Per i migranti che vi arrivano grazie al passaparola, il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è da anni un accogliente luogo di passaggio prima di tentare l’attraversamento della frontiera per restare in Francia o proseguire per altri Paesi europei. A causa dei respingimenti, il tentativo viene spesso ripetuto. Ne parliamo con Silvia Massara, una dei volontari impegnati da anni in quest’opera di aiuto e solidarietà.

Il Rifugio Fraternità Massi di Oulx è aperto dal settembre 2018. Da dove sorge l’idea di questo importante spazio di aiuto e solidarietà?

Dobbiamo ringraziare l’intuizione di Don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno, che con la fondazione Talità Kim Budrola propone un progetto di accoglienza umanitaria a Oulx in un momento in cui le persone in viaggio e quindi in pericolo cominciano a essere molto numerose. È ora aperto 24h/24h e sette giorni su sette ed è fondamentale per la riduzione dei rischi e la buona gestione del fenomeno sul territorio.

Il sostegno ai migranti che arrivano in Val Susa però esiste da tempo. Puoi ripercorrere le tappe della vostra storia?

A Bardonecchia gli arrivi di migranti in treno iniziano a marzo-aprile 2017. All’inizio sono quasi solo guineani che arrivano direttamente dagli sbarchi nel Sud Italia e si incamminano a piedi verso il Col de l’Echelle senza essere fermati dalla polizia italiana. Durante l’estate gli arrivi si intensificano e alcuni residenti prendono l’abitudine di tenere in macchina cibo e giacche da offrire. Spesso i migranti si perdono e vengono riportati indietro da chi è andato in gita.

I primi freddi dell’autunno allarmano il nostro piccolo gruppo, così cerchiamo senza grandi risultati di coinvolgere le istituzioni locali. Ogni sera andiamo alla stazione con tè caldo e coperte e cerchiamo di far aprire un magazzino riscaldato per accogliere la gente, anche perché la neve arriva presto abbondante e le temperature si abbassano molto. Poi a fine novembre le ferrovie, stanche del fatto che la stazione sia diventata un luogo di rifugio e di cura, decidono di chiuderla completamente.

Qualche giorno dopo, con l’aiuto di Rainbow4Africa, una Ong che dopo aver operato in Africa era già intervenuta a Lesbo, si apre una piccola stanza ripulita e riscaldata. Attorno alla stazione si forma una rete di solidarietà, proveniente dalla media e bassa Val Susa e in cui gli attivisti No TAV sono numerosi, che viene in soccorso al nostro piccolo gruppo locale.

Con il pericolo delle valanghe al Col de l’Echelle, riusciamo gradualmente a convincere i migranti a utilizzare il Col du Montgenèvre, più controllato ma meno pericoloso. Da dicembre 2017 a marzo 2018 tutte le sere saliamo a Clavière con le nostre auto per raccogliere le persone che sono state respinte o che rinunciano a causa del freddo molto intenso e della neve molto alta.

Decidiamo di chiedere aiuto al sindaco e al parroco di Clavière, anche in questo caso senza esito. È in questo contesto d’emergenza, con arrivi fino a 60 persone, che nella notte tra il 21 e il 22 marzo 2018 viene occupata la vasta sala parrocchiale situata sotto la chiesa di Clavière. Il giorno successivo all’occupazione contattiamo Don Chiampo, parroco di Bussoleno e punto di riferimento della Caritas della Val Susa, per chiedergli un aiuto per evitare l’evacuazione immediata. L’evacuazione non avviene e cresce la collaborazione tra solidali francesi e italiani. Nasce il collettivo “Chez Jésus”. Arrivano donazioni, nonostante la lontananza di Claviere: cibo, prodotti per l’igiene, scarponi, zaini, ecc. Tuttavia permane la minaccia dell’evacuazione, che poi avverrà il mattino del 10 ottobre 2018.

Come ho già detto, il rifugio Fraternità Massi di Oulx apre nel settembre 2018 ed è situato in un ex edificio salesiano gestito dalla fondazione Talità Kum, il cui presidente è don Luigi Chiampo. Inizialmente il rifugio ha solo una decina di posti e apre solo di notte e poche ore di giorno, poi i posti diventeranno 45, fino al cambio di sede tre anni dopo. Nel frattempo nella notte tra 8 e 9 dicembre 2018 viene occupata la casa cantoniera all’uscita di Oulx, poi sgomberata il 23 febbraio 2021 dalla polizia italiana.

