A proposito della crisi degli ostaggi giapponesi

06.02.2015 - Pressenza New York

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

A proposito della crisi degli ostaggi giapponesi
Il giornalista veterano Kenji Goto parla della sua esperienza di corrispondente da zone di guerra durante la visita al corso di giornalismo della Komazawa University, il 14 maggio 2014. (Foto di www.gmsjournal.com)

Di Emiko Nagano

Non ci sono parole per descrivere la tristezza, lo sconcerto e la rabbia che i giapponesi stanno provando all’indomani della crudele esecuzione degli ostaggi da parte dell’ISIS.  Per cercare di capire le ragioni per cui questo sia potuto succedere bisogna addentrarsi nell’analisi di complessi conflitti globali dai molteplici strati, mescolati a eventi storici e geopolitici ancora irrisolti. Di fronte a fatti del genere ci sentiamo incapaci di offrire una soluzione o una spiegazione plausibili. Io, cittadino comune, che conduco una vita ordinaria, come posso rispondere alla domanda cruciale, ossia cosa dovrebbe fare il Giappone?

Una delle vittime si chiamava Kenji Goto ed era un giornalista conosciuto per le sue corrispondenze da zone di  guerra. I suoi reportage non riguardavano solo i combattimenti di soldati e ribelli, ma soprattutto le persone, i cittadini comuni e la distruzione delle loro vite. Attraverso i suoi servizi giornalistici Kenji Goto rendeva i lettori testimoni delle atrocità, dando voce alle vittime senza voce e comunicando quanto fosse inutile e vuota la violenza. La ferocia non può essere giustificata e non porta a nessuna risoluzione pacifica. Al contrario, si evolve ad un livello superiore, di intensità sempre maggiore. Sempre più gente soffre, sempre più vite preziose vengono annientate e sempre più bambini subiscono situazioni crudeli, senza avere alcuna possibilità di scelta. Di fronte a questa gigantesca questione Kenji Goto aveva scelto di essere un cronista e continuare a raccontare.

Molti sostengono che il Giappone dovrebbe rivedere la sua Costituzione pacifista e permettere il coinvolgimento nei conflitti mondiali della sua forza di legittima difesa. In questo modo potrebbe condurre delle operazioni per liberare eventuali ostaggi, nel caso in cui questo problema dovesse di nuovo presentarsi. Ma questa sarebbe davvero una soluzione? Sondaggi e ricerche mostrano di continuo che la maggioranza dei giapponesi è fiera della propria Costituzione in cui è scritto: “ Non usiamo le forze armate per risolvere i conflitti”. La Costituzione del Giappone è il frutto del nostro doloroso passato e il deterrente per non ripetere mai più gli stessi errori. Costituisce il nostro impegno sincero e solido a favore della nonviolenza ed è il più potente messaggio diplomatico che il Giappone possa offrire al mondo.

Riflettendo sull’operato e sul messaggio di Kenji Goto, il paese può opporsi alla violenza, mentre ognuno di noi può contribuire a estendere i confini della pace agendo nel proprio ambiente.  Possiamo iniziare da qui.

Traduzione dall’inglese di Paola Mola

Categorie: Asia, Internazionale, Nonviolenza
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