Sicurezza e politica di stato

18.04.2014 - Noam Chomsky

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

Sicurezza e politica di stato
(Foto di Nuclear Age Peace Foundation)

Il 28 febbraio 2014 a Santa Barbara (California), il Professor Noam Chomsky ha tenuto la tredicesima conferenza annuale “Frank K. Kelly” della Nuclear Age Peace Foundation sul futuro dell’umanità.

Secondo il principio guida della teoria delle relazioni internazionali, la massima priorità degli stati è quella di assicurare la sicurezza. Secondo la visione convenzionale formulata da George Kennan, il governo è creato “per assicurare ordine e giustizia interna e per provvedere alla difesa comune”, spesso definita tutela dell’interesse nazionale. Spostandoci al presente, nell’ultimo numero della rivista National Interest uno dei principali studiosi realisti rielabora tale dottrina sostenendo che “la struttura del sistema internazionale forza i paesi preoccupati per la loro sicurezza a competere con tutte le altre potenze”, la caratteristica fondamentale della ragion di stato.

L’affermazione sembra plausibile, quasi ovvia, fino a quando non la osserviamo più da vicino e ci chiediamo: “Sicurezza per chi?” Per la popolazione in generale? Per le autorità stesse? Per l’elettorato nazionale predominante? A seconda di quello che intendiamo, la credibilità dell’affermazione varia da trascurabile a molto alta.

La difesa del potere dello Stato è senza dubbio collocata molto in alto. Questo è dimostrato dagli sforzi compiuti dagli stati per proteggersi dalla loro stessa popolazione e dal suo controllo. In un’intervista alla tv tedesca, Edward Snowden ha detto che il suo “punto di rottura” è stato “vedere il direttore della National Intelligence, James Clapper, mentire al Congresso sotto giuramento” negando l’esistenza di un programma di spionaggio nazionale. Secondo Snowden “il popolo aveva il diritto di conoscere questi programmi. Il popolo aveva il diritto di sapere ciò che il governo sta facendo in suo nome e ciò che il governo sta facendo contro la popolazione”. Daniel Ellsberg, Chelsea Manning e altre coraggiose figure che hanno agito secondo il medesimo principio democratico potrebbero dire la stessa cosa.

La posizione delle autorità è decisamente differente: il popolo non ha il diritto di sapere poiché questo minerebbe gravemente la sicurezza. Vi sono diverse buoni motivi per essere scettici riguardo a una tale risposta. La prima è che è quasi completamente prevedibile: quando l’azione di un governo viene scoperta, di riflesso questo si appella alla sicurezza. La risposta prevedibile quindi fornisce poche informazioni. La seconda ragione di scetticismo è la natura delle prove presentate. John Mearsheimer, studioso di relazioni internazionali, scrive che “l’amministrazione Obama non a caso inizialmente sosteneva che lo spionaggio da parte della NSA aveva ricoperto un ruolo chiave nello sventare cinquantaquattro complotti terroristici contro gli Stati Uniti, sostenendo che violasse il Quarto Emendamento per validi motivi. Questa però era una bugia. Il Generale Keith Alexander, direttore della NSA, alla fine ha ammesso davanti al Congresso che poteva esibire un solo successo, ossia la cattura di un immigrato somalo e di tre suoi complici residenti a San Diego, che avevano spedito 8.500 dollari a un gruppo terroristico in Somalia.” Questa è stata la conclusione della Commissione per la Privacy costituita dal governo per indagare sui programmi della NSA, con ampio accesso a materiali confidenziali e a funzionari della sicurezza.

C’è, ovviamente, un senso in cui la sicurezza viene minacciata da un pubblico ben informato: la sicurezza del potere statale di non venire smascherato. L’idea di base è stata ben espressa da Samuel Huntington, Professore di Scienze del governo ad Harvard: “Gli architetti del potere negli Stati Uniti devono creare una forza che può essere percepita ma non vista… Il potere si mantiene forte quando resta nell’ombra; esposto alla luce del sole comincia a evaporare.” Negli USA come da ogni altra parte, gli architetti del potere lo capiscono molto bene. Coloro che hanno lavorato sull’enorme massa di documenti desecretati non possono fare a meno di notare come la principale preoccupazione sia spesso la tutela delle autorità dalla propria popolazione, non la sicurezza nazionale in qualunque modo significativo.

