Cisgiordania, i villaggi della nonviolenza

14.01.2014 - Irene Tuzi

Cisgiordania, i villaggi della nonviolenza
(Foto di www.bocchescucite.it)

Da qualche anno si registra una nuova tendenza in Cisgiordania, una nuova forma di resistenza che vuole promuovere l’immagine della nonviolenza come arma per contrastare l’occupazione israeliana. Un’occupazione che dura ormai da tanto tempo, a cui i palestinesi hanno tentato di far fronte con mezzi e strategie diversi nel corso della storia.

La nuova tendenza è proprio quella della lotta nonviolenta e nasce, e cresce, di pari passo alla costruzione del muro di separazione israeliano e delle colonie illegali in Cisgiordania. I villaggi di Bil’in, Nabi Saleh, Kafr Qaddoum, Budrus e Ni’lin sono solo alcune delle numerose realtà che della nonviolenza fanno ogni settimana la loro arma più potente. In questi villaggi, spesso abitati solo da poche migliaia di persone, sono stati creati dei Comitati di Coordinamento della Lotta Popolare (Popular Struggle Coordination Committee), che organizzano ogni settimana manifestazioni, tutte lo stesso comune denominatore: la nonviolenza. L’obiettivo di questi comitati è quello di screditare le convinzioni della comunità internazionale e dei media mainstream secondo cui a lotta palestinese equivale terrorismo e mostrare questo popolo come il rappresentante di una nuova resistenza pacifica, nonviolenta che porta avanti una battaglia per promuovere il riconoscimento dei diritti umani e del diritto all’autodeterminazione, così come sancito dal diritto internazionale.

Le manifestazioni organizzate dai vari comitati, si tengono generalmente una volta a settimana, spesso il venerdì, dopo la preghiera, la Salat al-jumu’a, e seguono tutte lo stesso filo conduttore: gli abitanti del villaggio, accompagnati spesso da attivisti internazionali del movimento ISM (International Solidarity Movement), percorrono, con manifesti e bandiere, le strade circostanti, in direzione del muro o delle colonie, gridando slogan di protesta e cantando canzoni palestinesi. Da parte sua l’esercito israeliano blocca l’area o la strada, giustificandosi dicendo  di voler proteggere i coloni. Infine Israele cerca di disperdere i manifestanti lanciando sulla folla lacrimogeni, proiettili di gomma e bombe sonore, spesso ferendoli, a volte uccidendo qualcuno. Il venerdì la vita di questi villaggi diventa un inferno e una manifestazione pacifica e disarmata si trasforma in una guerra ad armi impari, dove il più delle volte a rimetterci sono i bambini. I più piccoli infatti, che partecipano attivamente alla vita del villaggio e alle manifestazioni, diventano spesso e volentieri il bersaglio dei soldati. Quando dalle jeep vengono lanciati i lacrimogeni in strada, sono i bambini più piccoli a soffrire di più per i gas tossici, perché sono più bassi e vengono completamente invasi dalle nubi.

A Nabi Saleh ben 33 bambini con meno di 16 anni sono stati arrestati dall’esercito israeliano durante le manifestazioni e trasferiti in una prigione vicino a Jaffa con l’accusa di lancio di pietre.Qui l’esercito fa incursione nelle case di notte per schedare o arrestare i ragazzi di cui ha riconosciuto l’identità durante le manifestazioni (molti si coprono il volto sperando di non essere riconosciuti e di non subire l’umiliazione di un raid notturno, ma altri tengono il volto scoperto convinti del fatto che l’esercito conosce esattamente i nomi e le abitazioni di tutti i manifestanti).

A Nabi Saleh la resistenza è partita dalle donne. In questo piccolo villaggio di 500 abitanti non ci sono grandi differenze sociali tra uomini e donne e le decisioni delle donne sono fortemente supportate dai loro compagni.

In questo villaggio si manifesta contro la confisca delle terre e l’occupazione da parte della vicina colonia israeliana, Halamish. Durante le proteste ci sono scontri regolari con l’esercito. L’11 Dicembre 2011, Mustafa Tamimi è stato colpito al volto da un candelotto lacrimogeno da distanza ravvicinata ed poi è morto per le ferite riportate. Il giorno dopo, un gruppo di manifestanti ha marciato verso l’ingresso della colonia di Halamish per commemorare Tamimi, ma sono stati fermati dall’esercito israeliano, che ha arrestato 15 manifestanti, tra cui palestinesi, israeliani ed internazionali.

Da quando sono iniziate le manifestazioni in questi villaggi, infatti, non solo molti internazionali si sono uniti a questa lotta, ma anche molti attivisti israeliani hanno cominciato a sostenerla, partecipando alle manifestazioni e rischiando la vita allo stesso modo dei palestinesi. Questa partecipazione è importante per i palestinesi che non solo conoscono il lato umano di molti israeliani che come loro vogliono giustizia e pace, ma sono un fattore altamente destabilizzante per le autorità israeliane che con la loro presenza sono costrette a ridurre il raggio di azione.

È quello che succede anche a Bil’in, villaggio che si è fatto conoscere nell’ultimo anno per un documentario candidato agli Oscar, co-diretto insieme da un palestinese (Emad Burnat) e da un israeliano (Guy Davidi): Five Broken Cameras (trailer). Il film racconta proprio della resistenza nonviolenta del villaggio, la cui vita è fortemente influenzata dalla barriera di separazione israeliana. Il documentario è stato girato quasi interamente dal regista e contadino Burnat, e ruota attorno alla distruzione delle sue telecamere di Burnat da parte degli israeliani. A Bil’in le manifestazioni sono iniziate nel 2005 e sono supportate da alcune tra le più grandi organizzazioni internazionali ed israeliane come Gush Shalom, Anarchists Against the Wall e l’ISM. Le proteste chiedono l’arresto della costruzione del muro e la demolizione delle porzioni già costruite.

