Il diritto di disobbedire ai creditori

31.10.2012 - Pressenza IPA

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Il diritto di disobbedire ai creditori
(Foto di dijonscope.com)

Testo tratto dall’intervento di Renaud Vivien (CADTM) al  secondo forum sulla disobbedienza, il 29 septembre a Grigny (Rhône)

Secondo l’ideologia dominante, i governi non hanno scelta: devono rimborsare tutti i debiti pubblici e applicare misure di austerità antisociali in modo da liberare le risorse necessarie.

Per sostenerla, i difensori di questa ideologia fanno riferimento in particolare al diritto internazionale, evocando il principio “pacta sunt servanda”, cioè “gli accordi vanno rispettati”.

Ora, questo principio non è assoluto, ed è applicabile solo per “debiti contratti nell’interesse generale della collettività” (1), che è anche il senso della dottrina sul “debito odioso”, seconda la quale “i debiti di stato devono essere contratti e i fondi che ne derivano utilizzati per i bisogni e gli interessi dello Stato”.

Non esiste dunque nessun obbligo condizionale di rimborsare i debiti pubblici, come ha giustamente ricordato il CNUCED (3) in un rapporto del 2010 dedicato al debito odioso (4).

Varie nazioni, d’altronde, hanno già rifiutato di ripagare alcuni tipi di debiti pubblici.

Il rapporto sottolinea, inoltre, come il principio “pacta sunt servanda” rimane limitato da considerazioni di equità come l’illegalità, la frode, la malafede, l’incompetenza del firmatario, l’abuso di diritto, ecc. In altre parole, il rispetto degli accordi conclusi con i creditori dipende da questi diversi elementi. Per verificare la validità di questi accordi, l’audit sul debito stesso si dimostra indispensabile.

Disobbedire ai creditori è dunque perfettamente legale e possibile. Diamo qui di seguito alcune delle argomentazioni giuridiche che posssono permettere a un governo di sospendere unilateralmente il rimborso dei debiti pubblici, di ripudiarne alcuni e di rifiutare le politiche di austerità (6).

Alcune allegazioni di diritto per sospendere il pagamento del debito e l’applicazione dei piani di austerità

Il contesto di emergenza sociale e ambientale impone agli stati di fare delle scelte radicali al fine di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e di proteggere l’ambiente.

Queste scelte in favore delle popolazioni sono facilitate dal diritto internazionale, in virtù del quale il rispetto e la difesa dei diritti umani, come riconosciuti universalmente dalle varie convenzioni internazionali (7), hanno la precedenza sugli altri impegni, quali il rimborso dei debiti e l’applicazione di programmi di austerità.

L’articolo 103 della Carta delle Nazioni Unite, alla quale tutti gli stati membri devono imperativamente aderire, non lascia spazio ad ambiguità: “In caso di conflitto tra gli obblighi contratti dai Membri delle Nazioni Unite con la presente Carta e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dalla presente Carta“.

Tra gli obblighi previsti in questa Carta troviamo, in particolare, agli articoli 55 e 56, “un più elevato tenore di vita, il pieno impiego della mano d’opera, e condizioni di progresso e di sviluppo economico e sociale (…), il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione”…

Questa Carta sancisce inoltre il principio dell’uguaglianza tra i popoli e il loro diritto all’autodeterminazione (articolo1-2) e la cooperazione internazionale per lo sviluppo dei popoli (articolo 1-3).

Un governo che ne abbia la volontà politica può dunque legalmente sospendere il pagamento di un debito e rifiutare l’applicazione di quelle misure di austerità che siano di pregiudizio ai diritti economici, sociali e culturali dei suoi cittadini e ipotechino la sovranità del paese.

I governi possono inoltre appellarsi allo stato di necessità e a modificazioni di fondo intervenute nelle circostanze contingenti per interrompere unilateralmente il pagamente dei debiti. Queste disposizioni giuridiche sono inscritte nella Convenzione di Vienna del 1969 sul Diritto dei Trattati e in numerose legislazioni nazionali, principalmente in materia di contratti. Tali norme fanno inoltre parte del diritto consuetudinario internazionale e, in quanto tali, si applicano a tutti i debitori e creditori, senza che si renda necessario provare il loro consenso ad esservi vincolati o l’illegittimità del debito.

Lo stato di necessità corrisponde a una situazione di pericolo per l’esistenza dello Stato o per la sua sopravvivenza politica o economica, come un’instabilità sociale grave o l’impossibilità di soddisfare i bisogni della popolazione (salute, educazione, …).