Spesso la segretezza è motivata dal bisogno di garantire la sicurezza di potenti settori interni. Un esempio costante è l’errata definizione di “accordi di libero scambio”, che in realtà violano radicalmente i principi del libero scambio e in sostanza non riguardano il commercio, ma piuttosto i diritti degli investitori; di certo poi non sono accordi, se le persone fanno parte dei loro paesi. Questi strumenti sono in genere negoziati in segreto, come l’attuale Accordo Strategico Transpacifico di Cooperazione Economica (TPP). Non del tutto in segreto, ovviamente. Non sono un segreto per le centinaia di lobbisti e avvocati aziendali impegnati a redigere le disposizioni dettagliate, con un impatto facile da indovinare, in effetti mostrato dalle poche parti che hanno raggiunto il pubblico grazie a Wikileaks. Come Joseph Stiglitz giustamente conclude, con l’ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America (USTR) “che rappresenta gli interessi delle imprese” e non quelli delle persone, “la probabilità che ciò che emerga dai prossimi negoziati aiuti gli interessi degli americani medi è scarsa; la prospettiva per i cittadini comuni di altri paesi è ancora più sconfortante”.

La sicurezza dell’elettorato nazionale dominante, soprattutto del settore aziendale, è una normale preoccupazione delle politiche governative, cosa tutt’altro che sorprendente, dato il suo ruolo di elaborazione di tali politiche. Gli esempi sono fin troppo numerosi. La priorità concessa alla tutela del potere privato rispetto a quello della popolazione generale è spesso assoluta. Per citare un solo esempio di notevole valore attuale, nel 1959 il governo iniziò un programma di 14 anni per esaurire le riserve nazionali di petrolio a beneficio dei produttori texani (e di qualche funzionario governativo). John Blair, che in seguito diresse l’indagine ufficiale sugli atti illeciti compiuti dalla corporazione stato-energia, concluse che l’accordo aveva avuto “l’effetto a lungo termine di ridurre gravemente le riserve [di petrolio] della nazione [e imporre un] sostanziale onere sui consumatori, stimato da Adelman [esperto di petrolio del MIT] nei primi anni Sessanta a 4 milioni di dollari all’anno”. Ovvero, trivellare il terreno per poi riempirlo di petrolio importato come riserva strategica. Adelman, che conosceva bene le udienze congressuali su questi temi, le descrisse ad una commissione del Senato come “superficiali”, senza alcun riguardo per la sicurezza nazionale, il presunto motivo di tale programma. La protezione dei ricchi e dei potenti prevale facilmente sulla sicurezza nazionale – la sicurezza per la nazione.

Adesso sta accadendo qualcosa di simile; su questo tornerò in seguito.

Ci sono stati interessanti casi di conflitto tra queste due preoccupazioni primarie del governo: la sicurezza del potere dello stato e la sicurezza degli interessi dell’elettorato nazionale maggioritario. Cuba è un esempio. Per 50 anni gli Stati Uniti hanno condotto una dura guerra economica contro di essa e per la maggior parte di questo tempo anche una sanguinaria e distruttiva guerra terroristica. Da quando, quarant’anni fa, sono stati introdotti i sondaggi, la maggioranza ha sostenuto la normalizzazione delle relazioni con Cuba, ma ignorare l’opinione pubblica è una pratica normale. Dato ancora più interessante, anche potenti settori interni come le attività agro-industriali, l’industria farmaceutica e quella energetica erano interessati a normalizzare i rapporti con Cuba; è raro che i loro interessi vengano ignorati, ma in questo caso ha prevalso un interesse di stato. Documenti interni dei primi anni Sessanta rivelano che la minaccia principale rappresentata da Cuba era la sua “riuscita sfida” alle politiche USA fin dalla Dottrina Monroe – non una questione banale in quanto, come veniva apertamente riconosciuto, una tale insubordinazione poteva incoraggiare altri a fare lo stesso, demolendo il sistema di potere concepito dalla Dottrina e in seguito messo in pratica. Forse non si dovrebbe sottovalutare la rabbia suscitata dal fallimento dell’invasione alla Baia dei Porci.

Un altro esempio è l’Iran. È probabile che le industrie energetiche statunitensi e altri sarebbero ben contenti di avere accesso alle risorse e ai mercati iraniani, ma gli interessi di stato non vanno in questa direzione  – e  non per la prima volta. Nel 1953, dopo il colpo di stato militare ispirato dagli USA che rovesciò la democrazia iraniana e installò lo Scià, Eisenhower ordinò che le corporazioni statunitensi rilevassero il 40% delle concessioni petrolifere britanniche. Per motivi di profitto a breve termine, i giganti dell’energia erano riluttanti, ma le minacce del governo li costrinsero a piegarsi.

