L’anniversario dei 35 anni dell’esodo di milioni di kurdi dalla regione del Kurdistan non è solo una pagina dolorosa della nostra storia: è una ferita ancora aperta, ma anche l’inizio di un cambiamento profondo che ha trasformato per sempre l’equilibrio politico dell’Iraq.
Dopo il fallimento del regime di Saddam Hussein nell’occupazione del Kuwait e la rivolta del popolo kurdo, per liberare le città kurde dal regime baasthista e i suoi militari, il regime scelse la vendetta. Una vendetta brutale, spietata, che si abbatté senza pietà sulla popolazione civile.
Dieci giorni dopo la liberazione della città di Kirkuk il 31 marzo 1991, ci siamo ritrovati costretti a lasciare tutto: le nostre case, i nostri ricordi, la nostra vita. Non perché volessimo partire, ma perché restare significava tornare sotto la repressione, la violenza e la schiavitù del regime.
L’esodo verso le montagne, nel 1991, è stato uno dei più grandi e drammatici movimenti di massa del XX secolo. Un popolo intero in cammino, sospeso tra la paura e la speranza.
Siamo fuggiti verso i confini con Iran e Turchia, a piedi nudi, affamati, esausti. Portavamo con noi solo ciò che avevamo addosso, ma dentro di noi c’era molto di più: la volontà di sopravvivere, di resistere, di non arrenderci.
Il regime minacciava di ripetere gli orrori dell’Operazione Anfal e del bombardamento chimico di Halabja. La paura non era un ricordo: era una realtà viva, presente, che ci accompagnava ad ogni passo.
Poi arrivò una risposta dal mondo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la Risoluzione 688, impose al regime iracheno una no-fly zone lungo il 36º parallelo, offrendo finalmente una protezione al popolo kurdo.
Da quel momento, nel 1992, nacque ufficialmente la Regione autonoma del Kurdistan: un primo passo verso la dignità, verso l’autogoverno, verso un futuro diverso. Furono istituiti il Parlamento e il Governo kurdo, simboli concreti di una rinascita dopo la tragedia.
E nel 2003, con la caduta del regime di Saddam Hussein, quella realtà conquistata con sofferenza e sacrificio venne riconosciuta nella nuova Costituzione irachena come Regione autonoma del Kurdistan.
Questa non è solo storia. È memoria, identità, resistenza. È il ricordo di chi ha camminato tra le montagne con dolore negli occhi e speranza nel cuore. È la prova che, anche nei momenti più bui, un popolo può rialzarsi e riscrivere il proprio destino.
Gulala Salih
Una dei milioni sfuggiti durante l’esodo.











