Le virtù semplici

08.02.2014 - Z-net Italy

di Noam Chomsky e Al McKay

Noam Chomsky è nato il 7 dicembre 1927 a Filadelfia, Pennsylvania. Ha conseguito il dottorato in linguistica nel 1955 all’Università della Pennsylvania. Dal 1951 al 1955 è stato Junior Fellow della Harvard University Society of Fellows[la ‘società’ raccoglie “un gruppo di studiosi scelti all’inizio della loro carriera per il loro straordinario potenziale cui sono assicurate particolari opportunità accademiche e intellettuali al fine promuovere la loro crescita individuale e la loro collaborazione intellettuale”. I membri giovani (Junior Fellows) sono scelti dai membri anziani in base al loro potenziale … e sono generosamente finanziati per tre anni per condurre ricerche indipendenti … senza necessità di titoli formali – n.d.t.]. Le principali idee della sua tesi di dottorato sono apparse nella monografia ‘Syntactic Structure’ [Struttura sintattica] nel 1957. Essa ha fatto parte di un’opera più estesa, ‘The Logical Structure of Linguistic Theory’ [La struttura logica della teoria linguistica], fatta circolare ciclostilata nel 1955 e pubblicata nel 1975. Chomsky si è unito al personale del Massachusetts Institute of Technology nel 1955 e nel 1961 è stato nominato professore ordinario. Nel 1976 è stato nominato ‘Institute Professor’[titolo che in parte è onorifico, riconoscendo i meriti scientifici dell’assegnatario, e in parte ha rilevante significato pratico consentendo al titolare una “speciale libertà nel definire la portata e la natura delle proprie responsabilità” – n.d.t.] della Facoltà di Linguistica e Filosofia.   

Chomsky ha tenuto conferenze in molte università negli USA e all’estero e ha ricevuto numerosi titoli onorifici e premi. Ha scritto e parlato diffusamente su linguistica, filosofia, storia intellettuale, temi contemporanei, affari internazionali e politica estera statunitense. Tra i suoi libri più recenti: New Horizons in the Study of Language and Mind [Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e della mente]; On Nature and Language [Natura e linguaggio]; The Essential Chomsky [Scritti scelti]; Hopes and Prospects [Speranze e prospettive]; Gaza in Crisis [Gaza in crisi] ; How the World Works [Come funziona il mondo]; 9-11: Was There an Alternative? [11 settembre: esisteva un’alternativa?]; Making the Future: Occupations, Interventions, Empire, and Resistance [Costruire il futuro: occupazioni, interventi, impero e resistenza]; The Science of Language [La scienza del linguaggio]; Peace with Justice: Noam Chomsky in Australia [Pace con giustizia: Noam Chomsky in Australia]; Power Systems [Sistemi di potere]; e On Western Terrorism: From Hiroshima to Drone Warfare (with Andre Vltchek) [Terrorismo occidentale: da Hiroshima alla guerra dei droni (con Andre Vltchek].

In questa intervista il professor Chomsky parla della recente scomparsa di Nelson Mandela, dell’accordo P5+1 con l’Iran, della crisi siriana, del suo recente dibattito con Zizek e di altro.

Com’è cambiato nel tempo il modo in cui lei interpreta il mondo e che cosa (o chi) ha determinato le svolte più significative nel suo pensiero?

E’ sicuramente cambiato. Ho imparato molto di più riguardo al passato e gli eventi in corso aggiungono regolarmente nuovo materiale. Non sono in grado, in realtà, di identificare singoli eventi o persone. E’ qualcosa di cumulativo, un processo costante di ripensamento alla luce di nuove informazioni e di una maggior valutazione di ciò che in precedenza non avevo compreso correttamente.

La reazione generale sia di politici sia di media tutto il mondo alla scomparsa di Nelson Mandela è stata una riflessione molto positiva sulla sua vita. Tuttavia alcuni, lei compreso, hanno segnalato che era rimasto sulla lista statunitense dei terroristi sino al 2008. Che cosa pensa ci dica questo a proposito dell’atteggiamento che gli USA hanno nei confronti di coloro che considerano terroristi?