In casi come questi si potrebbe certamente obiettare che lo stato è preoccupato degli interessi a lungo termine del settore imprenditoriale, a differenza dei meschini timori dei suoi dirigenti. Tuttavia, gli occasionali casi di conflitto tra la preoccupazione per la sicurezza dello stato e la preoccupazione per le imprese sono di un certo interesse.

Al contrario, vi sono solide prove che la sicurezza della popolazione – “la sicurezza nazionale”, come il termine si dovrebbe intendere – non è un’alta priorità per le politiche governative. Tra gli esempi attuali si possono citare la campagna globale di terrore che Obama sta sostenendo con grande entusiasmo e la “guerra al terrorismo” dichiarata da Reagan nel 1981 e ripresa da Bush vent’ anni dopo. Questo vale anche per la pianificazione strategica, soprattutto nel caso del nucleare, in una misura spesso non riconosciuta.

Diamo un’occhiata ad alcuni casi. Prendiamo per esempio l’assassinio di Osama Bin Laden. Il presidente Obama lo ha menzionato con orgoglio lo scorso maggio in un importante discorso sulla sicurezza nazionale, ampiamente ripreso dai mass media, ma è stato ignorato un paragrafo fondamentale.

Obama ha elogiato l’operazione, ma ha aggiunto che non può essere la norma. Il motivo, ha detto, è che i rischi “erano immensi”. I SEAL (le forze speciali d’elite della Marina americana, n.d.T.) potevano essere “coinvolti in uno scontro a fuoco prolungato”; per fortuna non è andata così, ma “abbiamo pagato un alto prezzo riguardo ai nostri rapporti con il Pakistan e la ripercussione dell’invasione del paese sulla popolazione pakistana è stata forte”.

Aggiungiamo adesso alcuni dettagli: in caso di cattura, i SEAL avevano l’ordine di combattere per liberarsi. Se fossero rimasti “coinvolti in uno scontro a fuoco prolungato” non sarebbero stati abbandonati al loro destino, anzi, l’intera forza armata statunitense sarebbe stata usata per liberarli. Il Pakistan ha un esercito forte, ben addestrato e deciso a proteggere la sovranità nazionale. Possiede inoltre armi nucleari e gli specialisti pakistani sono preoccupati della penetrazione di jihadisti nel loro sistema di sicurezza. Non è un segreto inoltre che la popolazione è stata inasprita e radicalizzata dalla campagna di terrore con i droni e da altre politiche USA.

Mentre i SEAL erano ancora nella zona dove si trovava Bin Laden, il capo di stato maggiore pakistano Kayani venne informato dell’invasione e ordinò “di affrontare ogni aeromobile non identificato”, pensando che provenisse dall’India. Intanto a Kabul, il Generale Petraeus comandò “agli aerei da guerra statunitensi di reagire” se i pakistani “avessero interferito con i loro jet da guerra”. Come ha detto Obama, per fortuna non è accaduto il peggio, cosa che poteva essere abbastanza spiacevole. In ogni caso i rischi sono stato affrontati senza un’evidente preoccupazione, o un commento successivo.

Ci sarebbe ancora molto da dire riguardo a questa operazione e al suo immenso costo per il Pakistan, ma esaminiamo piuttosto da vicino l’interesse per la sicurezza in generale, iniziando con quella dal terrore, per poi focalizzarci sulla più importante questione della difesa dalla distruzione istantanea causata dalle armi nucleari.

Il programma di assassinio globale di Obama, fino ad oggi la più grande campagna terroristica al mondo, è anche una campagna che genera terrorismo. È un’idea comune, al più alto livello, che “per ogni persona innocente che uccidi, crei dieci nuovi nemici,” come sostiene il generale McChrystal. Il concetto di “persona innocente”, oggi comune nel dibattito USA, ci dice quanto ci siamo evoluti negli ultimi 800 anni, dalla Magna Carta, che stabiliva il principio di presunta innocenza, un tempo considerato la base della legge anglo-americana. Quella è storia antica. Oggi, la parola “colpevole” significa “scelto per essere assassinato dal presidente Obama,” e “innocente” significa “non ancora designato per quello status”.

