“Niente. Antropologia della povertà estrema” (Sperling, 2009), è la stupefacente opera di Alberto Salza, un antropologo coraggioso e spiritoso che ha scelto di vivere povero tra i poveri.

 

Salza è uno studioso irriverente che si occupa delle strategie di sopravvivenza in Africa e in Asia. Lo fa da più di quarant’anni e ha collaborato con varie università e organizzazioni internazionali. Non possiede un telefonino e collabora con numerose riviste scientifiche: Focus, Airone, Le Scienze. Ha pubblicato diversi libri, tra cui l’imponente “Atlante delle popolazioni” (Utet, 1997). Tutti questi anni di studi sul campo, vivendo direttamente la povertà, hanno portato Salza a formulare una tragica conclusione: “Le persone della Terra, non avevano mai sperimentato, prima d’ora, una povertà materiale che fosse accompagnata dalla piena involuzione culturale, ovvero perdita di identità, mercificazione, demolizione della famiglia, fine dello stato sociale, isolamento, destrutturazione educativa, terrore, guerra continua, catastrofi globali,” vuoti di pensiero, ecc.

Salza definisce la povertà come “una disumanizzazione progressiva, ottenuta attraverso la deprivazione organizzata di beni materiali, culturali e spirituali”. È però molto difficile stabilire se la soglia economica internazionale della necessità di 1 dollaro al giorno ai fini della sopravvivenza, possa valere in tutte le zone del pianeta: “la matematica dei poveri funziona per “insiemi fuzzy,” secondo la logica incerta dei sistemi complessi”.

E come si diventa poveri? L’antropologo descrive ben 10 trappole in cui molte persone cadono:

1) La trappola dell’istruzione. I bambini non studiano se devono lavorare per sopravvivere. E la mancanza di credito per l’istruzione prova un circolo vizioso: la miseria si trasmette attraverso le generazioni.

2) I debiti e il lavoro schiavizzato. I più poveri vengono costretti a lavori pesantissimi e devono pagare un affitto molto caro per gli attrezzi, il letto e il cibo.

3) La malnutrizione e le malattie. Se non si mangia si lavora male e si guadagna poco. È quindi più facile ammalarsi e perdere il lavoro. E da donne malnutrite nascono figli con problemi metabolici.

4) La bassa professionalità. Non si è in grado di imparare un mestiere e non si conoscono i propri diritti.

5) La trappola della fertilità. Si fanno tanti figli nella speranza che qualcuno di loro pensi alla vecchiaia dei genitori. Ma più si è, meno si mangia.

6) L’economia di sussistenza è un’economia senza denaro che non ti permette di accedere alla modernità: luce, acqua, giornali, istruzione, ecc.

7) L’eccessivo sfruttamento agricolo porta all’erosione e alla perdita del terreno per molti anni o per sempre.

8) La trappola dei beni comuni. Si pesca in un lago troppo pesce perché si è in troppi a gestire la risorsa.

9) Le persone che non riescono a trovare un lavoro regolare possono decidere di diventare dei criminali. Uno volta arrestati è poi ancora più difficile trovare un lavoro regolare.

10) La malattia mentale rappresenta una delle trappole finali: la droga, la violenza e la depressione sottraggono tempo e risorse alle attività produttive, e lo stigma sociale ti può debilitare a vita.

In realtà il problema più grosso non è la mancata produzione di cibo, ma è la mancanza di un lavoro o di beni da scambiare che impedisce ai poveri di comprare il cibo. E la vera tragedia silenziosa ignorata dai media è la privatizzazione della gestione dell’acqua che impone ai poveri dei costi impossibili da sostenere per bere e lavarsi. Inoltre “L’acqua non è una risorsa infinita: non se ne può produrre di nuova” se si esaurisce o si inquina (Eleanor Sterlig, esperta di biodiversità). Il consumo mondiale di acqua è triplicato negli ultimi cinquant’anni. A causa dell’aumento della popolazione i fiumi si prosciugano, le falde acquifere sprofondano, gli ecosistemi acquatici degradano (p. 115). Probabilmente la cattiva gestione statale e internazionale delle risorse idriche causerà molte guerre future.