La lista dei terroristi è uno scandalo che non dovrebbe essere tollerato. E’ creata per decisione dell’esecutivo, senza appello, e riflette gli umori dell’esecutivo. Mandela è un caso particolarmente straordinario. Nel 1988 l’amministrazione Reagan, forse l’ultimo bastione a sostegno dello stato dell’apartheid, dichiarò che l’ANC di Mandela era uno dei “più famigerati” gruppi terroristici del mondo. Era un periodo in cui Reagan stava appoggiando organizzazioni terroristiche malvage in Africa e sosteneva anche le aggressioni e il terrorismo del Sudafrica, per non citare quello che stava succedendo all’interno del paese. In occasione del suo rilascio dal carcere Mandela espresse la sua grande gratitudine a Cuba per il suo considerevole ruolo nel proteggere l’Angola dall’aggressione sudafricana, costringendo il Sudafrica a lasciare la Namibia illegalmente occupata e contribuendo in misura importante a por fine all’apartheid. C’è voluta una legge speciale nel 2008 per cancellare Mandela dalla lista dei terroristi. Non è l’unico caso scandaloso. Nel 1982, quando i reaganiani volevano appoggiare l’attacco omicida dell’Iraq contro l’Iran, Saddam fu tolto dalla lista dei terroristi, preparando il terreno alla famosa stretta di mano di Donald Rumsfeld con l’amico Saddam e l’esteso appoggio garantitogli, che proseguì anche dopo la capitolazione dell’Iran. George H.W.Bush si spinse sino a invitare ingegneri nucleari iraniani negli Stati Uniti per un addestramento avanzato alla produzione di armamenti. Nella lista restò un vuoto quando Saddam ne fu tolto. Fu riempito da Cuba, forse in riconoscimento del fatto che, negli anni precedenti, Cuba era stata il principale bersaglio del terrorismo internazionale, con base a Miami, a parte il ruolo diretto degli Stati Uniti risalente ai gravissimi attacchi terroristici di John Fitzgerald Kennedy.

Recentemente è ricorso il cinquantesimo anniversario dell’assassinio di John F. Kennedy e gli sono stati tributati grandi elogi da leader politici e media. A cosa attribuisce la popolarità di Kennedy oggi?

Kennedy fu molto popolare anche all’epoca, particolarmente tra gli intellettuali, abbagliati dalle glorie di Camelot. L’amministrazione aveva un sistema di propaganda molto efficace e l’assassinio rafforzò l’immagine di un giovane, coraggioso combattente per la giustizia e la pace, abbattuto proprio quando stava per compiere imprese meravigliose. La storia reale è molto diversa. Si dovrebbe anche ricordare che la venerazione virtuale dei leader e la creazione di immagini esaltate risale molto addietro. Il culto di George Washington fu imbarazzante e gli stupefacenti risultati del movimento dell’eredità di Reagan battono forse ogni record.

In un’intervista recente lei ha descritto la politica estera di Kennedy come peggiore di quella di Obama, anche se lei è stato certamente molto critico delle attività di Obama in politica estera. Così come stanno le cose, quale pensa sarà l’eredità di Obama in termini della sua politica estera?

L’ex direttore della CIA Michael Hayden ha recentemente commentato che, a parte forse Israele e l’Afghanistan, nessun paese al mondo accetta la giustificazione legale di Obama per il suo programma di assassinii mediante droni, che considereremmo terrorismo internazionale su vasta scala e chi lo conducesse fosse qualche nemico ufficiale. In un sondaggio internazionale diffuso nel dicembre 2013 sulla domanda “Quale paese è oggi la maggiore minaccia alla pace mondiale?” gli USA hanno vinto con grande margine, con il triplo dei voti rispetto al secondo classificato, l’Afghanistan (posizione gonfiata dai voti dell’India). In alcune parti del mondo, in particolare nel mondo arabo, i giudizi sono ancora più aspri. Obama non si è reso colpevole delle aggressioni criminali del suo predecessore e ha compiuto qualche piccolo passo in direzione della diplomazia. Quanto a quale sarà la sua eredità, dipenderà, come sempre, dall’integrità degli studiosi e dei commenti.

La guerra civile in corso in Siria ha già causato enormi sofferenze umane. Quale ruolo pensa dovrebbero avere gli Stati Uniti nel risolvere questa crisi?

Mi piacerebbe saperlo. E’ difficile immaginare iniziative costruttive mentre la Siria è presa in una spirale di autodistruzione assassina. Si dovrebbe fare molto di più quanto agli aiuti umanitari e dovrebbero esserci sforzi per sostenere le tenui speranze della missione negoziale di Brahimi. Ma non sono al corrente di alcuna proposta seria su come contribuire concretamente a risolvere la crisi. Proposte serie, cioè. Non slogan.

A novembre del 2013 il P5+1 e l’Iran hanno finalmente raggiunto un accordo sul problema del nucleare. Quanto degne di nota considera lei implicazioni politiche dell’accordo?