Pochi giorni dopo l’attentato alla maratona di Boston, Obama ordinò un attacco in un remoto villaggio dello Yemen. Veniamo di rado a conoscenza di tali crimini, ma un ragazzo del villaggio si trovava negli Stati Uniti e testimoniò riguardo all’operazione di fronte ad una commissione del Senato. Sostenne che per anni i jihadisti avevano tentato di incitare gli abitanti del paese contro gli Stati Uniti, senza ottenere risultati. Sapevano solo quello che il giovane gli aveva raccontato, un quadro positivo, visto che ciò che aveva trovato negli Stati Uniti gli era piaciuto. Un solo omicidio compiuto nel villaggio da un drone, uccidendo una persona che a suo parere si poteva facilmente catturare, ha giustificato la propaganda jihadista, forse aiutando ancora una volta ad ingrossare i ranghi delle reti terroriste proliferate sotto la “guerra al terrorismo”.

Se le cose stanno così, non ci sarebbe alcuna novità. La Brookings Institution ha appena pubblicato uno studio antropologico sulle società tribali scritto da Akbar Ahmed, che ha ricevuto un’ottima accoglienza.  Il sottotitolo dice: “Come la guerra americana al terrorismo è diventata una guerra globale all’Islam tribale”. Questa guerra globale fa pressione sui repressivi governi centrali, spingendoli a intraprendere sanguinosi e distruttivi assalti contro i nemici tribali di Washington. La guerra, avverte Ahmed, può portare all’estinzione una forma di società tradizionale, quella delle tribù, con gravi conseguenze anche per i responsabili, come abbiamo visto in Pakistan, in Yemen e altrove. E anche per gli americani. Le culture tribali, evidenzia Ahmed, si basano sull’onore e sulla vendetta: “Ogni atto di violenza provoca in queste società un contrattacco: più forte è l’attacco ai membri della tribù, più il contrattacco sarà feroce e sanguinario”.

Nel frattempo stiamo sviluppando la tecnologia per facilitare un terrore di cui noi stessi saremo il bersaglio. Nella principale rivista britannica di affari internazionali, David Hastings Dunn dimostra come i droni sempre più sofisticati che stiamo progettando siano un’arma perfetta per i gruppi terroristici, che li riconoscono come  “l’espressione finale di un asimmetrico conflitto paradossalmente simmetrico”. Sono economici, facili da ottenere e in generale “possiedono diverse qualità che, combinate, ne fanno potenzialmente lo strumento ideale per l’attacco terroristico del ventunesimo secolo”, come spiega in dettaglio Dunn e come potremmo scoprire negli anni a venire.

Il senatore Adlai Stevenson III, riferendosi ai suoi molti anni di servizio nella commissione del Senato sull’intelligence, scrive che “la cyber sorveglianza e la raccolta di metadati fanno parte della continua reazione all’11 settembre, con pochi terroristi da esibire, se non addirittura nessuno e una condanna quasi universale. Gli Stati Uniti vengono visti come un paese che combatte l’Islam, sia gli sciiti che i sunniti, sul terreno con i droni e per procura in Palestina, dal Golfo Persico all’Asia Centrale. La Germania e il Brasile sono sdegnati delle nostre intromissioni e queste che cosa hanno provocato?”

La risposta è che hanno provocato una crescente minaccia terroristica e un isolamento internazionale. Stevenson ha pienamente ragione riguardo alla “condanna quasi universale”. L’ex capo della CIA Michael Hayden ha ammesso di recente che “al momento non c’è un solo governo sul pianeta che sia d’accordo con la logica giuridica dietro a queste operazioni, eccetto l’Afghanistan e forse Israele”. E probabilmente si sbaglia riguardo all’Afghanistan.

Le conclusioni di Hayden si riflettono in un sondaggio di WIN/Gallup International pubblicato a dicembre sulla domanda: “Quale paese pensi sia oggi la più grande minaccia per la pace nel mondo?” Gli USA erano di gran lunga in testa, con tre volte più voti del Pakistan, il secondo classificato, una posizione ingigantita dal voto indiano. L’opinione pubblica rigetta nettamente l’ossessione nazionale che l’Iran costituisca la più grave minaccia alla pace mondiale. Ed è un’ossessione che quasi nessun altro condivide.

Il sondaggio non è stato riportato dai media statunitensi tradizionali. Ciò che gli americani dovrebbero credere è che “per generazioni, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo unico di ancora per la sicurezza globale e di difensori dei diritti umani”, come il presidente Obama ha dichiarato mentre le sue bombe piovevano sulla Libia, violando la Risoluzione 1973 adottata nel marzo 2011 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questa richiedeva un “cessate il fuoco immediato” e azioni per proteggere i civili – compresi gli abitanti di aree ridotte al livello di Grozny dalle bombe NATO, secondo quanto riferito dalla stampa occidentale. Se la maggior parte del mondo disapprova l’immagine di noi stessi che preferiamo, possiamo allegramente ignorarlo o condannarlo per la sua arretratezza.

