente annunciato dall’allora comandante delle forze NATO in Europa, Wesley Clark, doveva essere quello di «portare la Serbia indietro di almeno 50 anni»: come chiaramente fu annunciato, non si trattava di frenare la “minaccia” rappresentata dalle forze armate serbe, né tanto meno di restaurare i diritti umani violati della popolazione albanese del Kosovo. Tanto è vero che l’aggressione ha portato alla distruzione di un terzo della produzione di energia elettrica, di due raffinerie di petrolio (Pančevo e Novi Sad), di numerosi impianti di produzione di energia elettrica, con l’uso delle famigerate “bombe alla grafite”, per la prima volta sulla scena; ha colpito la sede del partito socialista, della radio-televisione serba, perfino dell’ambasciata cinese a Belgrado; ma non ha pressoché minimamente scalfito la capacità militare e le forze armate serbe. Lo stesso Milosevic lo ricordò chiaramente nella sua intervista a Fulvio Grimaldi del marzo 2001: «Ci hanno lasciato un esercito integro, ma hanno fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88 mila tonnellate di esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l’unico popolo che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E con un’arma criminale e genocida come l’uranio».

 

La portata della devastazione morale non è da meno, anzi, se possibile, persino più angosciante: i giornalisti della radio-televisione serba sconvolti dal dolore per le vittime dell’attacco dal cielo portato dalla NATO, un crimine deliberato, compiuto la notte del 23 Aprile 1999, che porta via le vite di sedici tra tecnici, operatori, professionisti; i familiari e gli amici delle vittime della tremenda “strage dell’autobus” poco distante da Niš, quando, il 1° Maggio 1999, un missile di alta precisione a guida laser centra in pieno un autobus partito da Niš, importante città jugoslava della Serbia del Sud, e diretto a Priština, capoluogo del Kosovo, nel momento in cui il bus stava attraversando il ponte di Luzane, nel momento in cui il «caccia» della NATO colpisce il target. E ovviamente a proposito di ponti, la distruzione dei ponti sul Danubio.

 

Non pochi analisti hanno interpretato la guerra di aggressione della NATO contro la Jugoslavia nei termini di una vera e propria guerra di sterminio, intendendo con questo termine la volontà di infliggere alla popolazione serba una sorta di punizione collettiva e di scrostare i sedimenti di memoria e di identità, culturale e spirituale, del popolo serbo. Prima, durante e dopo la guerra, solo per limitarsi al “luogo del contendere”, il Kosovo, come ha riferito padre Ksenofont, del Monastero di Prizren, in una intervista a Tommaso di Francesco del 17 febbraio 2008: « Il mondo sa, guarda più o meno silenziosamente gli avvenimenti e, in qualche modo, li approva. Qui siamo stati testimoni della distruzione di più di 150 chiese e monasteri serbo ortodossi, un terzo dei quali medioevali, dell’espulsione di più di 250.000 non-albanesi, una vera pulizia etnica, di un culturicidio e di un genocidio contro il popolo serbo. Nello stesso periodo la criminalità organizzata dei clan albanesi non solo non è stata fermata in Kosovo, ma ha esportato le sue attività in tutta Europa. Dunque, i risultati della “missione internazionale”, sia della NATO (KFOR) sia dell’ONU (UNMIK), sono lontani e comunque diversi da quanto previsto nella Risoluzione 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dovrebbe esserci maggiore rispetto e un risarcimento. Al contrario, nonostante queste mancanze gravi, gli Stati Uniti e l’Unione Europea fanno finta di nulla trascurando questo disastro per continuare con il loro autentico salto mortale in Kosovo».

 

Il 24 Marzo ricorre il 17° anniversario dell’aggressione portata dalla NATO (e, tra i Paesi della NATO, è bene non dimenticarlo, l’Italia, all’epoca, anche questo è bene non dimenticarlo, guidata da un governo di centro-sinistra e da un premier dell’allora DS, oggi PD, quale Massimo D’Alema); durata sino al 10 Giugno 1999, per ben 78 giorni, essa ha avuto, tra le conseguenze di medio periodo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, la secessione unilaterale del Kosovo e l’instaurazione di un potere sostanzialmente mono-etnico nella regione, in cui i guerriglieri separatisti di ieri divengono leader e presidenti della “repubblica” di oggi (Hashim Thaci). Un contesto nel quale continuano a vivere i condizionamenti della guerra, una “guerra celeste”, come fu definita da Pietro Ingrao, una “guerra umanitaria”, come fu spacciata dalla propaganda dei suoi attivi promotori e dei suoi zelanti sostenitori, una “guerra costituente”, in cui si sperimentava la nuova configurazione offensiva della Alleanza Atlantica e si metteva alla prova il nuovo paradigma umanitario della guerra del tempo presente; un contesto fatto oggi di segregazione, diffidenza e ostilità, povertà diffusa e criminalità dilagante; un contesto in cui, per quanto arduo e difficile, è sempre più necessario e improcrastinabile il lavoro di tessitura e di legame, di apertura di spazi liberi dal condizionamento della ostilità e della violenza e di costruzione di occasioni di scambio e di cooperazione. Insomma, di ricostruzione dei ponti e della pace.

 

Link: www.beoforum.rs/en; it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/topics/878;

savethemonasteries.org/index.php/it/paesi/kosovo/44-articoli/163-il-manifesto-parla-padre-ksenofont-del-monastero-di-prizren; www.larivistadelmanifesto.it/archivio/1/1A19991216.html; www.disinformazione.it/crimini_nato_kosovo.htm.