Anche i 1.500 abitanti di Budrus sono riusciti ad ottenere visibilità internazionale grazie a un documentario, che porta lo stesso nome del villaggio e anch’esso ha una produzione multiculturale (palestinese, israeliana e americana, ma diretto da una regista brasiliana, Julia Bacha). Anche Budrus (trailer film), che ha debuttato al Dubai International Film Festival del 2009, si concentra sulla resistenza nonviolenta del villaggio del governatorato di Ramallah e ci racconta le reazioni degli abitanti alla costruzione del muro all’interno del territorio. A partire dal 2000 la piccola cittadina è stata divisa e circondata dalla barriera israeliana e i 1.500 abitanti di Budrus hanno perso circa 300 ettari di terreno e 3.000 alberi di ulivo. Questi alberi erano non solo fondamentali per la sussistenza, ma erano anche sacri per la storia intergenerazionale del paese.

La stessa sorte è toccata al non lontano villaggio di Kafr Qaddoum, a nord di Nablus, un villaggio vecchio di 3.000 anni che vive di agricoltura. Fu occupato dagli israeliani nel 1967 e nel 1978 venne creata la colonia illegale di Qaddumim, che andò a occupare 400 ettari di terra rubata al villaggio. Oggi gli abitanti del villaggio (circa 4.000) non possono accedere ad altri 1.100 ettari di terra a causa della chiusura della strada principale, nel 2002, da parte dell’esercito israeliano per le già citate “ragioni di sicurezza” che cercano di mantenere le distanze con la vicina colonia. Con la chiusura di quella strada gli abitanti di Kafr Qaddoum devono percorrere circa 15 km in più per raggiungere i paesi vicini come Nablus (che dista 13 km) e Qalqilya (a 17 km di distanza). Da due anni e mezzo dunque il Comitato di resistenza nonviolenta di questo villaggio organizza ogni venerdì una manifestazione lungo quella strada chiusa, fino alla colonia. Le conseguenze sono quelle che già conosciamo. Lungo quella strada stretta però l’offensiva israeliana è ancora più efficace e la nube di fumo chiude completamente l’area della manifestazione, lasciando come unica via di fuga la parte bassa del paese. Spesso l’esercito dall’altro della strada scende fino al paese e i lanci di lacrimogeni raggiungono spesso le case entrando dalle finestre e creando moltissimi disagi.

Anche a Ni’lin si ripete sempre lo stesso schema. Questo villaggio di 4.500 abitanti, che dista 4km da Budrus e 5 da Qibya (che è nota per ancor più tristi ragioni),  protesta settimanalmente contro l’ampliamento della barriera illegale israeliana, iniziata nel 2008. Ad oggi, circa il 30% della terra di  Ni’lin è stata sottratta ai suoi abitanti ed è stato stimato che quando il “piano” sarà concluso la barriera rimuoverà un terzo degli ettari di questo villaggio. Durante il periodo delle prime manifestazioni, l’offensiva israeliana lungo il confine ha portato alla morte di un bambino di 10 anni, Ahmed Moussa, il 29 luglio 2008. Numerosi sono stati i morti e i feriti negli anni di proteste nonviolente a Ni’lin ma in questo villaggio Israele ha iniziato a utilizzare un nuovo metodo per disperdere i manifestanti: un getto di acqua e liquami con concime animale e prodotti chimici che è stato soprannominato “skunk”. Numerosi sono anche i raid dell’esercito all’interno del villaggio, che spesso avvengono di notte. A novembre dello scorso anno, ad esempio, un mercoledì mattina, alle 05:00, l’esercito ha fatto incursione con circa 16 jeep militari e 50 soldati a piedi che hanno fatto irruzione nelle case arrestando due ragazzi palestinesi: Abdull Halim Khawaja, di 24 anni, e Zohdi Nafi, di 21, lanciando bombe sonore e lacrimogeni svegliando tutti gli abitanti.

In tutti i villaggi che hanno scelto di percorrere la strada della resistenza nonviolenta le incursioni notturne e diurne continuano e le cosiddette “detenzioni amministrative” aumentano ogni settimana. Con la scusa delle ragioni di sicurezza, infatti, Israele si arroga il diritto di privare i cittadini palestinesi della loro libertà individuale, come azione punitiva nei confronti di una collettività che si avvale della nonviolenza per contrastare l’occupazione e l’apartheid e per ristabilire i diritti di ogni uomo di essere libero e di vivere in pace nella propria terra.

Un elemento fondamentale di tutte queste piccole realtà sono le testimonianze video e quelle fotografiche. Sempre più spesso infatti le manifestazioni settimanali vengono documentate dai giovani che possiedono una macchina fotografica o una videocamera. Documentare è l’obiettivo principale di queste manifestazioni perché soltanto così si può mostrare alla comunità internazionale come vanno davvero le cose quando si ha a che fare con quella che si definisce l’unica democrazia in medioriente.

Di seguito alcuni link ai video delle manifestazioni nei vari villaggi.

Nabi Saleh: http://www.youtube.com/watch?v=pLdIZqxEyLE

Bil’in: http://www.youtube.com/watch?v=pdlAZQXJIr8

Kafr Qaddoum: http://www.youtube.com/watch?v=4177BxIslXY

Ni’lin: http://www.youtube.com/watch?v=mtVcXoCyZ-M

Categorie: Diritti Umani, Internazionale, Medio Oriente, Nonviolenza, Questioni internazionali
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