Inoltre non vi è praticamente alcun riconoscimento dell’ampia votazione occidentale che mostra come nel mondo arabo l’Iran sia impopolare, ma non venga per questo considerato un pericolo dalle popolazioni, che nella stragrande maggioranza ritengono gli USA e Israele le maggiori minacce che si trovano di fronte. In questo caso, quello che gli americani dovrebbero credere è che gli arabi appoggiano la posizione USA nei riguardi dell’Iran. Questo è vero, se seguiamo la pratica standard di limitare la nostra attenzione ai dittatori amici, ignorando le popolazioni, un’interessante dimostrazione degli atteggiamenti elitari nei riguardi della democrazia.

Le campagne di omicidi dei droni sono uno strumento con il quale la politica di stato mette consapevolmente a repentaglio la sicurezza. Lo stesso vale per le sanguinose operazioni delle forze speciali, per altre politiche del tipo menzionato da Stevenson e per l’invasione dell’Iraq, che ha segnato un enorme aumento del terrorismo in Occidente, confermando le previsioni dell’intelligence britannica e americana.  Guidati da una diversa concezione della sicurezza, i pianificatori non si sono curati di questo aspetto.

Neanche la distruzione istantanea causata dalle armi nucleari è mai stata una preoccupazione prioritaria delle autorità statali, come rivelano i documenti. Consideriamo ancora alcuni esempi, partendo dai primi anni dell’era atomica. A quel tempo gli USA godevano di una potenza preponderante e di una notevole sicurezza: controllavano l’emisfero, tutti e due gli oceani e le zone che vi si affacciavano. Esisteva comunque una minaccia potenziale: i missili balistici intercontinentali con testate nucleari. Nella sua esauriente analisi delle politiche nucleari, basata su fonti di alto livello, McGeorge Bundy scrive che “lo sviluppo tempestivo dei missili balistici durante l’amministrazione Eisenhower costituisce uno dei migliori risultati di quegli otto anni. Bisogna però riconoscere che il pericolo nucleare per gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica oggi potrebbe essere decisamente minore se quei missili non fossero mai stati costruiti.” Aggiunge poi un eloquente commento: “Non sono a conoscenza di alcuna seria proposta, all’interno o all’esterno di entrambi i governi, per bandire in qualche modo i missili balistici attraverso un accordo”. In sostanza, pare che non si sia nemmeno provato a prevenire l’unica seria minaccia per gli USA, quella della distruzione totale.

Era possibile prevenirla? Difficile affermarlo con sicurezza. Forse si è presentata qualche opportunità, ma il clima di incredibile isteria di quel periodo impediva di scorgerla. Ed era davvero incredibile. La retorica di alcuni documenti come il NSC-68 (un rapporto top secret dell’intelligence americana dell’aprile 1950, che portò a un aumento degli investimenti militari in funzione anti-sovietica, n.d.T.) è abbastanza scioccante, anche senza considerare l’ordine di Acheson, segretario di stato di Truman,  di essere “più chiari della verità”. Un’indicazione di possibili opportunità è la straordinaria proposta avanzata da Stalin nel 1952: la Germania avrebbe potuto riunificarsi con elezioni libere, a condizione di non partecipare ad alleanze militari ostili. Non si tratta certo di una condizione esagerata, alla luce della storia dello scorso mezzo secolo.

La proposta di Stalin fu presa sul serio solo dallo stimato commentatore politico James Warburg, ma per il resto venne perlopiù ignorata o ridicolizzata. Dottrine recenti hanno iniziato ad adottare una visione diversa. Lo studioso Adam Ulam, ferocemente anti-sovietico, considera la validità della proposta di Stalin un “mistero irrisolto”. Senza pensarci su due volte Washington ha respinto l’iniziativa di Mosca, scrive, su basi “decisamente poco convincenti,” lasciando aperta “la domanda principale”: “Stalin era davvero disposto a sacrificare la neonata Repubblica Democratica Tedesca sull’altare della vera democrazia”, con conseguenze per la pace nel mondo e per la sicurezza americana che potevano essere enormi? L’illustre studioso della guerra fredda Melvyn Leffler, riesaminando una recente ricerca negli archivi sovietici, osserva che molti studiosi furono sorpresi di scoprire che “Lavrentij Beria – il sinistro e brutale capo della polizia segreta – propose che il Cremlino offrisse all’Occidente un accordo per l’unificazione e la neutralizzazione della Germania”, concordando “di sacrificare il regime comunista nella Germania Est per ridurre le tensioni tra est e ovest” e migliorare le condizioni politiche ed economiche nazionali in Russia – opportunità che furono sprecate per assicurare la partecipazione tedesca alla NATO. In queste circostanze, non è impossibile che si potesse arrivare ad accordi in grado di proteggere la sicurezza della popolazione dalla più grave minaccia all’orizzonte. A quanto pare però questa possibilità non fu neanche presa in considerazione, un altro segnale di come la vera sicurezza giochi un ruolo irrilevante nelle politiche di stato.

