È in vigore una delle leggi più controverse tra quelle approvate dalle autorità albanesi a Prishtina, in Kosovo, la cosiddetta legge sugli stranieri e i veicoli, in base alla quale tutti coloro che non sono in possesso di documenti rilasciati dalle autorità dell’autogoverno di Prishtina saranno considerati, di fatto, come stranieri e tenuti, di conseguenza, a richiedere un permesso di soggiorno. In procinto, con l’entrata in vigore domenica 15 marzo, di essere considerati, letteralmente, stranieri nel proprio paese, vi sono ovviamente non pochi serbi del Kosovo, il che alimenta, di per sé, interrogativi circa i propositi e le intenzioni della legge.

Come ha osservato il Consiglio Socioeconomico della Serbia (SES), grande è la preoccupazione, specie presso la comunità serba kosovara, per l’entrata in vigore della norma, che potrebbe avere conseguenze di vasta portata per i serbi del Kosovo. In sostanza, “l’applicazione di queste norme discriminatorie metterebbe in discussione la sopravvivenza di decine di migliaia di serbi e delle loro famiglie, che vivono e lavorano in Kosovo”, privando a tutti gli effetti dei diritti di cittadinanza e costringendo a richiedere un permesso di soggiorno tutti i serbi che, legittimamente, hanno documenti serbi e, per vari motivi, non sono in possesso di documenti kosovari. 

La condizione di legittimità di questa posizione discende dallo status internazionale del Kosovo, che, sebbene abbia proclamato la propria indipendenza e sancito di fatto la nascita della propria repubblica il 17 febbraio 2008, non è riconosciuto dalla comunità internazionale nel suo complesso, non ha seggio in Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e la sua posizione è regolata dalla Risoluzione 1244 del 1999 del Consiglio di Sicurezza, che ribadisce l’integrità territoriale della Repubblica Federale Jugoslava, oggi Serbia, e prescrive per il Kosovo non l’indipendenza, ma «sostanziale autonomia e significativa auto-amministrazione». Considerare i serbi del Kosovo stranieri e non cittadini comporta, evidentemente, una minaccia ai diritti umani fondamentali, in relazione, in particolare, ai diritti al lavoro, alla libertà di movimento, alla vita familiare, alla salute e all’istruzione.

Questi ultimi ambiti sono particolarmente delicati. Lo scorso mercoledì 11 marzo, circa cinquanta studenti e docenti dell’Università di Prishtina con sede temporanea a K. Mitrovica (l’Università del settore serbo di Mitrovica) sono scesi in piazza per richiamare l’attenzione sull’incerto futuro che attende l’Università e sui contenuti della petizione, che ha già raccolto oltre quattromila firme, per chiedere che l’Università rimanga all’interno del sistema educativo serbo, e non sia né trasferita, né ricondotta sotto il ben diverso sistema kosovaro, né smantellata. 

Analoga preoccupazione circonda il sistema sanitario. Lavoratori e lavoratrici della salute dell’Ospedale regionale di Kosovska Mitrovica hanno espresso grave preoccupazione intorno al fatto che la nuova legge possa mettere a repentaglio il funzionamento del sistema sanitario e ricordato che, in base alla legge sui veicoli, che proibisce l’uso di veicoli immatricolati in Serbia in tutto il territorio del Kosovo, è messa a rischio anche la continuità del servizio di assistenza sanitaria. Come ha ricordato Aleksandar Božović, medico e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Prishtina a K. Mitrovica, “le nostre ambulanze sono immatricolate a Raška o Belgrado perché non è stato possibile registrarle correttamente nel sistema delle istituzioni provvisorie del Kosovo. La preoccupazione è enorme perché si pone la questione di come potrà funzionare il sistema sanitario H 24”.

La legge interessa la vita quotidiana di un numero non piccolo di persone, in continuità con misure precedenti, tra cui la chiusura forzata, da parte delle autorità di Prishtina, delle istituzioni e degli uffici dei serbi del Kosovo, uffici postali, sportelli bancari e, perfino, la Biblioteca “Vuk Karadžić” di Kosovska Mitrovica, chiusa d’autorità il 21 maggio 2025. È solo l’ultima in ordine di tempo, dal momento che, secondo i dati disponibili, dal 2012 sono state chiuse almeno 73 istituzioni serbe nelle aree del Kosovo a maggioranza serba, non solo le province del Nord (K. Mitrovica, Leposavić, Zvečan, Zubin Potok) ma anche i centri a maggioranza serba del Kosovo interno (Gračanica, Štrpce, Parteš, Ranilug e altri). 

