Se in piazza Duomo a Milano si lotta, nella vicina piazza dei Mercanti ci si raccoglie, si riflette. In quella piazza, le donne del Silenzio per la pace, il gruppo di Porti Aperti contro le morti nel Mediterraneo e altri uomini e donne da anni si trovano regolarmente per denunciare le tante ingiustizie di questo mondo. Così il gruppo che si ritrova in piazza Duomo per la Palestina, quotidianamente, da mesi, trasversale a decine di lotte, di gruppi, di iniziative di questa città, si è dato appuntamento nella stessa piazza dove sei mesi fa aveva letto i nomi delle migliaia di bimbi uccisi a Gaza. In quell’occasione si era deciso di cercare i nomi dei 10mila prigionieri politici palestinesi per leggerli in piazza. Giusto e importantissimo leggere i nomi di coloro che sono stati uccisi, ma urgente e decisivo ricordare coloro che sono a un passo dall’abisso, rinchiusi negli inferni delle carceri israeliane. Liberarli deve essere una priorità.

Se quella tra israeliani e palestinesi fosse davvero una guerra, ci sarebbero prigionieri da una parte e dall’altra, ci sarebbero le carceri israeliane e quelle palestinesi. Ogni tanto si farebbe uno scambio di prigionieri, come avviene in tutte le guerre. I gruppi armati palestinesi quel 7 ottobre ci hanno provato, malamente. Hanno cercato di avere prigionieri da scambiare. Li abbiamo chiamati per due anni ostaggi. Va bene, erano ostaggi, ma allora lo sono anche i 10mila palestinesi nelle mani degli aguzzini delle prigioni israeliane. Quei gruppi armati palestinesi ci hanno provato, gli è andata malissimo. In quanti abbiamo pensato che in fondo siano caduti in una trappola?

E invece in questi due anni si è palesato il volgare razzismo coloniale dello Stato di Israele, e, ahimè, di buona parte del popolo israeliano. Da queste pagine abbiamo sempre sostenuto quella fetta di popolazione israeliana che lotta a fianco dei palestinesi, gruppi importantissimi, ma ancora insufficienti, devono crescere e crescere. Il razzismo è ancora dominante. Quel regime di apartheid si è squadernato nel momento in cui si è passati da quel rapporto che usarono i nazisti di dieci morti a uno, a quello ordinato dal governo criminale israeliano di 100 a uno. Solo 100 morti palestinesi bilanciano un morto israeliano, un ostaggio israeliano vale 100 ostaggi palestinesi.

Ma è uno scambio truccato. Gli ostaggi israeliani sono stati rilasciati a poco a poco: erano uomini e donne ai quali i gruppi che li detenevano davano comunque da mangiare, quando fuori dai nascondigli, nella distruzione totale di Gaza, i bambini morivano di fame. Uomini e donne sui quali non si è sfogata la vendetta, il sadismo, non sono state inferte torture.

Non sto separando questa vicenda tra “buoni” e “cattivi”, sarebbe troppo facile e ingenuo. Sto restituendo delle immagini che a gran parte dei potenti del mondo (e quindi a ruota a tutti i loro mezzi di disinformazione e propaganda) sono sembrate normali.

È normale vedere uscire dalle carceri israeliane uomini distrutti, fatti a pezzi. È normale che decine e decine di prigionieri siano morti nelle carceri israeliane. È normale che molte volte non siano neppure restituiti i corpi dei morti ai loro cari, o che a questi siano stati espiantati organi.

Qual è il limite? C’è? Qualcuno che ha più mezzi delle migliaia di uomini e donne che riempiono le piazze, vuole decidersi a porlo?

Se fossimo nella situazione di 90 anni fa, nel 1936 in Spagna, migliaia di giovani starebbero partendo a sostenere una resistenza antifascista. Oggi credo non si faccia non perché non ci siano quei giovani, ma perché la sproporzione degli armamenti è tale che sarebbe solo un massacro in più. Forse già alla partenza ci esploderebbero i telefonini nelle tasche. In questi giorni stanno salpando ancora una volta decine di imbarcazioni verso la striscia di Gaza. Hanno armi? Neanche una. Hanno aiuti.

A proposito: che fine hanno fatto gli aiuti della precedente Global Sumud Flotilla? Quelli che erano stati raccolti nei porti, che erano stati caricati? Quelli che il nostro governo a suo tempo disse: “Ma bastava dirlo, li portavamo noi, tornate pure a casa, grazie…” Vergogna.

Torniamo a ieri, 17 aprile, Giornata internazionale per i prigionieri politici palestinesi. Decine e decine di donne e uomini si sono raccolti in Piazza Mercanti intorno a un leggio e a un microfono. La piazza era stata allestita magnificamente. Passando si capiva subito di cosa si trattasse.

Alle 16.30 è iniziata questa Via Crucis: fogli in mano a persone che erano in fila per leggere la testimonianza di qualcuno che da dentro il carcere raccontava torture, vessazioni, violenze subite, incubi. Stringevano quei fogli come se fossero passati sotto una porta o volati da una feritoia. Parole scritte con mani tremanti da qualcuno che è riuscito ad uscire vivo (?) da quegli inferni. Scritte con le lacrime agli occhi che rende quasi impossibile scrivere. O scritte da uomini o donne che sono riusciti a farlo su pezzi di carta igienica o cartine di sigarette, o che semplicemente hanno passato queste parole di bocca in bocca fino a portarle fuori, come una piccola fiammella accesa che non deve spegnersi.

Altro che fiaccola olimpica, qui c’erano lumini protetti da venti e piogge, difesi da corpi martoriati, per far uscire questi brandelli di preziosissime verità, senza le quali nulla sarebbe successo.

Quelle parole dicono semplicemente questo: è successo, continua a succedere e dobbiamo fare tutto il possibile per fermare i responsabili di tali atrocità. Dobbiamo, sì, noi. Solo noi che siamo fuori possiamo salvare queste vite. Le resistenze interne non sono più possibili, il cappio si è stretto troppo.

Per salvare il pilota statunitense, due settimane fa, si è mobilitato un intero esercito. Noi dobbiamo mobilitare il mondo.

Ieri in Piazza Mercanti si sono ascoltate parole messe dentro a bottiglie e gettate in mare, non si è fatta una “celebrazione”. È stato un atto politico, la forte e decisa denuncia di una situazione insostenibile, ma anche una giornata di formazione per attivisti e attiviste i quali, mentre leggevano ed ascoltavano, si ripetevano dentro, uniti, stretti, con accenni di lacrime e con cuori gonfi, la versione del 2026 del motto di allora: “No pasaran!”

Per la cronaca: hanno letto tra gli altri l’anziano e amato Basilio Rizzo, a lungo consigliere comunale e  l’ottantenne, ma traboccante energia Moni Ovadia; ha terminato la splendida cantante Silvia Zaru che da pochi giorni ha imparato a memoria, e con ottima pronuncia, una canzone palestinese.

Grazie alle donne e agli uomini che hanno organizzato e dato vita a questo ennesimo tassello di un puzzle che somma pezzi ogni giorno, e che dovrà presto “precipitare” in una marea, a riempire le piazze, le strade, al seguito di un popolo che resiste.

Oggi intanto a Milano, si misureranno le forze di una destra arrogante, capace di mentire e di ferire, simile a quella di sempre, che riesce a trascinare gente delusa e incattivita; dall’altra parte ci sarà chi si oppone a una deriva raccapricciante e vuole un mondo dove l’amore prevalga sull’odio, la vita sulla morte, la pace e la giustizia su guerra e ingiustizia.