Questo è emerso di nuovo negli anni seguenti. Quando Nikita Krusciov assunse la carica di segretario del Partito Comunista sovietico, si rese conto che la Russia non poteva competere militarmente con gli USA, il paese più ricco e potente della storia, dotato di vantaggi impareggiabili. Per superare l’arretratezza economica russa e gli effetti devastanti della guerra, sarebbe stato quindi necessario invertire la corsa agli armamenti:  Krusciov propose perciò una netta riduzione reciproca delle armi offensive. L’amministrazione Kennedy, insediata da poco, prese in considerazione l’offerta e la respinse, puntando invece a una rapida espansione militare. Secondo il defunto Kenneth Waltz, sostenuto da altri analisti strategici legati all’intelligence statunitense, all’amministrazione Kennedy “si deve la crescita più significativa delle spese militari strategiche e convenzionali in tempo di pace che il mondo abbia mai visto… nonostante allo stesso tempo Krusciov stesse cercando di portare a termine una considerevole riduzione delle forze convenzionali e di seguire una strategia di deterrenza minima. E lo abbiamo fatto anche se l’equilibrio delle armi strategiche favoriva in modo netto gli Stati Uniti”. Ancora una volta si danneggia la sicurezza nazionale e si accresce il potere dello stato.

La reazione sovietica fu di piazzare missili a Cuba nell’ottobre del 1962, una mossa motivata anche dalla campagna terroristica di Kennedy contro Cuba, con un’invasione pianificata per quel mese, un piano di cui Russia e Cuba erano probabilmente venute a conoscenza. Questo portò il mondo al “più pericoloso momento della storia,” secondo le parole di Arthur Schlesinger. Al culmine della crisi, a fine ottobre, Kennedy ricevette una lettera segreta da Krusciov con l’offerta di chiudere la questione con un ritiro pubblico e simultaneo dei missili russi da Cuba e dei missili statunitensi Jupiter dalla Turchia.  Questi ultimi erano obsoleti, tanto che si era già deciso di ritirarli per sostituirli con i ben più letali sottomarini Polaris. Kennedy valutò che se avesse rifiutato, la probabilità di una guerra nucleare sarebbe stata tra il 30 e il 50% – una guerra che avrebbe distrutto l’emisfero settentrionale, secondo l’avvertimento di Eisenhower. Kennedy rifiutò. È difficile pensare a una decisione più orrenda nella storia. Peggio ancora, questi viene elogiato per il sangue freddo e la saggezza di statista dimostrati in quell’occasione.

Dieci anni dopo, Henry Kissinger proclamò un allarme nucleare negli ultimi giorni della guerra arabo-israeliana del 1973. Il fine era di convincere i russi a non interferire con le sue delicate manovre diplomatiche, volte ad assicurare una vittoria israeliana, ma limitata, così che gli Stati Uniti potessero mantenere il controllo unilaterale della regione. E le manovre  erano davvero delicate. Gli USA e la Russia avevano imposto in modo congiunto un cessate il fuoco, ma Kissinger informò in segreto Israele che poteva ignorarlo. Da qui il bisogno dell’allarme nucleare per intimidire i russi. Come al solito la sicurezza della popolazione non aveva alcuna importanza.

