Messico: “il mio paese è un campo di papaveri irrigato con la linfa porpora dei giovani”

06.08.2015 - Lucia Cupertino

Messico: “il mio paese è un campo di papaveri irrigato con la linfa porpora dei giovani”
(Foto di EneasMx (Own work) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], via Wikimedia Commons)

Il pluriomicidio del fotogiornalista Rubén Espinosa e dell’attivista Nadia Dominique Vera Pérez: l’impunità, la vergogna, la resilienza.

Quel viso da ragazzo bonaccione, sulla trentina, barba, occhiali da sole e macchina fotografica sempre al fianco è diventato familiare da venerdì scorso. Gira ormai in tutto il mondo cibernetico e quello delle piazze, che stanno iniziando a organizzare giornate in suo ricordo. L’assassinio del giornalista e fotografo Rubén Espinosa assieme a quattro donne nella colonia Narvarte di Città del Messico si inserisce in una fase spartiacque nella storia contemporanea della libertà di espressione in Messico e tout court della libertà alla vita. Basti pensare alla scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa, ai fatti di Ostula, al fronte popolare per Xochicuautla, solo per citare gli ultimi recentissimi eventi.

Fino a questo pluriomicidio Città del Messico era ancora considerata un rifugio dai giornalisti provenienti da altre regioni messicane con altissimi tassi di repressione, violenza e morte contro chi si occupava dell’informazione sulle relazioni tra Stato e narcotraffico, il necrocapitalismo, i movimenti di difesa del territorio e del vivere comunitario da parte di cittadini, studenti, attivisti, indigeni che – strumentalizzazione mediatica di tutte queste categorie a parte – sono l’azione di resistenza e resilienza di un popolo cui sono negati i diritti più minimi alla vita.

Lo stesso Rubén Espinosa, nonostante lavorasse per testate molto prestigiose quali Proceso e Cuartoscuro, aveva pensato di spostarsi da Veracruz a Città del Messico, in seguito a pressanti minacce. Seguiva una pratica purtroppo molto comune, come sottolineava qualche mese fa anche Darío Ramírez, direttore generale di Article 19 per il Messico e America Centrale adducendo che “Un giornalista che decide di spostarsi dal luogo in cui lavora per tutelare la sua integrità è un indicatore del fatto che non esistono garanzie per esercitare la libertà di espressione, così come del fatto che manca protezione in termini di diritti umani”. Article 19 documenta che dal 2011 in Veracruz il numero dei giornalisti assassinati è di 14, collocando questa regione tra le più violente per il giornalismo messicano, assieme a Tamaulipas e Guerrero. Le cifre vengono confermate da Reporteros Sin Fronteras che classifica Veracruz tra i 10 luoghi più pericolosi per esercitare la professione giornalistica.

La morte di Rubén Espinosa ha significato anche il consumarsi del terribile femminicidio di quattro donne i cui destini si sono fatalmente incrociati. Una di essere era, come Rubén, strenua difensora della verità e della giustizia. Si chiamava Nadia Dominique Vera Pérez, antropologa sociale e attivista originaria del Chiapas, si era messa alla testa di #YoSoy132 di Xalapa. In una intervista del novembre 2014 a Rompeviento Televisión denunciava le minacce subite e, nel caso fosse accaduto qualcosa di tragico a lei o ad altre persone vicine, faceva ricadere la responsabilità intellettuale al governatore di Veracruz, Javier Duarte e a tutto il suo Gabinetto.

La voce di Nadia di fronte alla telecamera era sicura, lo sguardo penetrante anche se scosso in qualche modo da un lampo di timore: “Quanti assassinii di giornalisti contiamo e non è successo nulla. Quanti studenti, quanti attivisti, difensori dei diritti umani sono stati assassinati o sono scomparsi? Abbiamo un livello di desaparecidos impressionante. E ancora il governatore dice che Veracruz è una regione sicura, non si vergogna! Ci comincia a preoccupare perché l’indice di desaparecidos ha preso a salire nel 2010, quando Duarte diventa governatore e la violenza inizia a dilagare. Dunque ci preoccupa perché sembra che noi siamo il prodotto di cui loro hanno bisogno”. Nadia parlava sempre al plurale, voce anche di chi ha paura ad alzarla. “Qui il problema è che tutti noi siamo di troppo sia per il Governo sia per il Narco e quindi ci troviamo nel bel mezzo di due fronti di repressione, illegale e legale. Perché il Narco, los Zetas, è chi davvero controlla lo Stato, qui ti chiedono il pizzo per l’appartamento, per avere un bar, per lavorare, qui la mercanzia sei tu. É necessario agire in questo momento perché ci stanno annichilando, è assolutamente necessario fare qualcosa”.

Restano cinque corpi con segni di tortura e arma da fuoco ritrovati in un appartamento a Città del Messico. Il 3 agosto l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani in Messico ha espresso la sua ferma condanna per il multiple omicidio del 31 luglio, classificandolo tra i più gravi degli ultimi tempi e ha richiamato le autorità messicane ad andare a fondo nelle ricerche, nella capitale e in Veracruz. Ma tra giornalisti e società civile monta la sfiducia verso la giustizia per questo caso, vista la sorte dei precedenti: per 11 di essi le ricerche restano senza soluzione, 6 casi sono stati collegati al crimine organizzato, in 4 casi le autorità hanno criminalizzato le vittime o preferito seguire la pista del furto o crimine passionale, solo per 5 dei casi è scattato il fermo per persone sospettate o reo confessi.

“La risposta ai recenti attacchi contro i giornalisti – afferma Federico Mastrogiovanni – è un messaggio da parte del Governo che recita: sei fondamentalmente solo; sei stato abbandonato e resti sotto costante minaccia”. Mastrogiovanni è un giornalista italiano coraggioso, da anni attivo in Messico, sempre in prima linea. Ha ricevuto il premio PEN 2015 al fianco di personalità del calibro di Elena Poniatowska e Aristegui Noticias e il suo recente Ni vivos ni muertos (DeriveApprodi 2015) è un libro inchiesta incentrato sul dilagare della violenza, censura, morte fisica e sociale della democrazia messicana nell’ultimo decennio. La sua lotta prosegue come quella di tanti angeli della notizia e della libertà in Messico.

Ma l’impunità resta il più sicuro scudo per continuare a perpetuare tali carneficine. È quindi il momento di non tacere, anche nel cordoglio, nella rabbia, nella disperazione. Proprio quello che stanno facendo i parenti delle vittime. “Mio fratello è stato sempre paladino della verità – dice fiera la sorella di Rubén Espinosa, le parole frante, il volto devastato dal dolore – E per tanta luce che aveva alcuni codardi provarono paura.” Pronuncia queste parole in una cerimonia e marcia presso l’Ángel de la Independencia, cuore di Città del Messico che vuole pulsare in altro modo.
“Siamo realisti, facciamo l’impossibile” recita uno striscione che ha realizzato Mirtha Luz Pérez Robledo, poetessa e madre di Nadia Dominique Vera Pérez, che porta con sé il ritratto della figlia nel corso della sua cerimonia funebre ieri, 5 agosto, a Comitán (Chiapas), accompagnata da Efrén Vera, tre figli e un centinaio tra familiari e amici. “Il mio Paese è un campo di papaveri irrigato con la linfa porpora dei giovani”, si legge in un altro striscione. Nadia si occupava anche di teatro, come attrice aveva inscenato alcune opere teatrali della madre, e prima della sua morte coordinava il Festival internazionale di arti sceniche Cuatro X Cuatro.

Mirtha Luz Pérez Robledo nel 2011 aveva scritto una poesia dedicata alla figlia, che riproponiamo qui, impregnata di macabro presentimento, ma è la sua voce non spenta come quella di tutti quelli che restano a parlare e lottare la speranza di fare l’impossibile nel Messico d’oggi.

 

Ballata per una bambina cittadina

A Nadia Dominique,
la donna…
che sono

Stanno diventato margherite le ossa della bambina
Che si consuma come una lampada dimenticata

Una pelle trasparente la seduce
Per ricamare i suoi capelli di petali di morte

E le mie mani quiete non la toccano
E i miei occhi tristi non la guardano
E la mia anima inerte non la sente

Si stanno asciugando gli occhi della madre
Che si consuma come una lampada dimenticata

Una pelle trasparente le scappa
Per ricamare i suoi capelli con pianto di morte

Non te ne andare              bambina di zucchero
A disfarti nella pelle del pianto
Non te ne andare              uccello libero
Verso la fredda landa dell’assenza

Tra le tue vene balla il mio silenzio
E c’è un suono mio nelle tue parole

Non te ne andare              bambina di zucchero
A piantare margherite nelle tue ossa

Non lasciarmi senza i tuoi occhi
Cieca
Non lasciarmi senza la tua voce
Silente
Non lasciarmi senza la tua luce
Al buio
Non lasciarmi senza la tua pelle
Nuda
Non lasciarmi senza di te
Bambina di zucchero

(n. 37, marzo 2011 del Periódico de Poesía dell’UNAM, traduzione inedita di Lucia Cupertino)

Categorie: America Centrale, Diritti Umani
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