Das Auto

11.10.2015 - Redacción Barcelona

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Das Auto
(Foto di Roger W)

Come leggere lo schiaffo in faccia alla Merkel da parte degli Stati Uniti.

Rafael Poch su La Vanguardia e rebellion.org

Lo scandalo della Volkswagen con la truffa delle emissioni truccate è l’ultimo raggiro di un’azienda appartenente ad un paese che elargisce lezioni di moralità in Europa. Un ulteriore fatto nella lunga serie degli ultimi anni, una sorta di versione teutonica del XXI secolo di quello strano Celtiberia show di Luis Carandell. Il “Teutonia-show”, potremmo dire: il finanziamento della bolla immobiliare in paesi come Stati Uniti, Spagna e Irlanda, la vicenda dei cetrioli spagnoli falsamente accusati di essere contaminati, l’aeroporto di Berlino, la Filarmonica di Amburgo, il disastro aereo della Germanwings, l’euro-carognata greca… tutti casi abbastanza chiari, ma c’è da chiedersi, questo scandalo è una questione tecnica? Difficile da credere.

Il Credit Suisse stima possa arrivare fino a 78.000 milioni di euro il danno che questo “diesel-gate” potrà causare alla prima azienda automobilistica tedesca. Una bella somma. Supera di per sé del 60% il costo del peggior sversamento di petrolio della storia, la catastrofe Deepwater Horizon della BP nel golfo del Messico avvenuto cinque anni fa. A Parigi, Axa Investment Managers calcola che l’affare costerà alla Germania circa l’1,1% del PIL.

Secondo l’economista Andrew Rose, un guru della scienza dell’esportazione e del commercio dell’Università della California, ogni punto perso nell’indice di simpatia di un paese sottrae uno 0,5% alle transazioni dello stesso. Senza contare l’effetto che il sinistro fattore Wolfgang Schäuble ha avuto sui germanofili malconci nel sud dell’Europa, il brillante economista tedesco Thomas Fricke pronostica come evidente che il caso VW avrà conseguenze devastanti. L’industria automobilistica rappresenta oltre il 17 per cento delle esportazioni tedesche. Poche cose potrebbero fare più danni. Con tutto questo in mente, la domanda che si impone è molto semplice: cos’è successo tra Stati Uniti e Germania perché un ente governativo lanci un siluro di queste dimensioni contro Berlino?

Ignorare questa domanda sarebbe molto peggio che pensare candidamente che i parametri riguardanti le emissioni delle automobili vengano decisi dai burocrati di Bruxelles, o che sia il corpo dei deputati del Bundestag a decidere l’assenza di limite di velocità sulle autostrade tedesche.

L’industria automobilistica pesa molto sulla politica. A Bruxelles dispone di centinaia di lobbisti (240 ufficialmente dichiarati, 43 dei quali della VW), che sono quelli che preparano le normative e inviano i progetti di legge come piatti precotti. Lo si è visto chiaramente nel 2013, quando la Merkel ha posto il veto e rinviato ben 2.022 norme in materia di emissioni, seguendo una sceneggiatura congiunta di Daimler-Benz e BMW. La connessione tra politici e grandi imprese è stretta e ben nota. Una volta di proprietà pubblica, la Volkswagen è ancora oggi per il 20% di proprietà del Land della Bassa Sassonia, e tutti i politici di questo Land (ad es., l’ex cancelliere Gerhard Schröder o l’attuale viceministro degli esteri Sigmar Gabriel) mantengono stretti legami con la casa. Il governo tedesco era perfettamente a conoscenza della truffa ora venuta alla luce, così come i tecnocrati di Bruxelles sapevano che le procedure per la misurazione delle emissioni sono un trucco in grado di competere con la truffa dei santini. Lo stesso vale per l’impatto globale e mediatico di queste gigantesche e potenti aziende.

Si è parlato molto dell’origine nazista della VW (così come la SEAT era una creatura del regime franchista), ma molto meno del ruolo svolto dalla Volkswagen, ad esempio, durante la dittatura dei generali brasiliani (1964-1985) con le liste nere dei propri dipendenti create per i militari, quando il capo della sicurezza a San Paolo (dal 1959 fino al 1967) era Franz Stang, ex comandante dei campi di sterminio nazisti di Sobibor e Treblinka, come opportunamente ricordato dal portale German Foreign Policy .

A Parigi, Le Canard Enchaîné ha denunciato il ricatto a cui l’agenzia pubblicitaria incaricata di acquistare spazi pubblicitari della VW sulla stampa francese ha sottoposto una ventina di quotidiani locali: se volevano continuare a ricevere pubblicità, per non disturbare la campagna pubblicitaria dovevano rinunciare a pubblicare notizie sul diesel-gate nei giorni in cui comparivano gli annunci. Solo tre quotidiani su una ventina hanno protestato… Purtroppo, questo è il mondo reale, e in questo mondo si deve andare avanti con scetticismo e ponendo domande.

Chiunque creda che questioni di un peso tale come un pugno al basso ventre della Germania vengano decise da un oscuro funzionario dell’Agenzia ambientale degli Stati Uniti si sbaglia di grosso. Quando si lancia un siluro di questo calibro contro un paese amico, significa che qualcosa sta avvenendo nel rapporto e si vuole per lo meno dare un avvertimento. I negoziati del TTIP, l’accordo di “libero scambio” progettato per mettere la ciliegina sulla torta della grande involuzione attualmente in corso, non stanno andando bene. Nel mondo in generale, sempre più cose sfuggono al controllo degli Stati Uniti che, ad esempio in Medio Oriente, sembrano mancare di qualsiasi strategia coerente. Più che mai è necessario tenere ben legati i vassalli europei. Non so da dove nascano i motivi per questo fenomenale colpo ricevuto dalla Merkel, ma non ho dubbi sul fatto che sia avvenuto con la benedizione del potere imperiale.
Fonte:
http://blogs.lavanguardia.com/paris-poch/2015/10/06/das-auto-62027/#.VhTYEFJNxkY.twitter

Traduzione dallo spagnolo di Giuseppina Vecchia per Pressenza

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Economia, Europa, Opinioni, Politica, Questioni internazionali
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