Si ritiene comunemente che ci siano due opzioni, diplomatica o militare, per conseguire il solo obiettivo politico che riceve attenzione: impedire che l’Iran sviluppi armi nucleari o anche solo un potenziale nucleare. In entrambi i casi dure sanzioni (le più dure sanzioni unilaterali statunitensi) restano in atto. L’attacco militare è regolarmente minacciato (“tutte le opzioni sono aperte”) in diretta violazione della Carta dell’ONU, che vieta la minaccia della forza. Delle due, la via diplomatica è sicuramente da preferire, ma è parecchio incerta.

Dovremmo tuttavia interrogarci anche sul quadro di riferimento che è dato per scontato nei discorsi negli Stati Uniti, anche se non altrove. Così, il movimento dei non allineati, la maggior parte del mondo, ha continuato a sostenere vigorosamente il diritto dell’Iran di arricchire l’uranio e a sollecitare una zona priva di armi nucleari in Medio Oriente. Gli USA hanno di nuovo efficacemente bloccato tale scelta, adottando la posizione di Israele, a fine 2012, quando si doveva tenere un congresso internazionale a Helsinki per portare avanti il progetto. Quanto alle sanzioni, gli USA lamentano costantemente che altri, persino gli europei, stanno cercando di aggirarle, segno di quanto sono impopolari; altrove anche di più. Pochi sono disposti ad adottare la dottrina statunitense che Israele deve avere uno schiacciante e intoccabile – di fatto neppure discutibile – programma di armamenti nucleari. E, come ho citato, nel mondo arabo sono Israele e gli Stati Uniti a essere percepiti come la minaccia più grave; non l’Iran, che non piace, ma non è considerato una grande minaccia; dalla popolazione, intendo dire. Negli Stati Uniti si afferma il contrario, schierandosi con i dittatori e ignorando le popolazioni.

Dovremmo anche chiederci perché gli Stati Uniti, diversamente dalla popolazione del mondo,  considerino l’Iran “la più grave minaccia alla pace”. Le risposte sono, penso, rivelatrici. La maggior preoccupazione sembra essere che l’Iran potrebbe essere un deterrente al libero uso della forza da parte degli Stati Uniti e del loro alleato Israele. Se è così – e penso che le prove lo confermino – allora sorgono domande importanti a proposito dell’intero quadro della discussione. In particolare potremmo chiederci perché gli Stati Uniti non dovrebbero unirsi agli stati arabi e ai molti altri che cercano di passare alla creazione di una zona priva armi nucleari – o, più in generale, di armi di distruzione di massa – nella regione.

In una precedente intervista sul nostro sito Norman Finkelstein, discutendo del futuro dei palestinesi, è stato pessimista riguardo alla causa palestinese per un solo stato, ma ha suggerito che, se i palestinesi si impegnassero in una disobbedienza nonviolenta di massa, potrebbero avere una possibilità di por fine all’occupazione, perché l’opinione pubblica internazionale è al momento ostile a Israele. In quale misura condivide questi sentimenti, se li condivide?

Finkelstein non parla di uno stato solo, ma di una soluzione a due stati in accordo con la schiacciante maggioranza dell’opinione internazionale che gli USA e Israele hanno bloccato per quasi quarant’anni, dal primo veto statunitense a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che sollecitava questo risultato (gennaio 1976) promossa dai maggiori stati arabi. Uno “stato unico” non è una scelta realistica. Non gode di sostegno internazionale e non c’è motivo che Israele e gli USA l’accettino. Le due opzioni vere sono o una soluzione a due stati o la prosecuzione dei programmi di Israele di impossessarsi di tutto ciò che considera di valore per sé nella West Bank, separandola contemporaneamente da Gaza e mantenendo il duro assedio di Gaza e tenendosi le Alture del Golan annesse illegalmente. Tutto ciò subordinato a un continuo sostegno statunitense, pur con qualche occasionale battibecco.

Penso che la posizione di Finkelstein, che è bene argomentata, sia corretta. L’opinione pubblica internazionale, fuori dagli USA, è sempre più ostile all’occupazione e anche negli Stati Uniti l’opinione sta svoltando in quella direzione. Sostengo da cinquant’anni che la strategia migliore per i palestinesi è la disobbedienza civile nonviolenta. Anche Israele, penso, lo capisce ed è stato molto brutale nel reprimerla espellendo anche, contemporaneamente, gli attivisti nonviolenti. E’ difficile immaginare quali siano le prospettive. Probabilmente limitate fintanto che gli Stati Uniti continuano ad appoggiare l’espansionismo israeliano nella pratica, in virtuale isolamento internazionale, in un modo che ricorda parecchio il Sudafrica dell’apartheid.