Vari sono gli stati del Sud del mondo e dell’Europa (si pensi ai paesi passati sotto la tutela della Troika, e in particolare alla Grecia, schiacciata da una crisi economica, sociale e sanitaria) che potrebbero invocare queste argomentazioni per disobbedire ai creditori.

Come sottolinea la Commissione del diritto internazionale dell’ONU: “Non si può pretendere da uno Stato che chiuda scuole, università, tribunali, che abbandoni i servizi pubblici consegnando le proprie comunità al caos e all’anarchia, tutto questo solo per poter così disporre dei soldi per rimborsare i creditori nazionali o stranieri. Ci sono dei limiti a quello che ci si può ragionevolmente aspettare da uno Stato così come da un privato… (8)”.

Le modificazioni di fondo nelle circostanze si materializza nella clausola rebus sic stantibus (Lett. Stando così le cose/allo stato dei fatti. In altre parole,dal momento che le cose cambiano col passare del tempo, dovranno cambiare anche le decisioni al riguardo).

La sua applicazione [indiritto internazionale] ha per conseguenza di liberare le parti da qualsiasi obbligo contenuto nel contratto in caso di mutamenti profondi delle circostanze, come nel caso del debito sovrano in Europa.

Ci sembra importante sottolineare che l’ultimo rapporto dell’esperto indipendente delle Nazioni Unite sul debito estero (9) sostiene che un “mutamento di circostanze che sfugga al controllo dello Stato debitore” è di natura tale da giustificare una moratoria sul debito.

Di conseguenza le manifestazioni popolari del 2011 nel Nord Africa possono pienamente giustificare una sospensione del rimborso del debito di quegli Stati e dell’applicazione dei programmi convenuti con i sovvenzionatori stranieri (Banca mondiale, FMI, Unione Europea, …).

Teniamo inoltre presente che in Europa i paesi che si trovano di fronte all’aumento dei tassi di interessi pretesi dagli investitori istituzionali (gli zin-zin come vengono chiamati in Francia) si trovano a confrontarsi con una modifcazione fondamentale di circostanze che giustifica una moratoria sul loro debito.

C’è da notare che se gli “zin-zin” chiedono interessi maggiorati, è perché hanno già messo in conto la possibillità di mancati pagamenti e/o annullamenti dei debiti. Una sospensione dei pagamenti (con relativo congelamento degli interessi) decisa unilateralmente da questi paesi fa dunque parte dei rischi presi in considerazione in tutta coscienza dai creditori.

Qualche argomentazione giuridica per dichiarare la nullità del debito

Per giudicare della nullità di un debito, bisogna prestare particolare attenzione alle clausole del contratto di prestito, alle condizionalità imposte dai creditori (in particolare nelle lettere d’intenti e nei memorandum), alle circostanze presenti alla conclusione di questi accordi, alle cause di indebitamento, alla destinazione reale dei fondi presi in prestito, all’impatto dei progetti finanziati dal debito sulle condizioni di vita delle popolazioni e sull’ambiente, e verificare altresì che chi ha indebitato il paese avesse le competenze giuridiche per farlo…

Per fare questo, l’audit integrale e partecipativo del debito che l’Ecuador ha applicato nel 2007/08 sembra essere lo strumento più adatto.

L’impostazione partecipativa dell’audit permetterà ai cittadini di capire il “sistema debito” nelle sue molteplici dimensioni (economica, sociale, politica, ambientale), rispondendo segnatamente a queste domande:

Perché lo Stato si è trovato a dover contrarre un debito che non smette di gonfiarsi?

Per il bene di quali scelte politiche e di quali interessi sociali il debito è stato contratto?

Chi ne ha beneficiato?

Era possibile o necessario fare scelte diverse?

Chi sono i creditori?

Quali sono le condizioni per la concessione dei prestiti?

In che modo lo Stato si è trovato impegnato, con quali decisioni, prese a quale titolo?

Che montante di interesse è stato pagato, a quale tasso, quale parte del capitale è stato già restituito?

In che modo lo Stato finanzia il rimborso del debito? E così via.

In questo modo, la revisione produrrà le prove che il debito serve ai creditori come leva per imporre politiche antisociali, e allo stesso tempo permetterà di instaurare un rapporto di forze politiche favorevole allo Stato che decida di effettuare un’audit sul suo debito al fine di annullare i debiti illegittimi e illeciti (quelli, cioè, che non sono nell’interesse generale della comunità).