Dieci anni dopo, in un momento molto teso, l’amministrazione Reagan avviò operazioni per sondare le difese aeree russe, simulando attacchi aerei e navali e un’allerta nucleare di livello Defcon1. I missili strategici Pershing II erano stati installati in Europa. Reagan annunciò l’Iniziativa di Difesa Strategica (SDI), che i russi considerarono un’arma efficace al primo colpo, una classica interpretazione di difesa missilistica. E altre tensioni stavano crescendo. Naturalmente queste azioni provocarono un grande allarme in Russia, che a differenza degli Stati Uniti era decisamente vulnerabile ed era stata più volte invasa e quasi distrutta. Nel 1983 questo portò al diffuso timore che scoppiasse una guerra. Documenti da poco pubblicati rivelano che il pericolo era ancora più grave di quanto gli storici credessero. Un recente studio della CIA intitolato “The War Scare Was for Real” (La paura della guerra era reale) conclude che l’intelligence statunitense aveva forse sottovalutato le preoccupazioni dei russi e la minaccia di un loro attacco nucleare preventivo. Le esercitazioni “diventarono quasi un preludio a un attacco nucleare preventivo”, secondo un rapporto apparso in un numero recente del Journal of Strategic Studies.

Secondo un servizio della BBC dello scorso settembre la situazione in realtà era ancora più pericolosa: proprio nel mezzo di questi drammatici sviluppi, i sistemi di preallarme della Russia rilevarono un missile in arrivo lanciato dagli Stati Uniti, inviando un allarme dei più alti livelli. Il protocollo per l’esercito sovietico era di rispondere con un altro attacco nucleare. L’ufficiale in servizio, Stanislav Petrov, decise di disubbidire agli ordini e non riferì l’allarme ai suoi superiori. Ricevette un rimprovero ufficiale, ma grazie alla sua disubbidienza oggi siamo vivi per parlarne.

La sicurezza della popolazione non era una priorità nell’agenda di Reagan e nemmeno in quella dei suoi predecessori. Le cose sono continuate così fino a oggi, senza contare i numerosi e quasi catastrofici incidenti, riesaminati in un agghiacciante nuovo libro di Eric Schlosser. È difficile contestare la conclusione dell’ultimo comandante dello Strategic Air Command, il generale Lee Butler, secondo cui siamo sopravvissuti all’era nucleare “grazie a una qualche combinazione di abilità, fortuna e intervento divino, quest’ultimo, sospetto, in proporzione maggiore delle altre due”.

Il generale Butler descrive il piano strategico USA del 1960 per un attacco totale automatico come “il documento più assurdo e irresponsabile che io abbia mai esaminato in vita mia”, con la possibile eccezione della sua probabile controparte sovietica. Un altro concorrente può essere la normale e serena accettazione delle minacce alla sopravvivenza, quasi troppo incredibile per essere resa a parole.

Le parole però sono là per essere lette, dalle farneticazioni quasi isteriche del NSC-68 – e coloro che pensano che questa sia un’esagerazione potrebbero leggere questo significativo documento – fino al presente. Le parole appaiono nero su bianco anche nei documenti di alto livello che delineano la dottrina strategica USA, come ad esempio un importante studio dello Strategic Command di Clinton (STRATCOM), responsabile delle armi nucleari, intitolato Essentials of Post-Cold War Deterrence  (Elementi essenziali del post-guerra fredda). Questo studio è stato pubblicato molti anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica e mentre gli USA stavano espandendo la NATO verso est, violando le promesse fatte a Gorbachev quando aveva acconsentito all’unificazione della Germania nell’ambito della NATO.

Lo studio riguarda “il ruolo delle armi nucleari nell’era post guerra fredda”. Una conclusione fondamentale è che gli USA devono mantenere il diritto al primo attacco, anche contro stati non-nucleari. Inoltre, le armi nucleari devono essere sempre disponibili, a portata di mano, poiché “gettano un’ombra su ogni crisi o conflitto”. Vanno usate costantemente, così come si usa una pistola prendendo la mira, ma senza sparare durante una rapina in un negozio, un punto che Dan Ellberg ha più volte sottolineato. STRATCOM continua avvisando che “chi pianifica non dovrebbe essere troppo razionale nel determinare…  ciò che l’avversario valuta di più”. Tutto questo deve diventare un bersaglio. “Non dobbiamo dipingerci come troppo logici e razionali… Il fatto che gli USA potrebbero diventare irrazionali e vendicativi se i loro interessi vitali venissero colpiti dovrebbe diventare parte dell’immagine nazionale che presentiamo”. È “vantaggioso [per la nostra posizione strategica] se alcuni elementi possano apparire potenzialmente ‘fuori controllo’”, rappresentando quindi una minaccia costante di attacco nucleare – una grave violazione dello statuto ONU, se a qualcuno dovesse interessare.

