“Qui moriremo tutti”. documentario di Andrés Mego

28.07.2015 - Redacción Perú

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

“Qui moriremo tutti”. documentario di Andrés Mego
Andrés Mego (Foto di Madeleine Jhon)

Intervista di Madeleine Jhon.

Il primo documentario di Andrés Mego ci mostra Julio Yovera, ex membro di Sendero Luminoso e sopravvissuto ai massacri avvenuti in Perù nelle carceri nel 1986.

Qual’ e’ stato il tuo interesse nel fare questo documentario?


Da bambino, negli anni 80, ho vissuto  ad Ilo, Moquegua. Uno dei pochi luoghi del Perù non toccata dalla guerra civile. Nel 1992 venni ad abitare a Lima, a Piazza Bolognesi, in pieno centro città e mi impressionò il clima di paura che si viveva. Molto vicino a dove abitavo ci fu un attentato alla DINCOTE (Direzione Nazionale Contro il Terrorismo) dove esplose una bomba. Come molti della mia generazione mi posi alcune domande: perché accadde tutto questo? Perché molti che militarono in Sendero Luminoso decisero di farlo? Chi sono realmente i “terroristi”? Fino ad oggi non ho risposte, ma non solo soddisfatto della spiegazione ufficiale secondo la quale Sendero era un gruppo terrorista e qui termina la discussione ( di fatto lo fu, ma con questa definizione si semplificano   molte cose). Assistiamo al fatto che qualsiasi tentativo di trovare spiegazioni più profonde corre il rischio di essere squalificato come simpatizzante di Sendero, il gran cattivo della nostra storia, figura che i nostri governanti continuano a strumentalizzare politicamente per creare paura nella gente, quando è necessario. Dunque le domande sono ancora senza risposta. Sendero si deve essere connesso con qualcosa che c’ era nella gente, per avere il potere che ebbe. E questo non fu casuale. Quindi la mie domande  iniziali per questo documentario sono state: chi sono coloro che sono stati senderisti?, come vivono? perché decisero di militare in Sendero? Ho provato a rispondere attraverso la storia di Julio Yovera.

Qual’ é l’ approccio del documentario?


Non avevo visto documentari o letto libri (che ora ci sono) sul tema degli anni della violenza a partire dal punto di vista dell’ altro. Se vediamo come è stato affrontato il tema nella produzione peruviana il senderista è un personaggio senza volto, è una non-persona, è qualcuno senza nome, che sta nell’ oscurità, che è una presenza minacciosa, ma invisibile e allo stesso tempo un assassino in agguato. Cosa valida secondo un approccio narrativo e giustificato dal modo di fare di Sendero. Ma di fatto non è il solo approccio valido.  Esiste una specie di accordo tacito che il tema si debba trattare secondo il punto di vista delle vittime. Da questo punto di vista il realizzatore lavora sul sicuro perché chi può essere contro alla vittima? Ma, anche se politicamente  corretto, questo approccio è riduttivo. Allora ebbi il coraggio di produrre il mio primo documentario su una persona legata a  Sendero, ma che al tempo stesso è una vittima, perché sopravvisse ad un massacro ed è stato torturato, ma per la sua militanza non è considerato tale. Un personaggio che si colloca in una zona grigia, vittima e carnefice; e questa doppia condizione mi è sembrata molto stimolante per un documentario, perché rompeva con gli schemi. D’ altra parte quando iniziai a realizzare questo documentario nel 2011, Sendero sembrava una cosa del passato che si preferiva dimenticare e sebbene poteva essere polemico assumere il punto di vista di vista di questa persona, stavo parlando di qualcosa che era avvenuta vent’ anni prima. Tuttavia l’ anno seguente apparve il MOVADEF(1) che nell’ opinione pubblica fu visto come la riapparizione di Sendero. Fu un contesto molto sfavorevole per il documentario. Avrei dovuto prevederlo, perché durante la preparazione del documentario, filmai un’ evento del MOVADEF per il Giorno del Lavoratore al quale partecipò Yovera. Tutto dava a intendere che stavano per organizzarsi come partito. Ma il documentario non aveva niente a vedere con loro, io lavoravo solo con Yovera. Egli gentilmente mi diede la sua testimonianza. Iniziai a andare a trovarlo tutti i sabati per intervistarlo, filmare situazioni a casa sua, poi visitammo El Fronton, il Museo della Memoria, tutto ciò  più o meno per un anno. Più tardi lo editai nel mio computer. Lo misi in internet per vedere che reazioni provocava. Bene, per mia sfortuna nel 2012 el tema del MOVADEF era scoppiato e gli animi erano molto esasperati. Usci un commento sul documentario di un critico di  cinema. Disgraziatamente interpretò che il mio lavoro era allineato con il MOVADEF. Il MOVADEF allora era già un protagonista, per cui il documentario non si poteva vedere innocentemente, perché, come il critico affermava, c’ era una strategia di MOVADEF di passare come normale, qualcosa come “perdonateci senza che chiediamo perdono” e considerava il mio lavoro come complice perché mostravo Julio Yovera e le sue idee senza contestarle, senza mettere in chiaro che erano sbagliate. Una maniera quindi di come non doveva essere trattato il tema. Dopo abbiamo visto che in lavori anche meno polemici ci furono persone che hanno visto apologia, il che sta ad indicare che il tema continua ad essere delicato.
Il mio documentario non pretende essere giornalistico. E’ la storia del massacro del Frontón dal punto di vista di Yovera. Allora mi aggredirono. “Come puoi fare questo?” Perché, naturalmente, se pubblichi qualcosa su un terrorista devi mettere qualcuno che lo critichi o che lo faccia vedere come il terrorista che è. Quindi questo fu il mio peccato, fare il documentario così, in maniera  parziale, perché questo era l’ obiettivo del documentario, far vedere chi è Julio Yovera, cosa gli accadde, cosa e come pensa. Decisi di non giudicarlo e lasciare che si mostri, che mostri la sua famiglia, sua moglie, che esprima le proprie opinioni più polemiche come quando giustifica l’uccisione di campesinos. Lo portai al Frontón, al Museo de la Memoria per stimolare ricordi. Ma in nessun momento lo forzai perché mi facesse vedere qualche segno di rimorso. Perché questo è un altro modo sicuro perché il realizzatore non sia malvisto, avere un personaggio che sia un pentito. Sebbene  il documentario non sia certo perfetto dal punto di vista tecnico, il suo obiettivo è di avvicinarsi all’ “altro”, forse per la prima volta.

Qual’è, secondo te, il contributo del documentario?

E’ un piccolissimo pezzo di tutto quello che possiamo fare riguardo alla riflessione sulla violenza che abbiamo vissuto. E comunque è  parziale, è solo il punto di vista di un protagonista tra i tanti, e come una fotografia che va letta in un contesto più ampio. Il mio contributo è di essermi avvicinato all'”altro” ed averne fatto un ritratto più che aver dato risposte, cerca di stimolare molte più domande. Non possiamo continuare a rimanere con l’ idea che il terrorista è come un extraterrestre. Solo comprendendo quello che successe possiamo impedire che questa storia si ripeta, che è possibile in una cultura come quella peruviana tanto impregnata di autoritarismo. Per questo il mio documentario può essere irritante per molte persone. Senza dubbio la gente che sta investigando sulla guerra civile ha mostrato interesse a questo documentario. Ho messo in chiaro nel documentario il mio punto di vista sul tema. La vita pubblica del documentario è’ stata molto corta. Si proiettò nella Mostra del Documentario Peruviano. Poi fu presentato al Festival Transcinema ( Festival Internazionale di Non Fiction). Tutta qui la sua apparizione nell’ ambiente. Ora si può trovare in rete. Chi lo vuole vedere lo può incontrare.

(1) Movimento che chiede l’ amnistia per i prigionieri politici.

 

Link con il documentario:

 

http://www.dailymotion.com/video/x10ztsb_aqui-vamos-a-morir-todos-2012-documental-50-min-peru_shortfilms

Traduzione dallo spagnolo di Francesco Cecchini

Categorie: Cultura e Media, Interviste
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