Se non si smette di usare la fiamma ossidrica da fuori contro la Siria, sarà inutile lo sforzo di tanti cittadini siriani che dall’interno cercano di innaffiare le speranze di pace. E’ il senso della dichiarazione finale della delegazione di attivisti giunti in Siria in appoggio al Movimento Mussalaha, in cinque giorni di incontri molto diversificati.

Embarghi e illegalità

Il Ministro della Giustizia ha annunciato alla delegazione che giuristi siriani stanno preparando denunce internazionali per la violazione della stessa Carta dell’Onu.

E ieri il governo austriaco ha espresso lo stesso concetto: in una lettera ai 26 partner dell’Ue ha scritto che rifornire di armi gli anti-governativi sarebbe “una violazione del diritto internazionale e delle leggi di base dell’Unione Europea” nonché dei “principi della Carta delle Nazioni Unite riguardante il non intervento e l’uso della forza”. Per non dire della violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti Al Qaeda, visto che il Fronte al Nusra, che ne è alleato, agisce fra i “ribelli”.

I ministri degli Esteri dell’Ue discuteranno circa le sanzioni alla Siria alla fine di maggio. Sulla linea dell’Austria anche Svezia, Finlandia, Lettonia, Estonia Lituania. E l’Italia?

Non suscita invece preoccupazione fra i governi Ue l’embargo commerciale alla Siria, che ne peggiora la paralisi economica con i suoi effetti a cascata. E sembrano tutti d’accordo nel mantenere l’embargo sulle armi all’esercito siriano. Ma Susan, una dei partecipanti alla delegazione in sostegno alla Mussalaha, si chiede: “Sarebbe bello fare a meno di tutte le armi. Ma la popolazione siriana sarebbe avvantaggiata se all’esercito nazionale non arrivassero più armi? Gli Usa distrussero l’esercito iracheno perché secondo loro era legato al Partito Baath, ma cosa è successo poi? Come farebbe l’esercito a resistere di fronte ad aggressioni terroriste o statali esterne?”

Al tempo stesso appare sempre più contraddittoria la posizione della Francia, che da un lato insiste per la possibilità di armare direttamente i gruppi in Siria, dall’altro chiede all’Onu di considerare terrorista il fronte Al Nusra per differenziarlo dagli altri gruppi. Peccato che in contemporanea si stia diffondendo l’accusa di atrocità a carico del comandante della brigata “Omar Farouq” che combatte a Homs e che non è del fronte qaedista, ma fa piuttosto parte della galassia del cosiddetto Libero esercito siriano, beniamino anche dei francesi. Il comandante del gruppo, lo stesso che in aprile ha bombardato i villaggi sciiti libanesi di al-Qasr e Hawsh al-Sayyed, è stato ripreso in un video mentre tagliava a pezzi il cuore e il fegato di un soldato siriano ucciso, chiedendo una sorte analoga per tutti gli alauiti.

Human Rights Watch (Hrw) diffonde parti del video e l’atrocità, chiedendo il ricorso alla giustizia della Corte Penale Internazionale per tutte le parti coinvolte nel conflitto (ma non chiedendo – e lo stesso fa la competitor di Hrw, Amnesty International – l’embargo alle armi destinate ai gruppi dell’opposizione, solo a quelle verso l’esercito).  Anche la Commissaria Onu per i diritti umani Navi Pillay condanna l’atrocità (come se non ne circolassero da tempo molte altre…). E precisa in una nota: “Continuo a chiedere al Consiglio di Sicurezza Onu il deferimento di tutte le parti alla Corte Penale internazionale”.

Se si considera che le accuse degli umanitari contro l’opposizione armata sono infinitamente circoscritte a singoli ed episodi, mentre l’altra parte è sistematicamente accusata e in blocco (esercito, governo ecc.) di tutto il possibile e se si considera che appunto l’embargo sulle armi viene chiesto solo nei confronti del governo, c’è da avanzare qualche dubbio rispetto alla natura strumentale e sbilanciata del modus operandi di questi attori del poligono della bontà.

Dal canto suo la Lega Araba ha puntualizzato che senza un proprio governo, tuttora inesistente, il seggio spettante alla Siria in seno alla Lega Araba e vacante dal novembre 2011 non è e non può essere assegnato alla Coalizione Nazionale Siriana.

Intanto l’Ufficio europeo di polizia (Europol) ha riferito che gli scontri in Siria potrebbero creare una futura ondata di terrorismo e questa potrebbe minacciare i membri dell’Unione europea: “ Un certo numero di cittadini dell’UE è stato arrestato in Belgio, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito in viaggio da o per la Siria”.

In Turchia crescono le proteste – domenica scorsa in diverse grandi città – per il ruolo del governo nella guerra in Siria, dopo l’esplosione che l’11 maggio a Reyhanlı, nella provincia frontaliera dello Hatay, ha ucciso cinquanta persone, ferendone molte altre. Ankara ha messo la censura sul caso e ha accusato Damasco di aver agito attraverso un piccolo gruppo di estrema sinistra fondato da un alauita turco operante in Siria (non in Turchia) e già additato dai pro-ribelli come responsabile di un massacro avvenuto giorni fa nella città di Banias. Il gruppo ha respinto l’accusa con sdegno e punta il dito sulle “forze oscure che operano anche in Siria”, come i salafiti. E molti abitanti di Reyhanlı, l’Associazione turca per la pace, il Partito Comunista, il Comitato contro l’attacco alla Siria accusano dell’esplosione gli stessi armati che combattono in Siria contro Assad e dunque accusano Ankara, che permette il passaggio di terroristi e li ospita fra gli autentici rifugiati. Reyhanlı è il principale hub per chi combatte nel nord della Siria.

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