Queste occupazioni a fini sociali e umanitari sono state oggetto di una vasta indagine giudiziaria che ha coinvolto più di 170 persone. Diciassette di loro hanno ricevuto un divieto amministrativo di soggiorno nella zona del confine della durata di sei mesi, ma alla fine sono stati tutti assolti, giacché è stata riconosciuta la loro finalità umanitaria. Credo che al buon esito della vicenda abbia contribuito una petizione con migliaia di firme, lanciata su entrambi i lati del confine per segnalare la situazione di emergenza umanitaria.

 Quanti migranti riuscite ad accogliere attualmente?

Il rifugio dispone di circa 70 posti letto, a cui se ne aggiungono alcuni in un container esterno. Ma bisogna pensare che ospitiamo persone in viaggio, con nuovi arrivi e nuove partenze ogni giorno; le persone di oggi non c’erano ieri e non ci saranno domani, o almeno si spera, perché se ci sono  significa che sono state respinte.

La difficoltà sta nell’imprevedibilità del numero degli arrivi, che dipende in parte dalla stagione, ma soprattutto dai flussi che iniziano migliaia di km più in là. Le persone si comportano in modo diverso a seconda della rotta che hanno seguito e della loro esperienza nell’affrontare la montagna. I giovani afghani non temevano il freddo, la neve, le montagne per esperienza vissuta e non erano fermati dall’attraversamento del mare, quindi arrivavano in massa anche in pieno inverno. Ora che arrivano persone da Sudan e Maghreb il fatto che partano spesso dalla Libia o dalla Tunisia fa sì che ci sia un calo invernale più marcato. Fino adesso si è riusciti a non rifiutare l’ingresso a nessuno, anche se ci sono stati momenti difficilissimi, con numeri fino a 230 persone in un solo giorno. 

Quante persone “lavorano” al rifugio, tra volontari e personale fisso?

Il personale stipendiato è costituito da circa 10 operatori che dipendono da Talità Kum, sono responsabili della struttura e accolgono i migranti, dalle operatrici legali che dipendono dalla Diaconia Valdese e dalla referente medico e infermieri di Rainbow for Africa.

Poi ci sono i volontari, il cui numero è difficile da definire: credo che i regolari siano circa una quarantina, ma si va da chi viene sempre una volta alla settimana ed è sovente punto di riferimento di aspetti diversi a chi arriva magari da Vicenza o da Genova per quattro giorni tutte le volte che riesce a ritagliare uno spazio. Poi c’è un numero grandissimo di volontari che vengono in modo sporadico, o che si avvicinano per la prima volta, magari passano da noi le ferie ma non sempre riescono a ritornare. O le comunità capi scout della zona che ci adottano da anni e a turno vengono nel fine settimana per le pulizie. Infine ci sono i gruppi che vengono episodicamente, spesso gruppi scout in uscita che si dedicano al rifugio durante il loro cammino o classi maggiorenni di insegnanti illuminati.

Puoi descriverci nella pratica cosa succede al rifugio ogni giorno?

Come ho già detto, la premessa è che le persone che arrivano sono in viaggio, si fermano quindi indicativamente una notte e ripartono il giorno seguente. La mattina vengono riunite nel salone e si cerca di dare tutte le informazioni necessarie sui due temi che più ci stanno a cuore: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera. Si insegnano a usare la coperta di sopravvivenza e gli scaldamani, si forniscono i numeri telefonici di soccorso, si cerca di raccontare cos’è una valanga e dove non si deve passare, si spiega cosa avviene se si è fermati dalla polizia francese, quali sono i propri diritti e cosa succede se si viene respinti.

I MSNA (minori non accompagnati) negli ultimi anni possono presentarsi in polizia al confine e normalmente vengono fatti passare. Intanto tutti ricevono il vestiario adatto alla stagione e un panino o pasta di dattero per affrontare le lunghe ore di cammino. Dopo le partenze dei bus al mattino e dopo pranzo verso la frontiera la giornata prosegue normalmente più calma, a meno che ci siano grandi numeri di migranti. Nel frattempo sono state fatte decine di lavatrici e le pulizie di tutto l’edificio. Verso sera purtroppo possono rientrare i respinti, portati dal furgone dei volontari della CRI. La giornata si chiude presto, alle 19, poiché tutti sono sfiniti.

Cosa riuscite a offrire ai migranti, spesso traumatizzati dalle violenze subite durante il viaggio, oltre a un momento di riposo, indumenti adatti e indicazioni pratiche per superare il confine?

