Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale

«Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito.

La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Per non parlare di psicologia sociale, dei social e del capitalismo della sorveglianza, che enfatizza l’esposizione personale. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali altri.

La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali.

In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda:

cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui?

Contraddizioni etiche e finanziamenti

Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni coi valori dichiarati, situazione comune a molti. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) iniziative di consumo critico e reti come l’EZLN (Ejército Zapatista de Liberación Nacional) o collettivi europei come Wu Ming 1 che producono cultura e azione politica senza culto della personalità. Per chi è abituato a identificarsi in figure simboliche — soprattutto se percepite come icone del pacifismo o “anti-sistema” — questo cambio di prospettiva può apparire come un attacco personale.

La storia dimostra che nessuno è privo di contraddizioni, anche persone come Madre Teresa di Calcutta, Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate³ : quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. Si fa quadrato attorno al beniamino facendo orecchie da mercante.

Questo non è un attacco personale, ma un esempio di contraddizione tra valori dichiarati e contesto istituzionale, tra parola e azione, feomeno ampiamente diffuso perchè umano. Persone e movimenti sociali che tutelano qualche diritto umano si trovano spesso in conflitto tra loro per incompatibilità etica, con qualche incoerenza o a dover scegliere se fare acquisti o accettare finanziamenti da fondazioni, aziende o istituzioni che violano sistematicamente i diritti o finanziano guerre.

Pur dando l’impressione di frammentazione, queste “collettività” alternative ed eterogenee mostrano approcci diversi, flessibilità e cooperazione orizzontale. Per quanti conflitti possano esserci, questa pluralità è essenziale per la democrazia: garantisce partecipazione reale, confronto e responsabilità condivisa. In rete “juntos pero no revueltos” (come le uova che possono stare nello stesso piatto senza essere strapazzate insieme).

Resistenze storiche e attualità dei conflitti

Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid (Umkhonto we Sizwe) o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. Allo stesso modo movimenti mapuche come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Questo quadro storico giuridico ed economico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”.

Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, economico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali.

Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano attivamente luoghi strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, animali, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non è sinonimo in automatico di condividerle o praticarle, ma quantomeno evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale.

Nel continente americano, difensori dei diritti umani e manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione, uccisioni e procedimenti giudiziari. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, paese che vai gruppo armato che trovi. Basti pensare alle azioni dell’ICE negli USA o ai “desaparecidos“. Continuano fino ad oggi le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano estrattivismo o crimini ambientali, come i casi di Santiago MaldonadoJulia Chuñil. La violazione dei diritti umani è documentata e nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, ne è risparmiata. Questa distinzione etica (tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita) resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali dei continenti dove la popolazione indigena è ancora viva e presente.

Attivisti e movimenti definiti “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, in Europa suscitano disagio, così come una donna poco “femminile”, non depilata e seduta in maniera scomposta. E’ lo stesso fastidio che causano voci afrodiscendenti italiane quando denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. Quella che giustifica, ad esempio, figure come Indro Montanelli separando l’uomo dalle sue opere e sostenendo implicitamente una mentalità coloniale (che normalizza il razzismo, minimizza la pedofilia, ignora le disuguaglianze di genere e svaluta le lotte femministe, trattando questioni di responsabilità collettiva come dettagli marginali).

È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. Dobbiamo essere pronti a decostruirci, prima di iniziare qualcosa di nuovo.

Prospettiva decoloniale

In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra, né comoda e composta. Non è sempre facile e legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società.

Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader e responsabilizzarci. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende a delegare, all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta o qualcosa ancora da inventare). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica collettiva e orizzontale o restano gerarchiche?

Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Zibechi. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile:

qual è la differenza tra democrazia e dittatura?

 

Note a piè di pagina

¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è criticata per violazioni del giusto processo, detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti, ma gli anni trascorsi ingiustamente in carcere non li ridà indietro nessuno. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista.

² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza.

³ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995). Criticata per aver ricevuto cure mediche all’estero in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata (rapporto con moglie e figli) e per la sua postura in merito al sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014). José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore.

Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva.

Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR.