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Quando la storia entra in classe: l’incontro con Guillermo Canova al liceo Parini

Avvicinare gli studenti al mondo reale attraverso chi quel mondo lo ha vissuto significa trasformare la scuola in uno spazio di crescita autentica. Le testimonianze dirette e i momenti di confronto con persone che hanno attraversato la storia non sono semplici incontri culturali: sono passaggi fondamentali nella formazione dell’individuo, perché permettono ai ragazzi di comprendere che la storia non è fatta solo di date e manuali, ma di vite, scelte e conseguenze reali.
È in questo spirito che martedì 10 febbraio 2026, nella sede di via Gramsci a Seregno del liceo Parini, gli studenti hanno incontrato Guillermo Segundo Canova Jara, 83 anni. Accanto a lui la moglie Eliana e, nel ruolo di intervistatore, il nipote Filippo Canova, studente dell’ultimo anno dell’istituto.
Non è stato un semplice racconto storico, ma la narrazione di una vita attraversata dal lavoro, dall’impegno politico, dalla repressione e dalla resistenza.
Guillermo ha iniziato dal sud del Cile, dal lavoro duro della segheria e della miniera, raccontando un Paese che alla fine degli anni Sessanta viveva una contraddizione profonda: enorme ricchezza naturale e forti disuguaglianze sociali. Il rame, ha spiegato agli studenti, non rappresentava solo un bene economico ma la possibilità concreta di autodeterminazione del Paese.
In quegli anni il Cile era guidato dal presidente Salvador Allende, primo capo di Stato socialista eletto democraticamente in America Latina. Il suo governo portò avanti riforme profonde, dalla nazionalizzazione del rame alla riforma bancaria, sanitaria e scolastica, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali e restituire al Paese il controllo delle proprie risorse. Quel progetto politico divise profondamente la società cilena e si inserì in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda.
È in quel contesto storico che Guillermo si avvicinò al movimento sindacale e alla sinistra cilena, lavorando come segnalista e collaboratore nei contesti vicini al progetto politico di Allende. Non come osservatore esterno, ma come parte di una stagione in cui molti credevano possibile costruire una società più equa.
Una parte particolarmente intensa del racconto ha riguardato il territorio in cui viveva. Guillermo ha descritto un fiume che divideva due mondi: da una parte le comunità lavoratrici e i centri abitati, dall’altra le comunità Mapuche. Ha spiegato cosa significasse vivere accanto a un popolo che difendeva la terra come parte della propria identità culturale e spirituale, raccontando una convivenza fatta di presenza quotidiana, scambio umano e resistenza silenziosa.
Quando ha parlato del 1973, l’aula si è fatta più silenziosa. Con lucidità ha raccontato la tensione che cresceva: le comunicazioni bloccate, gli incontri clandestini, la paura che lentamente diventava realtà.
L’11 settembre 1973 il golpe militare guidato dal generale Augusto Pinochet pose fine al governo di Allende. Quel giorno il presidente morì durante l’assedio al palazzo presidenziale della Moneda, diventando per molti il simbolo della fine di un progetto politico e dell’inizio di una lunga stagione di repressione.
Nel 1974 arrivò l’arresto di Guillermo. Ha raccontato la prigionia senza spettacolarizzare il dolore, ma con una precisione che ha colpito profondamente gli studenti. Ha parlato della tortura, della pressione psicologica e del tentativo sistematico di spezzare la volontà delle persone. Ha spiegato perché non parlò: non per eroismo, ma perché sapeva che una confessione non sarebbe mai bastata e avrebbe solo aperto la strada ad altre richieste.
Accanto a lui, la presenza della moglie Eliana ha reso evidente che quella storia non era stata vissuta da un uomo solo, ma da una famiglia intera. Ha raccontato cosa significasse cercarlo tra caserme e strutture militari provvisorie, crescere figli piccoli mentre il padre era detenuto e vivere sospesi tra speranza e paura.
La liberazione non segnò la fine della storia. Otto mesi dopo, grazie all’aiuto delle reti religiose cattoliche ed evangeliche, arrivò la possibilità di lasciare il Cile e rifugiarsi in Italia. Non fu una scelta di opportunità, ma una scelta di sopravvivenza.
Agli studenti del Parini Guillermo non ha lasciato solo una testimonianza politica. Ha lasciato una domanda aperta: cosa significa restare fedeli a se stessi quando il prezzo può essere la libertà, la sicurezza o la vita stessa? Ha mostrato come la storia non sia fatta solo da governi, eserciti o leader, ma da persone comuni che si trovano, spesso senza volerlo, dentro eventi enormi.
Ed è forse questo il senso più profondo di incontri come questo. Quando la scuola permette agli studenti di ascoltare chi la storia l’ha attraversata davvero, accade qualcosa che nessun manuale può insegnare: la storia smette di essere passato e diventa responsabilità.
Perché la scuola forma davvero quando non insegna solo cosa è successo, ma aiuta a capire cosa significa essere umani dentro la storia. E quando una testimonianza entra in classe, non porta solo memoria: porta coscienza, consapevolezza e la capacità di riconoscere il peso delle scelte umane.
Ed è in quel momento che la scuola smette di essere solo il luogo dove si studia il mondo, e diventa il luogo dove si impara a viverlo.

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