Oltretutto i progetti di sviluppo in direzione del capitalismo occidentale hanno a volte degli effetti molto scarsi o addirittura controproducenti. Roy Sesan, boscimane gana del Kalahari (Botswana), afferma: “Mi chiedo che sviluppo sia mai quello che fa vivere la tua gente meno di quanto vivesse prima… Stiamo prendendo l’AIDS. I nostri bambini non vogliono andare a scuola perché vengono picchiati. Alcuni si stanno dando alla prostituzione. Non gli è permesso cacciare e allora litigano perché si annoiano. E bevono. Alcuni hanno cominciato a suicidarsi. Non si è mai vista una cosa del genere prima! Fa male raccontare queste cose. È questo lo sviluppo!” (p. 22).

Oppure si può riportare la storia di Leunga, un ragazzo figlio di pastori, diventato pescatore e morto per l’alcool distillato dai cerali degli aiuti umanitari. E bisogna pensare che “spesso si muore di meno per guerre o carestie al villaggio che non per malattie o violenze nei luoghi di rifugio” preparati dalle organizzazioni internazionali” (p. 38). D’altra parte la costruzione dei pozzi artificiali che possono provocare uno sviluppo eccessivo della pastorizia con conseguente distruzione dei pascoli e la successiva desertificazione. Inoltre lo stesso Salza si rifiutò di prolungare una collaborazione, dopo aver verificato che in un progetto sviluppato in Kenia costato più di 500.000 euro, solo 10.000 euro erano arrivati alla gente del posto.

In definitiva bisogna fare una considerazione antropologica centrale: “A oggi, sono circa 1,5 miliardi gli abitanti di slum, l’ecosistema del futuro. Nel 2030 saranno 5 miliardi… I livelli di povertà e malnutrizione di chi vive nei centri urbani sono, in termini assoluti, maggiori di quelli di coloro che restano nelle zone rurali”. Nelle baraccopoli “l’aspettativa di vita è molto bassa e il livello di criminalità inaccettabile”; si vive senza lavoro per molti anni, in uno stato di lotta atavica e di inimicizia assoluta. Come affermato da Vandana Shiva “Il culto della crescita illimitata è una patologia. Solo le cellule tumorali non sono in grado di smettere di crescere” (p. 279).

Inoltre per capire meglio lo spirito del libro cito la leggenda del falco giapponese riportata da Salza: “Si narra che il falco, nelle freddissime notti invernali del Giappone, catturi un passero e se lo tenga stretto fra gli artigli per scaldarsi le zampe… all’alba lo lascia andar via e guarda il volo del passero per controllarne la direzione. Per quel giorno, da quella parte, il falco non caccierà” (p 23). Poi c’è la storiella dei porcospini di Schopenhauer che è molto istruttiva (anche per riequilibrare i rapporti di coppia): “In un freddo inverno, alcuni porcospini si strinsero uno all’altro per evitare di morire di freddo. Così avvenne, ma cominciarono a pungersi l’un l’altro. Allora si allontanarono, ma ebbero di nuovo freddo. Riavvicinatisi, sentirono il male delle punture. Così rimasero indecisi tra le due sofferenze, finché trovarono una giusta distanza, per stare il meglio possibile”.

A questo punto una domanda sorge spontanea: Salza collabora con le istituzioni o è uno che sfida le autorità? Si può dire che lui adora infastidire le autorità: si ha un effetto maggiore con uno sforzo minore. Ma per fare questo occorre una grande “capacità di stare da soli per lungo tempo e anaffettività… si tira su un bel muro mentale e si osservano puntigliosamente le sofferenze degli altri uomini come se fossero quelle di una colonia di insetti” (p. 28). In realtà il più delle volte si finisce per capire meglio se stessi invece di comprendere l’altra cultura.

Infatti “Occorre camminare cinque mesi nei sandali degli altri, prima di capire se stessi” (proverbio nomade, p. 29). Comunque è sempre molto difficile avere a che fare con stranieri poveri: nessuno ammette facilmente il proprio stato di povertà e le normali difficoltà di traduzione delle lingue possono essere amplificate dalla mancanza di cultura scolastica di molti vecchi e anche dai troppi interpreti necessari per contattare le tribù indigene che hanno una lingua molto rara o particolare.