Qui non si ritrova granché delle affermazioni di George Kennan sull’ordine, la giustizia o la difesa comune e nemmeno sull’obbligo di rispettare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e compiere sforzi “in buona fede” per eliminare questo flagello dalla Terra. Ciò che riecheggia, piuttosto, è un adattamento del famoso distico di Hilaire Belloc sulla mitragliatrice Gatling: “Comunque vada, noi abbiano la bomba atomica e loro no” – per citare il grande storico africano Chinweizu.

I piani per il futuro non sono affatto promettenti. L’ufficio di bilancio del Congresso ha riportato in dicembre che l’arsenale nucleare statunitense costerà 350 miliardi di dollari nel prossimo decennio, con costi di modernizzazione quadruplicati dal 2024 al 2030. Secondo uno studio del Centro di Non proliferazione del Monterey Institute of International Studies gli USA spenderanno 1 trilione di dollari per l’arsenale nucleare nei prossimi 30 anni, una percentuale del budget militare “paragonabile alla spesa per l’acquisto di nuovi sistemi strategici negli anni Ottanta sotto il presidente Ronald Reagan”. E ovviamente gli USA non sono soli. Come ha osservato il generale Butler, è quasi un miracolo che finora siamo sfuggiti alla distruzione. Più a lungo sfidiamo la sorte, meno possiamo sperare in un intervento divino per perpetuare il miracolo.

Nel caso delle armi nucleari, almeno sappiamo fin dall’inizio come sconfiggere questa minacciosa catastrofe, ma c’è un altro grave pericolo che getta la sua ombra su ogni visione del futuro: il disastro ambientale. In questo caso la via di fuga non è così chiara, sebbene più a lungo rimandiamo, più grave diventa la minaccia – e non in un futuro lontano. L’impegno dei governi per la sicurezza dei loro popoli è dunque ben dimostrato dal modo in cui affrontano questo problema.

C’è ora un maggiore entusiasmo negli Stati Uniti per i “100 anni di indipendenza energetica” poiché siamo diventati “L’Arabia Saudita del prossimo secolo” – molto probabilmente l’ultimo secolo della civiltà umana se le politiche attuali continuano. Si potrebbe addirittura considerare il discorso di due anni fa di Obama un’eloquente campana a morto per la specie. Il presidente proclamò con orgoglio, ricevendo grandi applausi, che “ora, sotto la mia amministrazione, l’America sta producendo più petrolio che in qualsiasi altro periodo degli ultimi otto anni. E’ importante saperlo. Negli ultimi tre anni, ho ordinato alla mia amministrazione di aprire milioni di acri all’esplorazione di gas e petrolio in 23 stati differenti. Più del 75% delle nostri potenziali risorse di greggio si trova ora in alto mare. Abbiamo quadruplicato il numero di trivelle operanti ad altezze record. Abbiamo costruito nuovi gasdotti e oleodotti, sufficienti a circondare la Terra e oltre”.

Gli applausi dicono anche qualcosa riguardo all’impegno del governo per la sicurezza. Il presidente stava parlando a Cushing, Oklahoma, una “città petrolifera” come lui stesso aveva annunciato nel salutare il suo pubblico riconoscente. In realtà LA città petrolifera, descritta come “il più importante centro di scambio di petrolio greggio in America del Nord”. E i profitti delle industrie saranno di certo protetti, poiché “produrre più petrolio e gas qui a casa” continuerà ad essere “una parte fondamentale” della strategia energetica delineata dal presidente.

Quello che sta accadendo ricorda i programmi che ho descritto in precedenza –  esaurire il petrolio nazionale a vantaggio dei produttori texani, invece di usare il meno costoso petrolio saudita, a scapito della sicurezza nazionale. Lo stesso vale anche oggi. La protezione della nazione esigerebbe di lasciare il petrolio nella terra, per accedervi, se necessario, se le risorse straniere al momento disponibili fossero in qualche modo bloccate. In questo caso però le minacce alla vera sicurezza sono molto più serie.

Riassumendo, c’è un senso nel quale la sicurezza è senza dubbio un’alta priorità per i pianificatori del governo: la sicurezza del potere dello stato e del suo elettorato principale, il potere privato concentrato. Tutto ciò comporta che il sistema vada protetto dal controllo pubblico. In questi termini tutto ha un senso abbastanza razionale, anche la logica del suicidio collettivo.

Ammesso che l’opinione pubblica permetta che tutto ciò continui. Questo è sempre il punto fondamentale.

Traduzione dall’inglese di Cecilia Benedetti

 

 

Categorie: Internazionale, Opinioni, Politica
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