Oltre la cronaca dei raid aerei e di una escalation che sta coinvolgendo l’intera regione, resta il silenzio di un popolo stanco di convivere con il suono metallico di razzi e granate. La scrittrice afghana Kreshma Ehsas condivide una testimonianza diretta da Kabul su cosa significhi svegliarsi sotto le bombe durante l’ennesimo Ramadan di fuoco. 

Il 26 febbraio scorso, durante il mese benedetto del Ramadan, a Kabul e in tutto l’Afghanistan le persone hanno come d’abitudine fissato la sveglia alle 4 del mattino per svegliarsi e fare suhoor, il pasto prima di cominciare il digiuno all’alba, proprio come ogni fedele musulmano in tutto il mondo.

Ma durante quella stessa notte un suono più forte di qualsiasi sveglia ha scosso diverse città del paese con due ore di anticipo. Persone che avevano poggiato il capo sui cuscini della propria terra sono sussultate nel terrore. La nostra casa è a Kabul, una delle città colpite dai raid aerei quella notte. Il suono terrificante delle esplosioni ha tinto di rosso l’oscurità e ha portato la paura nel cuore degli abitanti della città nel pieno della notte.

Io e la mia famiglia, insonni e schiacciati dall’ansia, ci siamo seduti insieme nel corridoio di casa, lontani dalle finestre. Recitavamo preghiere sottovoce mentre cercavamo risposte a quella paura sui social media. Presto è diventato chiaro che gli attacchi erano stati condotti dal Pakistan con l’obiettivo dichiarato di distruggere centri militari e depositi di armi. Ma la pace di queste notti benedette non è stata sottratta solo a Kabul; anche Kandahar, Paktia, Paktika, Khost e Laghman non sono state risparmiate.

I combattimenti sono iniziati nelle zone di confine e nelle postazioni militari, mentre i caccia pakistani hanno continuato a prendere di mira le città afghane durante le operazioni notturne. In questi scontri, centinaia di soldati e persone civili che vivevano in zone residenziali vicine ai campi militari sono rimaste colpite.

I funzionari pakistani accusano il governo di Kabul di addestrare gruppi armati come Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) all’interno delle madrasa, le scuole religiose, e che in futuro potrebbero essere mobilitati contro il Pakistan. I talebani respingono con forza queste accuse.

Tuttavia, non è il primo attacco di Islamabad in Afghanistan. 

Già il 15 ottobre 2025 infatti, a Kabul — proprio nel distretto di Taimani dove viviamo — si erano verificate due esplosioni consecutive. Quel giorno c’era il sole e faceva caldo. Indossavo i miei abiti neri lunghi, un grande chador e la mascherina sul volto. Dietro la maschera, il mio respiro caldo mi sfiorava il viso. Come al solito, avevo scattato alcune foto al cielo blu profondo, dove il sole brillava luminoso.

Sono un’insegnante privata e ogni giorno vado a casa dei miei studenti per insegnare il Sacro Corano e l’inglese. Anche quel giorno sembrava ordinario. Ero a casa di una mia studentessa, una donna con tre figli. Stavamo leggendo il Corano e sorseggiando un succo di prugna quando, improvvisamente, un’esplosione fortissima ci ha fatto sobbalzare. Sembrava che il mondo si fosse spaccato, che stesse per crollare tutto. A cento metri da noi, fumo e fiamme salivano da un grande edificio.

Farahnaz ha abbracciato i suoi figli piangendo: “La guerra è iniziata”. Ero pallida, confusa. Ho infilato due pennarelli in borsa e sono scappata verso casa. Mentre scendevo le scale, la donna mi ha offerto l’aiuto di suo fratello per accompagnarmi, ma il mio senso di pudore era ancora forte: come potevo camminare con un uomo che non era un parente stretto? “No, va bene così”, ho risposto, nonostante riuscissi a malapena a stare in piedi.

Camminavo sotto un cielo che non era più blu, ma grigio scuro. Raggiunta casa con fatica, ho trovato mia madre e le mie sorelle terrorizzate nel corridoio. Prima ancora di salutarle, una seconda esplosione ha scosso i vetri. Poco dopo, mio padre e i miei fratelli sono tornati dal negozio: una mina aveva distrutto l’attività accanto alla loro. Mio fratello, sdraiato sul materasso, ha detto: “Prepara qualcosa da mangiare, abbiamo fame”.

L’ho guardato sorpresa: “Ho paura, e tu pensi al cibo?”. Ma anche mio padre ha insistito: “I ragazzi hanno fame”. Così, con il cuore che tremava e il terrore che una bomba entrasse dalla finestra della cucina, ho tagliato i pomodori, li ho fritti nell’olio e vi ho rotto sopra le uova.

Proprio come l’altra notte. Una notte in cui il suono delle bombe risuona ancora nelle mie orecchie, mentre io sono in cucina a lavare il riso per il suhoor.