La frontiera sociale della conversione ecologica

21.06.2015 - Francesco Gesualdi

La frontiera sociale della conversione ecologica
(Foto di Archivio Pressenza)

 

Due secoli di economia dell’accumulo e dell’avidità hanno dilapidato il pianeta e trasformato miliardi di persone in derelitti. Lungo questa strada il nostro futuro sarà segnato da catastrofi, carestie, miseria, guerre e migrazioni di massa. Ma ecco “Laudato si’”, la lettera enciclica di Papa Francesco a dirci che non tutto è perduto, che se vogliamo, possiamo tornare a fare pace con la natura e garantire a tutti gli esseri umani una vita dignitosa. Le vie da percorrere sono la sobrietà, il rispetto dei beni comuni, il riconoscimento dei bisogni fondamentali come diritti.

L’enciclica di Papa Francesco è un grande messaggio di speranza, ma è solo un’esortazione. Il ruolo della Chiesa è di magistero, indica gli obiettivi, poi tocca a noi, cristiani che vestono i panni dei cittadini, trovare le formule organizzative per trasformare la morale in fatti concreti. Questa volta, però, non è facile, perché non basta qualche riforma qua e là. Se vogliamo garantirci un futuro è l’intera impostazione che dobbiamo rivedere. In un passaggio, Papa Francesco punta il dito contro la “crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia.” Ed aggiunge: “ Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presup­posto che « esiste una quantità illimitata di ener­gia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti».”

Non abbiamo saputo rispettare i limiti del pianeta e oggi ci troviamo nei guai. Ma invece di prenderne atto e orientarci verso la sobrietà, cerchiamo rimedio nella tecnologia. La parola d’ordine è green economy, ma servirà a poco riciclare di più o produrre in maniera più efficiente se contemporaneamente spingiamo i consumi sempre più su. Il rimedio vero, almeno per noi opulenti, è produrre e consumare di meno. Dobbiamo farlo non solo per rispetto della natura, ma anche per dovere di giustizia verso i tre miliardi di impoveriti, che a differenza di noi debbono mangiare, vestirsi, curarsi, di più. Ma non potranno farlo finché noi, gli opulenti, non accettiamo di sottoporci a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse. Lo stallo nei negoziati internazionali per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica ne è una triste conferma.

Chi la pratica, sa che la sobrietà è non solo possibile ma addirittura conveniente perché libera tempo che può essere dedicato alle relazioni che fanno la vera felicità. Ma c’è un tema che alla fine ci riporta tutti nelle braccia della crescita ed è il tema del lavoro. Il meccanismo lo conosciamo fin troppo bene: per vivere abbiamo bisogno di soldi, per avere i soldi ci serve un lavoro, per avere un lavoro ci servono aziende che vendono, per garantire un buon livello di vendite servono alti consumi. Così finiamo per essere tutti partigiani del consumismo. L’unico modo per uscirne è affermare che il lavoro è un falso problema. A noi non interessa lavorare, ma soddisfare i nostri bisogni. Solo perché viviamo in un sistema che ci obbliga a comprare tutto, cerchiamo il lavoro con ossessione. Ma se vivessimo in un sistema che ci garantisce le sicurezze di base senza bisogno di soldi, ossia gratuitamente, del lavoro non si preoccuperebbe nessuno. Mondo impossibile? Non proprio: la gratuità è già una realtà del nostro tempo. E’ la formula adottata dalla solidarietà collettiva che però oggi ha il difetto di funzionare per mezzo della fiscalità, che esige la crescita. Se invece la facessimo funzionare col lavoro gratuito di tutti, avremmo non solo un’area di piena inclusione lavorativa, ma anche un sistema che potrebbe puntare a ridurre il tempo di lavoro anziché accrescerlo.

Tutto questo per dire che se vogliamo davvero trovare la sostenibilità, non è di tecnologia che dobbiamo occuparci, ma di assetti economici e sociali. Alex Langer lo aveva già capito venti anni fa quando disse che “la conversione ecologica avverrà solo quando sarà socialmente desiderabile”. Il nodo cruciale è il ruolo del mercato e dell’economia di comunità anche detta economia pubblica. Cosa, come e per chi deve produrre l’economia del denaro; cosa, come e per chi deve produrre l’economia della gratuità. Quanto spazio deve essere dato all’economia del profitto e quanto all’economia della solidarietà. Dalla risposta che daremo a questi quesiti decideremo le sorti del nostro pianeta.

 

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Opinioni
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