È per questo che da più parti si è paventato il rischio di una strisciante pulizia etnica dei serbi del Kosovo, se è vero che per «pulizia etnica» si intende «una politica deliberata volta ad eliminare, tramite l’uso dell’intimidazione, della violenza e/o del terrore, le popolazioni civili appartenenti a una diversa comunità etnica o religiosa da determinate aree geografiche». Nel silenzio e nella complicità delle potenze occidentali, nel cuore d’Europa si consumano così gravi e durature violazioni e ingiustizie. D’altra parte, secondo le autorità albanesi kosovare, la legge non è altro che uno strumento per garantire che tutti i residenti abbiano i documenti in regola. “Quanti risiedono in Kosovo devono semplicemente regolarizzare la propria posizione, come avviene in qualsiasi Paese europeo”, ha dichiarato il Ministro dell’Interno Xhelal Svecla. Che non si tratti solo di una questione “formale” lo dimostra il fatto che, dopo l’incontro tra premier kosovaro albanese, Albin Kurti, e il rappresentante speciale della Ue per il dialogo Serbia-Kosovo, Peter Sorensen, lo scorso 14 marzo, sono state introdotte misure di “mitigazione”, che prevedono il rilascio di permessi di soggiorno temporanei della durata massima di dodici mesi ai membri della comunità serba sprovvisti di documenti kosovari.

Il tutto avviene in un contesto internazionale che non può lasciare indifferenti. Nel 2018 il parlamento kosovaro ha approvato una legge per la trasformazione delle Forze di Sicurezza del Kosovo (KSF) in un vero e proprio esercito, destinato a diventare pienamente operativo entro il 2028, con un aumento del personale a 5000 unità. Solo negli ultimi anni, il bilancio militare del Kosovo è triplicato, passando da 65 milioni di euro nel 2021 a 208 milioni di euro nel 2025, e prevedendo un investimento in difesa di un miliardo di euro in quattro anni (2025-2029). Un investimento sproporzionato, se consideriamo che il PIL (a prezzi correnti) del Kosovo ammonta a circa undici miliardi di euro, e lo stipendio medio lordo si aggira intorno ai 600 euro. Un paese non riconosciuto, dunque, che spende circa il 2% del proprio prodotto lordo in spese per la guerra. 

Non è più il tempo di appelli retorici o vane proclamazioni di intenti; sempre più urgentemente si impone la necessità, per tutti e tutte, di evitare abusi e violazioni e ripristinare le condizioni per la giustizia e la pace.

 

Riferimenti

Serbs in Kosovo concerned about the Law on Foreigners, Serbian Monitor, OK Radio, 10.03.2026: www.serbianmonitor.com/en/serbs-in-kosovo-concerned-about-the-law-on-foreigners-the-right-to-healthcare-and-education-at-risk/

Protest held in North Mitrovica, KoSSev, 11.03.2026: kossev.info/protest-held-in-north-mitrovica-professor-reljic-urges-serbia-to-stand-behind-the-university-it-founded/

Decision enters into force today, Kosovo issues 12-month residence permits for Serbs, BalkanWeb, 15.03.2026 www.balkanweb.com/en/Kosovo%27s-decision-to-issue-12-month-residence-permits-for-Serbs-enters-into-force-today/#gsc.tab=0 

Kosovo to boost defence spending by 60%, plans drone, ammunition production, Reuters, 26.03.2025: www.reuters.com/business/aerospace-defense/kosovo-boost-defence-spending-by-60-plans-drone-ammunition-production-pm-says-2025-03-26/ 

Il rischio palpabile di una pulizia etnica in Kosovo, Pressenza, 07.02.2024: www.pressenza.com/it/2024/02/il-rischio-palpabile-di-una-pulizia-etnica-in-kosovo/