Quando sono uscite le notizie sullo scandalo delle “intercettazioni non autorizzate” della NSA è rimasto sorpreso dalla misura in cui la comunità dei servizi d’informazione statunitensi ha abusato del suo potere di sorveglianza? Quale ruolo pensa possano svolgere i cittadini comuni nel prevenire futuri abusi di potere?

Il fatto che stessero avendo luogo non mi ha sorpreso. Mi ha sorpreso la dimensione. I cittadini possono agire per imporre leggi e salvaguardie per por fine a tali abusi.

In ‘La fabbrica del consenso’ lei ha sviluppato con Edward S. Hermann il modello della propaganda, che ha cercato di spiegare come il consenso alle scelte economiche, sociali e politiche sia “fabbricato” nella mente del pubblico mediante la propaganda mediatica. Da quando il libro fu scritto ci sono stati grandi sviluppi nelle tecnologie digitali. Come pensa che l’avvento di tali tecnologie abbia influenzato il modello della propaganda, nel caso l’abbia fatto?

Abbiamo pubblicato un aggiornamento nel 2002, suggerendo alcune modifiche, ma non fondamentali. Le nuove tecnologie hanno effetti molteplici, alcuni positivi, altri negativi; sono questioni che varrebbe la pena di approfondire ma ciò ci porterebbe troppo fuori tema qui. Mi pare che il quadro fondamentale continui a essere applicabile e personalmente penso che qualcosa di simile si applichi anche alla cultura intellettuale più generale, anche se con fattori operativi in qualche misura diversi.

Lei ha avuto recentemente un acceso dibattito con Slavoj Zizek sul ruolo della teoria. Lei ha chiarito nelle discussioni di non essere un tifoso di quella che ha definito la “posa da intellettuale”, ma quanto importanti o utili considera le teorie, come il realismo e il liberalismo, per la comprensione della politica globale?

Da parte mia non c’è stato alcun acceso dibattito e, francamente, nessun interesse. Il mio contributo è consistito in una breve risposta a una domanda sul postmodernismo in un’intervista e poi in una confutazione di affermazioni false nella reazione di Zizek. Le teorie sono una bella cosa, in realtà altamente desiderabile, quando esistono. Le teorie vere, intendo dire: principi non futili da cui si possano dedurre conseguenze empiriche e che contribuiscano a spiegazioni. Non abbiamo spazio per approfondire, qui, ma quella che Zizek chiama “teoria” secondo me non soddisfa tali condizioni e – nella misura in cui si qualificano teorie – il realismo, il liberalismo, l’idealismo, il costruttivismo e altre proposte simili mi sembrano piuttosto fragili e non molto utili oltre confini molto ristretti.

Nel suo articolo del 1967 sulla responsabilità degli intellettuali lei ha sollecitato gli intellettuali a denunciare le menzogne e a dire la verità. Rivisitando oggi quell’idea e quella tesi, in quale misura gli intellettuali stanno adempiendo le loro responsabilità e quale consiglio darebbe agli intellettuali giovani?

L’appello sembra quanto più simile a un truismo sia possibile immaginare. La storia degli intellettuali non è molto edificante. Nel corso della storia – prima che il termine “intellettuale” entrasse in uso nel senso moderno – la corrente dominante della vita intellettuale è stato di sostegno al potere, spesso in modi infami. Le società hanno normalmente una frangia di dissidenti, solitamente trattata parecchio male, a volte semplicemente massacrata; come gli intellettuali gesuiti assassinati da un battaglione terroristico addestrato dagli USA in El Salvador, nel dicembre del 1989, il culmine di un decennio di terrorismo feroce sostenuto dagli Stati Uniti nell’America Centrale e la fase finale di crimini sconvolgenti in tutto il continente, con il sostegno o l’iniziativa diretta degli Stati Uniti. Nelle società occidentali esiste una più vasta gamma di scelte, naturalmente, anche se non prive di gravi abusi, come illustrato dal destino della persona che hai citato, il bravo studioso Norman Finkelstein.

Consigli ai giovani? Niente di più che le virtù semplici: onestà, integrità, una mente aperta, disponibilità a sottoporre a contestazione la dottrina ereditata, quando necessario, e riconoscimento del fatto che perseguire le virtù semplici può non risultare gradito all’autorità e al potere.

Questa intervista è stata condotta da Al McKay. Al è redattore indipendente di E-IR.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/the-simple-virtues/

Originale: E-International Relations

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Categorie: Internazionale, Interviste, Medio Oriente, Nord America, Questioni internazionali
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