Mercoledì 25 febbraio alle ore 18, il mondo associativo e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani si riuniscono in Place du Luxembourg, a Bruxelles, su iniziativa del CNCD-11.11.11, per opporsi con determinazione alla riforma del « Regolamento Rimpatri » dell’Unione europea, attualmente in discussione al Parlamento europeo.
Questa riforma si inserisce nella continuità della direttiva 2008/115/CE, nota come « direttiva rimpatri », già denunciata fin dalla sua adozione nel 2008 come la « direttiva della vergogna » da numerose associazioni, ONG e organizzazioni sindacali, a causa della durezza delle sue disposizioni.
Il nuovo testo intende irrigidire ulteriormente politiche di allontanamento già estremamente brutali, accentuando le pratiche di respingimento e ispirandosi, nei suoi aspetti più repressivi, ai modelli statunitense e australiano, in particolare per quanto riguarda la detenzione amministrativa e l’esternalizzazione delle espulsioni in collaborazione con Paesi terzi, come nel caso degli accordi conclusi con alcuni Paesi dei Balcani occidentali candidati all’adesione all’Unione europea.
La mobilitazione prevista per oggi arriva a pochi giorni da una scadenza politica cruciale. Il 9 marzo il Parlamento europeo adotterà la propria posizione sulla proposta presentata dalla Commissione europea nella primavera del 2025: un nuovo regolamento « Rimpatri » destinato a sostituire la direttiva 2008/115/CE attualmente in vigore. Sotto la pressione di diversi Stati membri e di governi di estrema destra, la Commissione avrebbe pubblicato questa proposta lo scorso anno in modo affrettato, senza una valutazione d’impatto approfondita né una consultazione preventiva delle organizzazioni della società civile.
In vista del voto europeo, oltre un centinaio di organizzazioni con sede in diversi Paesi hanno firmato un comunicato di allerta denunciando un testo che rischia di estendere e normalizzare le retate migratorie e i dispositivi di sorveglianza discriminatori nelle città e nei quartieri. Il progetto mirerebbe a obbligare gli Stati membri a « individuare » le persone in situazione irregolare, trasformando gli spazi della vita quotidiana, i servizi pubblici e le interazioni comunitarie in strumenti di controllo migratorio, secondo un modello paragonabile a quello, già fortemente criticato, dell’ICE negli Stati Uniti, che numerose organizzazioni denunciano giorno dopo giorno.
Una simile logica ha già prodotto, in diversi Paesi dell’Unione europea, effetti particolarmente preoccupanti, soprattutto in materia di salute pubblica e, più in generale, di accesso ai servizi sociali, nella misura in cui un numero crescente di persone senza documenti rinuncia a ricorrere alle cure mediche essenziali per timore di essere segnalate o arrestate.

Una riforma dalle conseguenze dannose
Per le organizzazioni mobilitate oggi, la riforma solleva gravi preoccupazioni riguardo al rispetto dei diritti fondamentali. Tra le misure previste figurano:
- La possibilità di trasferire persone verso Paesi terzi cosiddetti « sicuri », senza legami reali con tali Paesi e senza garanzie sufficienti in materia di sicurezza e protezione.
- La creazione di « hub di rimpatrio » in Paesi non europei, esternalizzando ulteriormente la politica migratoria dell’UE, sul modello dell’accordo Rama–Meloni.
- La limitazione delle garanzie giuridiche, in particolare la riduzione del ricorso sospensivo, che oggi permette di bloccare un’espulsione durante l’esame di un ricorso.
- La generalizzazione e l’allungamento dei periodi di detenzione amministrativa, comprese le famiglie e i bambini.
- La banalizzazione di controlli, misure di rilevamento e dispositivi di sorveglianza suscettibili di favorire il profiling razziale.
Queste linee di intervento, come denunciano le organizzazioni firmatarie della lettera di allerta, contravvengono agli impegni internazionali degli Stati membri, in particolare alla Convenzione di Ginevra, al principio di non-refoulement, all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Minacciano inoltre il diritto al rispetto della vita privata e rischiano di indebolire il principio di non criminalizzazione della solidarietà, al centro delle mobilitazioni degli ultimi anni.
Verso una logica di « identificazione» generalizzata
Oltre alle stesse procedure di rimpatrio, le organizzazioni denunciano l’inserimento, nella legislazione europea, di misure cosiddette di « identificazione » delle persone ritenute o accusate di trovarsi in situazione di soggiorno irregolare.
