Pig iron, il ferro dei porci

15.07.2013 - Redazione Italia

Pig iron, il ferro dei porci
(Foto di Giulio Di Meo)
Pig Iron è una pubblicazione fotografica sulle gravi ingiustizie sociali e ambientali commesse dalla multinazionale Vale negli stati brasiliani del Pará e del Maranhão, tra i più poveri del Paese.
Pig Iron, pubblicato a febbraio 2013, è un libro che è stato prodotto in modo indipentente per destinare  il 50% degli introiti ad un progetto della campagna “Binari di Giustizia.
Nei primi mesi, grazie ad una campagna su Produzioni dal Basso e  attraverso serate di presentazione in più di venti città italiane (Bologna, Milano, Torino, Roma, Taranto, Parma, Reggio Emilia, Ferrara, Pisa, Pistoia, ecc.), ha raggiunto le 650 copie vendute e a fine maggio sono già stati donati i primi 2.000 euro al progetto teatrale in Brasile.
 Nata come piccola impresa mineraria nel 1911, la Vale oggi è un colosso mondiale con un fatturato di 59 miliardi di dollari. Possiede miniere in Australia, Mozambico, Canada e Indonesia, industrie metallurgiche in Nord America ed Europa. Caposaldo della sua attività produttiva rimane, però, l’estrazione di ferro in Brasile, secondo produttore al mondo di questo minerale. Per trasportare il ferro dalle miniere del Parà al porto di São Luis nel Maranhão, Vale ha costruito una ferrovia di quasi 1000 km, lungo la quale ogni anno vengono trasportate più di 100 milioni di tonnellate di ferro destinate all’esportazione, una media di 300.000 tonnellate al giorno. Si tratta di circa 10 milioni di dollari che tutti i giorni vengono fatti annusare ai poveri senza che un centesimo finisca nelle loro tasche. Niente ospedali, niente scuole, niente miglioramento della qualità della vita. A loro vanno solo danni, sconquasso sociale e ambientale.

Le foto di questo libro raccontano queste storie, per non lasciare l’ultima parola ad un’economia di sfruttamento. L’autore non ha cercato né il dramma né il dolore, ma la speranza, la resistenza e la comunità. Tre ricchezze che non si calcolano con i numeri e che la gente brasiliana non ha ancora perso, malgrado tutto.

Questo progetto editoriale non vuole limitarsi a raccontare attraverso le immagini, la storia, le vite, il quotidiano di queste persone, ma vuole anche essere un veicolo attraverso cui realizzare qualcosa di concreto e tangibile per loro.

Da anni il fotografo Giulio Di Meo sostiene che “lo strumento fotografia può contribuire in qualche modo a combattere situazioni di piccole e grandi ingiustizie, di piccoli e grandi insulti quotidiani” e che si possa provare ad utilizzare la fotografia non solo come mezzo di informazione e sensibilizzazione, ma anche come strumento di coinvolgimento e partecipazione verso azioni concrete e solidali.
Seguendo questa utopica visione per una nuova fotografia sociale, parte dei ricavati di questa pubblicazione saranno destinati ad un progetto per la realizzazione di un centro di ricerca e comunicazione teatrale gestito da giovani di Açailândia, nel nordest del Brasile.

Il progetto sorge grazie alla collaborazione tra il fotografo e la rete “Justiça nos Trilhos” (Sui Binari della Giustizia), nata dalle attività, proposte, intuizioni e fallimenti con cui i missionari in Brasile tentano di ‘fare rete’ per organizzare, proteggere e potenziare le comunità.

Speriamo che questi volti vi catturino e vi rendano loro ostaggi, vi conquistino, così come hanno fatto con noi, che non possiamo più appartenere solo a noi stessi.

Per saperne di più, visitate il sito www.pigiron.it o scriveteci alla casella e-mail info@pigiron.it
Progetto Teatro
Il Teatro, come la fotografia, può essere un mezzo per informare e rendere coscienti le persone rispetto ai conflitti sociali, uno strumento di cambiamento personale, sociale e politico.
Convinti della forza di questo strumento, parte dei ricavati di questo libro andrà a sostenere un progetto teatrale portato avanti da un gruppo di giovani di Açailândia, nell’interno del Maranhão, nordest del Brasile.
Marcelo è fotografo, negli occhi e sulla punta delle dita, anche se ancora non può studiare sul serio. Daniela, Domingos e Mikaell sono riusciti ad entrare nella facoltà di giornalismo. Erika, Renan, Edviges, Jordânia ce la stanno mettendo tutta per aprirsi una strada. Xico sta studiando arte teatrale ed ha organizzato, insieme agli altri, uno spettacolo itinerante sulla vita delle comunità in conflitto con il ciclo di produzione del ferro: la storia della Ferrovia di Carajás.
Questi giovani hanno visitato varie comunità, intervistato persone e cercato di comprendere le loro storie. Poi, come uno specchio, le hanno rappresentate attraverso il teatro e le stanno restituendo alle famiglie di molti villaggi.
Una piccola esperienza di comunicazione popolare che sta funzionando molto bene.
In tre anni hanno raggiunto molte comunità nei due stati del Pará e del Maranhão, presentando il teatro come forma di educazione popolare e di dibattito sul futuro di questi territori.

Ora hanno un nuovo sogno, più rischioso ma anche più avvincente: parlare alla gente non solo della Ferrovia di Carajás, ma di tutto quello che sta succedendo con il saccheggio minerario del Brasile. Questo significa scommettere nuovamente sui nostri nove giovani artisti, dando loro la possibilità di approfondire e diffondere le gravi violazioni socio-ambientali commesse dalle compagnie minerarie negli stati del Minas Gerais e del Pará.
Il metodo sarebbe lo stesso: organizzare delle visite ampie e dettagliate del gruppo di ricerca teatrale in ciascuno dei due stati e raccogliere testimonianze, dati, immagini e impressioni. In seguito realizzare un laboratorio teatrale che rilegga tutto ciò che si è raccolto e lo trasformi in una rappresentazione professionale, di qualità.
Infine il progetto prevede la restituzione dello spettacolo al maggior numero possibile di comunità in Minas Gerais, Pará e Maranhão, cogliendo l’occasione per realizzare anche riunioni pubbliche e dibattiti, interviste e denunce, intercambio di gruppi e movimenti sociali.

Categorie: Cultura e Media, Economia, Sud America
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