Sottolineiamo qui che, in diritto internazionale, la valutazione dell’interesse generale e la determinazione del carattere lecito o meno di un debito rientrano nelle competenze delle pubbliche istituzioni (11).

Elenchiamo di seguito alcune argomentazioni giuridiche per la nullità di alcuni debiti pubblici.

Vizi di consenso

La Convenzione di Vienna del 1969 sul Diritto dei Trattati e la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati tra stati e organizzazioni internazionali del 1986 indicano vari vizi di consenso in grado di rendere nullo il contratto di mutuo.

Tra questi, troviamo l’incompetenza del contraente (11), la corruzione del contraente con mezzi diretti o indiretti al momento della contrattazione, la costrizione esercitata sul contraente per mezzo di atti o minacce a lui dirette, il dolo.

Gli Stati, le comunità locali e gli organismi pubblici possono inoltre far riferimento al proprio diritto nazionale, che contiene disposizioni in materia di contratti, come per esempio l’articolo 1109 del Codice civile francese in base al quale “il consenso non è valido se è stato dato per errore o se è stato estorto con la violenza o carpito con dolo“.

Se le istituzioni pubbliche riescono a provare che queste disposizioni emanate dal diritto internazionale e nazionale sono state violate al monento della conclusione del contratto, saranno allora legittimamente autorizzate a ripudiare i debiti viziati di illegittimità.

A titolo di esempio, la costrizione potrebbe essere invocata dai governi portoghese, irlandese e greco per rigettare le misure imposte dalla Troika.

In effetti, questi creditori, sulla falsariga dell’FMI e della Banca Mondiale che nel Sud del mondo hanno orchestrato i famosi Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) in seguito alla crisi del debito del 1982, approfittano della crisi europea per sottoporre gli Stati a misure di austerità che pregiudicano i diritti economici e sociali dei cittadini di questi paesi e ne violano la sovranità.

L’ultimo rapporto dell’esperto dell’ONU sul debito pubblico denuncia tra l’altro proprio l’ingerenza dei creditori nella definizione delle politiche di sviluppo degli stati affemando che “Gli stati creditori e le istituzioni finanziarie internazionali non devono approfittare di una crisi economica, finanziaria o legata al debito estero per promuovere riforme strutturali nei paesi debitori, per quanto utili queste riforme possano essere considerate sul lungo termine. Tali riforme dovrebbero essere programmate, formulate, e messe in atto, dagli stati debitori stessi, se lo giudicano appropriato, nel quadro di un processo indipendente di sviluppo nazionale (12)”.

Il dolo potrebbe in alcuni casi essere invocato non solo dagli stati ma anche dagli enti locali e dagli enti pubblici.

Ci sono, in effetti, diversi aspetti importanti in gioco nel dichiarare guerra a questi debiti locali. Sottolineiamo intanto che, in Francia, l’entità del debito degli enti locali in senso lato ammontava a 163 miliardi di euro, cioè circa il 10% del debito pubblico francese (13), e che molti enti pubblici locali sono rimasti vittime di prestiti tossici stipulati presso banche come per esempio la Dexia. Quest’ultima proponeva nel 2008 ben 223 diversi prestiti basati su indici “tossici” l’uno più speculativo dell’altro: la parità tra euro e franco svizzero, ma anche yen, dollaro, inflazione, gli indici della curva degli swap, persino il corso del petrolio! Con tali prestiti detti “tossici”, la banca può moltiplicare i suoi margini di guadagno per due o per tre, se non di più. Gli enti locali si trovano, invece, intrappolati da tassi di interesse superiori al 20%.

Questa situazione insostenibile, peraltro, ha già spinto vari enti locali a citare Dexia in giudizio, segnatamente per mancata informazione o persino inganno. Per i denunzianti, la banca ha violato l’obbligo di informare i clienti, omettendo di specificare in dettaglio i rischi legati ai prestiti. E, ciò che è peggio, in alcuni casi Dexia avrebbe volontariamente fornito informazioni eccessivamente ottimiste, se non errate, garantendo un rischio quasi nullo. Dexia dunque, così come altre banche, non ha ottemperato all’obbligo di informazione, anche in considerazione del fatto che gli enti locali non erano certo in grado di valutare i rischi connessi. In assenza di informazioni chiare e dettagliate sul contenuto dei contratti relativi a prestiti tossici, si può considerare il consenso degli enti locali come non validamente dato e invocare l’azione dolosa di queste banche, il che rappresenta motivo di annullamento in base all’articolo 1116 del codice civile francese (14).