Secondo la proposta della Commissione e le posizioni già sostenute da diversi Stati membri, le autorità nazionali potrebbero essere incoraggiate, se non addirittura obbligate, a intensificare l’identificazione delle persone prive di titolo di soggiorno. Nella pratica, questo potrebbe immediatamente tradursi in:
- Perquisizioni della polizia in abitazioni private, con la possibilità di entrare nei luoghi di residenza per cercare persone senza documenti, ma anche in uffici o centri di accoglienza gestiti da organizzazioni umanitarie.
- Operazioni di controllo massicce negli spazi pubblici — stazioni ferroviarie, fermate degli autobus, vie di comunicazione o aeroporti — simili ai dispiegamenti di polizia già osservati in alcuni Stati membri.
- Un ricorso crescente alle tecnologie di sorveglianza, inclusa la raccolta e lo scambio di dati personali su larga scala tra forze di polizia, nonché l’utilizzo di dispositivi biometrici.
- L’imposizione di obblighi di segnalazione ad alcune autorità pubbliche o servizi sociali.
- La moltiplicazione dei controlli basati sull’aspetto, sulla lingua o sull’origine presunta delle persone, rafforzando pratiche di profiling razziale già denunciate da numerose autorità indipendenti.
Per le organizzazioni mobilitate, queste misure non sono né astratte né ipotetiche: alcune esistono già a livello nazionale, in particolare in Belgio e in altri Paesi europei. La loro iscrizione in un regolamento europeo vincolante avrebbe l’effetto di legittimarle, finanziarle e armonizzarle a livello dell’Unione.
Effetti a cascata sull’accesso ai diritti
I difensori dei diritti umani mettono inoltre in guardia sulle conseguenze sociali e sanitarie di un simile dispositivo. L’esperienza mostra che quando si instaura la paura di essere segnalati o arrestati, le persone interessate evitano di ricorrere alle cure sanitarie — anche per gravidanze, malattie croniche o vaccinazioni. Rinunciano altresì a iscrivere i propri figli a scuola o a richiedere servizi sociali.
Un clima di sospetto di questo tipo indebolisce il rapporto di fiducia tra i professionisti — operatori sanitari, insegnanti, assistenti sociali — e i pubblici che essi accompagnano. Espone inoltre le persone a situazioni di violenza, sfruttamento e abusi, spingendole verso la clandestinità.
Il 26 gennaio scorso, sedici relatori speciali ed esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera congiunta alle istituzioni europee per esprimere le loro preoccupazioni riguardo agli effetti potenzialmente dissuasivi degli obblighi di segnalazione sull’accesso ai diritti fondamentali.
Dignità umana o negazione dei diritti: una scelta di società
Per le organizzazioni riunite oggi in Place du Luxembourg, la questione va oltre la sola politica migratoria: si tratta di una scelta di società.
Inserire nel diritto europeo meccanismi di sorveglianza rafforzata, di detenzione estesa e di esternalizzazione delle espulsioni significherebbe, secondo loro, consolidare un sistema punitivo basato sulla sospettosità e sulla criminalizzazione delle persone in ragione della loro sola situazione amministrativa. Una simile evoluzione rischierebbe di erodere principi fondamentali che proteggono l’intera popolazione, ben oltre le sole persone migranti.
« L’Europa conosce molto bene, attraverso la propria storia, le derive a cui possono condurre sistemi di controllo generalizzato e la designazione di capri espiatori », ricordano le organizzazioni firmatarie.
Le organizzazioni parte del coordinamento CNCD-11.11.11 invitano le autorità politiche in Belgio e tutti-e gli-le eurodeputati-e a respingere con fermezza le proposte legate a questa riforma e a difendere una politica migratoria fondata sulla dignità umana, sullo Stato di diritto e sul rispetto degli impegni internazionali.
Un appuntamento cittadino per difendere l’idea di un’Europa inclusiva
La manifestazione del 25 febbraio intende lanciare un segnale politico e al tempo stesso rappresentare un forte momento di solidarietà. A pochi giorni dal voto al Parlamento europeo, i rappresentanti della società civile intendono ricordare che le scelte adottate oggi modelleranno in modo duraturo il modello europeo. Secondo loro, questa riforma si inscrive in una logica di esclusione, contribuisce a svuotare di sostanza i valori europei e rafforza, in modo sempre più brutale, la « Fortezza Europa ».
« Siamo numerosi e numerose a proclamare ad alta voce: non siamo d’accordo con questi accordi mortiferi. Siamo per una società fondata sulla dignità umana, non sulla sua cancellazione », lanciano gli organizzatori.
Appuntamento alle ore 18, in Place du Luxembourg, davanti al Parlamento europeo.










