Molto spesso immaginiamo “i margini” come luoghi lontani: periferie remote, contesti estremi, spazi che sembrano non avere nulla a che fare con la nostra quotidianità. Eppure, i margini sono più vicini di quanto crediamo: abitano i quartieri che attraversiamo ogni giorno senza fermarci a guardare, i territori dove i servizi si diradano e dove le disuguaglianze si amplificano, spesso senza che ce ne accorgiamo. I margini assumono molte forme e non si manifestano sempre allo stesso modo. Possono riguardare chi siamo, le nostre condizioni di vita, le opportunità disponibili, la possibilità di essere riconosciuti e ascoltati. In contesti già segnati da fragilità sociali, economiche e territoriali, possono emergere quelli che definiamo “margini nei margini”, per cui alcune persone affrontano forme di esclusione aggiuntive, che si sovrappongono e rendono ancora più difficile l’accesso ai diritti e alle opportunità. Guardare ai margini, quindi, significa osservare come le disuguaglianze prendono forma nei contesti concreti in cui si vive.
Oggi oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta (Istat, 2025) e quasi 1 persona giovane su 6 non studia e non lavora (Istat BES, 2025). Si stima che nelle città italiane vivano più di 50mila persone senza dimora (Istat, 2015). Le domande di asilo da parte delle persone migranti ammontano a 151mila richieste, ma quasi 2 su 3 (64,1%) vengono respinte alla prima istanza (Istat, 2025). L’85% del lavoro non retribuito è costituito dal lavoro di cura, che ricade principalmente sulle donne (OIL, 2025). Tra il 2004 e il 2024, la spesa media mensile per l’abitazione in Italia è aumentata dell’8,5%, passando da 293 a 318 euro, confermando un aumento dei costi abitativi che pesa fortemente sui bilanci familiari (Istat, 2025).
Di “margini” si occupa l’ultimo report “Abitare i margini” di WeWorld, una ricerca‑azione in sette dei territori italiani in cui l’organizzazione no profit italiana indipendente lavora Milano (Corvetto, Barona e Giambellino), Bologna (San Donato-San Vitale), Roma (San Basilio), Napoli (Scampia-Miano), Cagliari (Sant’Elia), Aversa e Ventimiglia, insieme ai partner BeFree, CEMEA del Mezzogiorno, CADIAI, Fondazione Somaschi, Via Libera Cooperativa Sociale – Gruppo L’Impronta e Patatrac. Si tratta di territori diversi, ma attraversati da dinamiche comuni: povertà economica, carenza di servizi, disuguaglianze educative, precarietà abitativa e lavorativa, spesso rafforzate da politiche frammentarie. Il nostro approccio è stato volutamente situato, radicato nei contesti locali, perché ogni territorio racconta il margine in modo diverso e non può emergere da un’unica lente di lettura.
Il lavoro ha coinvolto tante voci: oltre 330 persone, di cui 237 tra bambini, bambine, donne e persone in transito che partecipano ai programmi di WeWorld, ma anche partner territoriali, reti di quartiere, istituzioni e organizzazioni della società civile. Attraverso interviste, laboratori e momenti di confronto collettivo, sono state raccolte le esperienze di chi vive i margini ogni giorno. Questo lavoro ha permesso di costruire letture condivise per orientare interventi e pratiche nei territori. L’obiettivo è stato capire insieme da dove nasce il margine e come sia possibile “smarginare”, cioè modificare le condizioni che lo producono. Non si tratta di portare al centro chi vive ai margini, facendo adattare le persone a un sistema che produce disuguaglianze, ma di cambiare quel sistema. Le marginalità non sono inevitabili: sono il risultato di scelte economiche, istituzionali e politiche. Per questo, la proposta è chiara: non si tratta di includere chi resta ai margini, ma di trasformare il centro stesso, redistribuendo potere, risorse e possibilità.
Lo studio evidenzia come le disuguaglianze si stratifichino ad esempio anche rispetto al genere: le donne continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito e registrano livelli più bassi di occupazione e reddito, con effetti diretti sull’autonomia e sull’accesso alle opportunità. L’indagine ricostruisce una geografia dei margini che non si limita tuttavia a mappare le esclusioni, ma analizza i processi che le generano e le trasformano, restituendo una lettura profonda delle marginalità contemporanee e superando l’idea che si tratti solo di condizioni geografiche e realtà lontane, ma condizioni che si formano nelle dinamiche sociali, nelle politiche pubbliche e nei modelli economici dei territori. Nei territori osservati, diritti fondamentali faticano a tradursi in condizioni concrete. Il diritto alla casa può diventare precario; l’accesso ai servizi si complica; il lavoro non sempre garantisce autonomia economica; la scuola fatica a essere uno strumento effettivo di uguaglianza.
“I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e geografici” sottolinea Andrea Comollo, Direttore Programmi Domestici di WeWorld. “A volte sono tutte queste cose insieme, con una forte valenza di disuguaglianza. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità , altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Il tentativo spesso è quello di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli. Assegnare uno spazio ai margini perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro. Con Abitare i Margini l’attenzione e la voce torna alle persone che i margini li attraversano ogni giorno”.
Qui per scaricare la ricerca: https://www.weworld.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/abitare-i-margini.