Queste cause non sono ancora definitivamente risolte dalla magistratura francese. Ma la Corte dei Conti regionale di Auvergne Rhône-Alpes ha emesso una decisione esemplare permettendo a Sassenage, piccola città di 11.000 abitanti della regione dell’Isere, di continuare la sospensione del pagamento degli interessi richiesti da Dexia, in attesa che la magistratura si pronunci sul caso.

Causa illecita o immorale del contratto

Questo fondamento giuridico, presente in numerose legislazioni nazionali di diritto civile e commerciale, può rimettere in discussione la validità dei contratti. Come detto sopra, perché il contratto sia valido il debito deve essere stato sottoscritto nell’interesse generale della collettività. Questa nozione si ritrova anche nel diritto francese, nella circolare del 15 settembre 1992 relativa ai contratti di copertura dei tassi di interessi offerti agli enti pubblici locali, che stabilisce che “gli enti pubblici locali non possono agire legalmente che per motivi di interesse generale aventi carattere territoriale locale“. Quest’obbligo esclude, molto chiaramente, quei prestiti detti “tossici” basati sulla speculazione che abbiamo esaminato qui sopra. Questi prestiti tossici sono stati stimati, per i soli enti pubblici francesi, intorno ai 13,6 miliardi dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sui prodotti a rischio sottoscritti da attori pubblici locali (16). Il loro annullamento dovrebbe logicamente essere sopportato dalle banche responsabili di aver concepito prestiti complessi, pericolosi e non conformi alla regolamentazione, che vieta agli attori pubblici di speculare sui mercati.

Si può ulteriormente inserire tra le cause illecite o immorali del contratto l’acquisto di materiale militare. La corsa agli armamenti costituisce d’altronde una violazione dell’articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite, che impone agli Stati di regolamentare il commercio delle armi e di non destinare che il minimo delle proprie risorse al settore militare.

Il cosiddetto “aiuto vincolato”, a sua volta, non serve all’interesse generale dello stato debitore. In realtà, questa pratica, che consiste in prestiti tra Stati sotto forma di crediti di esportazione, vale a dire in contropartita per l’acquisto di merci prodotte dallo stato “creditore”, non risponde ai bisogni reali del paese ma agli interessi del “creditore”. É quello che ha portato la Norvegia ad annullare unilateralmente e senza condizioni, nel 2009, i debiti di cinque paesi (Ecuador, Egitto, Giamaica, Perù, Sierra Leone), nel quadro di una campagna di esportazione di navi alla fine degli anni ’70 (17). Per quanto riguarda la Grecia, in piena crisi dall’inizio del 2012, messa sotto pressione dalle autorità francesi e tedesche che volevano garantirsi l’esportazione di armamenti, il governo del PASOK ha fatto ricorso a vari prestiti per finanziare l’acquisto di materiale militare da Francia e Germania. Siamo qui chiaramente in presenza di un aiuto vincolato da parte delle due potenze europee.

Bisogna inoltre verificare con un’analisi contabile in che misura i grandi progetti di infrastrutture finanziati dal debito contribuiscono all’interesse collettivo generale. Si pensi per esempio alle dighe, alcune delle quali vere e proprie cattedrali nel deserto, come quella di Inga nella Repubblica Democratica del Congo, o all’organizzazione dei giochi olimpici. Un esempio per  tutti, lo scandalo delle Olimpiadi 2004 in Grecia. Mentre le autorità elleniche avevano previsto una spesa di 1,3 miliardi di dollari, il costo di questi giochi in realtà ha finito per schizzare oltre i 20 miliardi.

Anche il rimborso dei debiti, conseguenza dei salvataggi bancari, deve essere rimesso in discussione. Infatti, è (come minimo) immorale far sopportare alla popolazione il peso di questi salvataggi. Ricordiamo a questo proposito che la socializzazione dei debiti privati (come è il caso dell’Europa dall’inizio della crisi nel 2007) è espressamente vietata dalla Costituzione ecuadoriana.