Non vengono date informazioni pratiche per superare il confine, metterebbe tutti in pericolo,  ma informazioni sulla sicurezza e informazioni legali. Quello che si spera di offrire è uno spazio in cui si sentano guardati come persone, ascoltati se lo desiderano, confortati se ne sentono il bisogno. Dopo giorni o mesi in cui sono stati trattati come pacchi o corpi da usare, farli sentire come persone è già moltissimo.

Quali sono i Paesi di provenienza più rappresentati e quali le situazioni drammatiche che li inducono a cercare una vita migliore in Europa?

Ci sono stati molti cambiamenti nei flussi in questi anni: all’inizio giovani dell’area subsahariani francofoni in cerca di aiuto dalla Francia che si era presa le loro risorse e che speravano potesse accoglierli. Poi tra il 2020 e il 2022 popoli dai Balcani, soprattutto afghani e molti kurdi, in fuga da guerra e persecuzioni. Nel 2023 un enorme numero di sudanesi di nuovo in fuga dalla guerra, a cui l’anno scorso si sono aggiunte molte persone da Eritrea e Etiopia, con un numero impressionante di minori non accompagnati (anche 30 in un giorno). In questa fase ancora tanti dal Sudan e in aumento dal Marocco, attirati dalle nuove normative spagnole che rendono relativamente più facile ottenere un permesso di soggiorno.

Al rifugio arrivano spesso minori non accompagnati, che magari hanno iniziato il loro viaggio a 12, 13 anni. Da cosa fuggono e quali sono le procedure nei loro confronti in Italia e in Francia?

Molti sono “inviati” dalle famiglie che investono su di loro con grandi sacrifici, altri cercano di raggiungere famiglie lontane. In Italia sono i servizi sociali che devono occuparsene, in valle ci sono due case di accoglienza. Ma moltissimi di loro fuggono perché hanno un obiettivo chiaro da raggiungere, se non è la famiglia sono amici o conterranei che li stanno aspettando in altri Paesi europei, quindi ovviamente non c’è niente che li convinca a fermarsi. Se si sono già dichiarati minori all’entrata in Italia o se arrivano dai Balcani e non sono stati ancora registrati si possono presentare alla stazione di polizia che si trova sul territorio francese e dichiararsi minori per essere accolti. Normalmente vengono presi in carico da un’associazione di difesa dell’infanzia che li indirizza a Gap, dove dovrebbero passare l’esame di riconoscimento dell’età, ma molti proseguono il loro viaggio.

Tra il vostro rifugio e Terrasses Solidaires di Briançon c’è uno scambio continuo e una condivisione di valori e attività. Puoi descriverci brevemente quali sono e cosa fanno le organizzazioni solidali francesi?

I rapporti tra noi e i francesi sono rigorosamente legati a due temi principali: la riduzione dei rischi in montagna e la difesa dei diritti in frontiera (respingimenti illegali ecc). Ogni altro rapporto ci metterebbe in una situazione di pericolo.

Refuges Solidaires è il nome del rifugio francese (strutturato su quattro sedi). La parte principale, che ha circa 70 posti come da noi, accoglie quotidianamente le persone in viaggio che transitano da Briançon sul loro percorso verso altre città francesi o più spesso verso la Spagna e i Paesi del nord Europa. Si chiama Les Terrasses Solidaires e contiene anche gli uffici di altre associazioni che collaborano: Médecins du Monde, che ha sede a Briançon da anni e partecipa alla parte sanitaria e alle azioni di solidarietà in montagna dette “maraudes”, Toutes et Tous Migrants, che si occupa della parte “politica”, dei ricorsi con gli avvocati, delle manifestazioni, ecc e il collettivo RDRM (Réduction des risques en montagne) che nelle notti di inverno percorre i sentieri in territorio francese per portare aiuto alle persone in pericolo di vita.

I valori che ci legano si esplicitano sovente attraverso manifestazioni comuni, come la Grande Maraude Solidaire degli anni passati, la Commemor’Action dei morti lungo le frontiere, una giornata mondiale di lotta che si tiene il 6 febbraio, convegni, ecc.

Che cosa ti hanno dato questi anni di intensa attività? Cosa ti dà la forza per continuare questo impegno?

Sicuramente la nostra vita è cambiata, aver incontrato le persone che sono passate di qui ci fa vedere il mondo in modo diverso, fare esperienza della dignità e del coraggio di coloro che incontriamo ci cambia. In me è cresciuta la percezione di ciò che ci accomuna tutti, una sensazione forte di vicinanza e un gran bisogno di concretezza. Mi sento parte di una rete di persone con cui condivido tanto; è questo il motivo per cui la convinzione non si è affievolita negli anni.

Foto di Aldo Amoretti, Matteo Placucci e vari attivisti