Per Salza “l’antropologo è il peggior ladro del mondo: ruba cultura”. I feroci guerrieri Afar della Dancalia etiope hanno un proverbio che esprime bene questo concetto: “Senza essere stato chiamato sei venuto; senza esserti saziato sei partito: hai sbagliato due volte” (p. 12). Non dobbiamo dimenticare che la professione di Salza è abbastanza rischiosa. Alla moglie è abituato a dire: “Scusa se non telefono, ma ho il mio bel daffare a non morire”. Quindi l’antropologia è l’unica scienza in cui l’oggetto di osservazione potrebbe non essere d’accordo sul fatto di essere osservato”. È una scienza che studia “il cervello umano, per poi scoprire che è attaccato a un corpo che si muove in un gruppo, il quale fa parte di una società all’interno di un ambiente” (p. 31).

Comunque Salza definisce la professione antropologica in un modo molto accattivante e poetica: “dovete pensare all’antropologo come a un ubriacone che, dopo aver scolato tutto lo spirito del mondo, cerchi di diventar ricco vendendo i vuoti… l’antropologia della miseria fa schifo come i soggetti che studia. Figuratevi io, che campo alle loro spalle” (p. 38).

 

Per video approfondimenti: https://www.youtube.com/watch?v=hcYUVuapuDU.

Nota relazionale – Se sei un vero uomo o una donna vera, e “Se vuoi realizzare i tuoi sogni, è meglio che giochi onestamente con gli altri. Un consiglio che è difficile seguire è dire la verità. Seconda cosa: quando sbagli chiedi scusa! Una buona scusa è formata da tre parti: “Mi dispiace“; “Era colpa mia“, “Cosa posso fare per rimediare“? La maggior parte della gente salta la terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero. L’ultima cosa è che tutti abbiamo persone o cose che non ci piacciono. Io non ho mai incontrato persone che sono totalmente cattive. Se aspetti a sufficienza, ti mostrano il loro lato buono. Non puoi affrettare la cosa, ma puoi essere paziente” (Randy Pausch).

Nota aforistica – Tra le righe di questo saggio autobiografico molto curioso e avvincente, si possono trovare molti detti popolari e pensieri interessanti, di cui riporto i più pregevoli: “I soldi non danno le felicità; figuratevi la miseria”; “Si sa solo da dove si viene, non dove si va” (proverbio africano); “Il denaro finanziario non è denaro da spendere. Con esso non si compra mai nulla. Serve a guadagnare altro denaro” (David Bazelon, 1964); La povertà è come il caldo, non puoi vederlo, puoi solo sentirlo”; “Povertà significa accettare qualunque cosa ti venga data” (donna brasiliana); “La fame è la più grande droga che esista” (Joe R. Lansdale, 2004); “La fame rende stupidi” (Ferdinando Camon) ; “Beati i senzatetto, perché vedranno il cielo” (Anonimo napoletano); “Da queste parti un animale vale più di una persona, in quanto può fornire latte a cinque o sei affamati” (pastore dell’Ogaden); “Essere donna mi ha permesso di essere un uomo migliore” (Pashe Keqi); “Una buona salute è solamente il modo più lento per morire”; “Si può diventare sapienti accumulando lontane ignoranze: l’Etnologia” (Guido Ceronetti); “Quando la memoria va a raccogliere dei rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce” (vecchio maasai); “Voi bianchi volete conoscere solo quello che già sapete”; La libertà è un dovere: il nostro potere di agire deve essere conquistato e mantenuto ogni giorno (Michael Ignatieff); “I doveri spettano solo agli altri” (Oscar Wilde); “L’unica strada che ho per uscire dalla miseria è la morte” (abitante del Malawi); “Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe” (Z. Bauman); “La moltiplicazione del credito è il suicidio involontario del capitalismo” (Salza); “I poveri pagano i loro debiti nel 98 per cento dei casi, contro il 60 per cento degli industriali” (Muhammad Yunus, Premio Nobel ideatore del microcredito); “Noi viviamo in un manicomio impazzito governato dagli internati” (Erwing Goffman); “Dato che tutta la conoscenza è neurologica, ogni scienza è necessariamente una neuroscienza, in quanto non può far altro che studiare la mente del ricercatore in una regressione infinita” (John von Neumann, matematico autore della teoria dei giochi e coideatore del computer con Alan Turing).