Bisogna urgentemente attaccare questi debiti, tanto più che la fattura consegnata ai contribuenti rischia di appesantirsi ulteriormente nel caso di attivazione di garanzie concesse dagli stati su alcune banche. Pensiamo al caso della Dexia, salvata per due volte in tre anni dai governi rispettivamente belga, francese e lussemburghese. A ottobre 2011 questi tre Stati si sono impegnati a garantire i prestiti della “bad bank” (18) composta da Dexia SA e DCL per un ammontare di 90 miliardi di euro. Di conseguenza, se la bad bank non rimborsa i propri creditori, i governi (e quindi i contribuenti) si troveranno ancora una volta a dover saldare i debiti di Dexia. Cosa questa che graverà pesantemente sulle finanze pubbliche dei tre stati garanti. Da notare che la parte presa in carico dallo stato belga rappresenta non meno del 15% del suo Prodotto Interno Lordo! A questo proposito, il 23 dicembre 2011 tre associazoni belghe (CADTM Belgique, ATTAC Liège e ATTAC Bruxelles 2), d’accordo con due deputate federali ecologiste (Zoé Genot et Meyrem Almaci), hanno presentato al Consiglio di Stato una richiesta di annullamento del decreto reale che concede la garanzia dello Stato belga su alcuni prestiti della “bad bank” di Dexia (19).

Infine, il fatto stesso di contrarre debiti finalizzati al rimborso di precedenti debiti illeciti, odiosi o illeggittimi costituisce causa illecita e immorale. Secondo l’argomento giuridico della continuità di reato, un debito illecito non perde, a seguito di rinegoziazione o di ristrutturazione, il proprio carattere illegale. In questo senso, conserva il vizio d’origine e il reato perdura nel tempo. Ne consegue che tutti i debiti pubblici tesi a rimborsare precedenti debiti illegali sono a loro volta illeciti (20). Tra questi, troviamo evidentemente quelli sottoscritti da dittature nel sud come nel nord del mondo (quella dei colonelli in Grecia, quella di Salazar in Portogallo, di Franco in Spagna, per citarne alcuni). Seconso la dottrina del debito odioso (21): Se un potere dispotico contrae un debito non secondo i bisogni e nell’interesse dello Stato, ma per rafforzare il proprio potere dispotico, per reprimere la popolazione che lo combatte, e così via, questo debito è odioso per l’intera popolazione dello Stato(…). Questo debito non è vincolante per la nazione; è un debito di regime, debito personale del potere che lo ha sottoscritto, e di conseguenza decade con la caduta del potere stesso.

Oltre ai debiti odiosi, bisogna prendere in considerazione tutti i debiti illegittimi il cui ammontare totale è ben più importante. Da tener presente che in Europa l’aumento del debito pubblico è principalmente il risultato di una politica fiscalmente e socialmente ingiusta, caratterizzata da 30 anni di regali fiscali fatti ai redditi più alti e alle multinazionali. Un’audit sul debito permetterà di portare alla luce questo debito iniziale, che non va rimborsato.

Rifiutando di rimborsare il debito e dando la priorità ai bisogni umani della popolazione, uno Stato esegue un atto unilaterale ben fondato in diritto e creatore di diritto. Precisamente, il quarto rapporto della Commissione di diritto internazionale dell’ONU sugli atti unilaterali stabilisce che questi “producono effetti giuridici diretti sui loro destinatari. Ma possono altresì produrre effetti indiretti come quelli che contribuiscono alla formazione o al rafforzamento di norme di origine consuetudinaria o alla formazione di principi generali di diritto (22)“.

Nell’ipotesi in cui il creditore decidesse di non riconoscere la validità di un tale atto unilaterale e intentasse un’azione contro il debitore, quest’ultimo ha i mezzi giuridici per contrattaccare. Prendiamo il caso del Paraguay. Oltre a dichiarare il carattere fraudolento del debito, con tutti gli effetti che ne conseguono, incluso quello nei confronti dello stato svizzero, il governo paraguaiano ha rivendicato il proprio diritto, riconosciuto dal diritto internazionale, di esigere dalla Svizzera, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, il pagamento di un risarcimento. Questo in quanto un tribunale svizzero aveva, in maniera arbitraria e ignorando le prove presentate durante il processo, emesso una sentenza a favore dei creditori privati. Il tribunale è un organo dello Stato e di conseguenza, quando si pronuncia, si tratta a tutti gli effetti di un atto dello stato svizzero. Un atto illecito che coinvolge la responsabilità dello Stato.

Per premunirsi contro le rappresaglie giuridiche e condurre una politica di sviluppo sovrana rispettosa dei diritti umani, i governi hanno interesse a ritirarsi da taluni organi arbitrali, in primo luogo il Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti (ICSID, International Centre for Settlement of Investment Disputes). Sulla stessa falsariga, per evitare la formazione di un nuovo ciclo di indebitamento illegittimo, i governi dovrebbero regolamentare rigidamente il ricorso al prestito, sull’esempio della Costituzione ecuadoriana.

 

Note

1) Droit international public, 17e édition, Dalloz, 2004, p. 93.

2) Alexander Nahum Sack Les Effets des Transformations des États sur leurs dettes publiques et autres obligations financières, Raccolta Sirey, 1927.

3) Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo

4) Vedere il documento della Conferenza: Robert Howse “The concept of odious debt in public international law”

5) Consultare la posizione della rete CADTM sul debito odioso e illegittimo su  www.cadtm.org/Dette-illegitime-l-actualite-de-la

6) Per approfondire, leggere Renaud Vivien, Cécile Lamarque, « Plaidoyer juridique pour la suspension et la répudiation des dettes publiques au Nord et au Sud », www.cadtm.org/Plaidoyer-juridique-pour-la

7) La Carta dell’ONU del 1945, la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948, i due patti del 1966 sui diritti economici, sociali e culturali (PIDESC) e sui diritti civili e politic (PIDCP), la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 o encora la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo del 1986.

8) ACDI, 1980, p. 164-167.

9)  www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/Pages/HRC/Index.aspx sotto “Documents to be considered during HRC 20th session”. Numero documento: A/HRC/20/23.

10) Toussaint Éric, Ruiz Diaz Hugo: « L’audit de la dette : un instrument dont les mouvement sociaux devraient se saisir »www.cadtm.org/L-audit-de-la-dette-un-instrument

11) A titolo di esempio, questo vizio del consenso ha costituito motivo giuridico, nel 2005, per il ripudio da parte del Paraguay di un debito di 85 milioni di dollari.

12) Mohamed Dabo: “Les nouveaux principes directeurs relatifs à la dette extérieure et aux droits de l’homme. Résumé du rapport final de l’Expert des Nations-unies sur la dette extérieure”:  http://cadtm.org/Les-nouveaux-principes-directeurs

13) Diversi enti locali in Francia hanno intentato azioni legali. Leggere «France : les dettes publiques locales, un enjeu citoyen essentiel » di Patrick Saurin, www.cadtm.org/France-les-dettes-publiques

14) Secondo l’articolo 1116, « il dolo rappresenta causa di nullità dell’accordo quando le manovre praticate da una delle parti sono tali da rendere evidente che, senza queste manovre, l’altra parte non avrebbe sottoscritto il contratto  ».

15)  www.lesechos.fr/economie-politique/france/actu/0202109119600-emprunts-toxiques-une-ville-peut-suspendre-ses-paiements-332734.php

16) Legggere il rapporto della Commissione su www.assembleenationale.fr/13/rap-enq/r4030.asp

17) Il ministre norvegese della cooperazione allo sviluppo Heikki Holmås, del resto, ha annunciato ad agosto 2012 che il suo paese avrebbe sottoposto a audit tutti i propri crediti sui paesi in via di sviluppo.

18) Una ’bad bank’ è una struttura nella quale vengono trasferiti gli attivi in sofferenza di un istituto finanziario in difficoltà

19) Questo ricorso è stato pubblicato sul “Moniteur belge” [l’equivalente della nostra Gazzetta Ufficiale. N.d.T] nel numero G/A 203.004/XV-1811. Viene sostenuto, in Belgio, da numerose personalità e associazioni. Vedere : www.sauvetage-dexia.be

20) L’argomentazione della continuazione del reato, per esempio, è stata utilizzata dalla commissione di verifica in Ecuador (CAIC) per denunciare le numerose irregolarità (al momento della socializzazione dei debiti privati, del Piano Brady e di altre ristrutturazioni del debito…) che hanno condotto all’emissione di obbligazioni del debito commerciale.

21) Alexander Sack, 1927: « Les Effets des Transformations des États sur leurs dettes publiques et autres obligations financières ».

22) ONU- CDI, Cuarto informeop. cit., § 77.

Fonte originale:  http://cadtm.org/Le-droit-de-desobeir-aux

Traduzione dal francese di Giuseppina Vecchia

Categorie: Diritti Umani, Economia, Europa, Internazionale
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