Un anno dopo aver assunto l’incarico di Segretario di Stato, Marco Rubio si è costruito un’immagine pubblica di falco spietato nella lotta al narcotraffico. Tuttavia, un esame della sua storia personale e politica rivela qualcosa di ben diverso: legami diretti e indiretti con trafficanti di cocaina, truffatori condannati, riciclatori di denaro dei cartelli e un uso sistematico di queste relazioni per avanzare nella sua carriera .

Alcuni uomini passano la vita a cercare di seppellire il proprio passato. Altri, invece, lo rivivono più e più volte sotto nuove forme. Marco Rubio appartiene a quest’ultima categoria.

Mentre dal Dipartimento di Stato detta una politica estera che rilancia lo spirito della Dottrina Monroe e indica i governi latinoamericani come presunti alleati del narcotraffico, la sua biografia è disseminata di detriti che non riesce a nascondere: un cognato narcotrafficante, campagne finanziate con denaro contaminato dalla cocaina colombiana e un ruolo scomodo nei tentativi di salvare l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, ora condannato a 45 anni di carcere per aver introdotto 400 tonnellate di droga negli Stati Uniti.

Questo articolo non è un appello. È un resoconto documentato di tre episodi che Rubio preferirebbe dimenticare. Ma la memoria, a differenza del potere, non può essere imposta per legge.

Il cognato, i cani e la lettera di raccomandazione

La storia inizia a West Kendall, in Florida, nel 1987. Marco Rubio ha 16 anni e vive temporaneamente con la sorella maggiore, Barbara, e il marito di lei, Orlando Cicilia. Ciò che l’adolescente non sapeva – o afferma di non sapere – è che la casa dei Cicilia veniva utilizzata come centro di distribuzione di cocaina.

Orlando Cicilia conservava la droga in scatole di sigari per la successiva distribuzione in tutto il paese. Era il prestanome di Mario Tabraue, uno dei più noti narcotrafficanti della Florida meridionale, le cui attività movimentavano cocaina per un valore di oltre 75 milioni di dollari. Tabraue fu condannato a 100 anni di carcere. Cicilia fu condannato a 25 anni di carcere nel 1989, sebbene fosse stato rilasciato nel 2000 per aver collaborato con le autorità.

Rubio ha sempre sostenuto che né lui né i suoi genitori sapevano nulla. Ha detto che Orlando gli ha pagato dieci dollari per lavare ciascuno dei suoi cani. Due agenti delle forze dell’ordine hanno dichiarato al settimanale New Times di aver trovato questa storia, come minimo, difficile da credere.

Ma ciò che segue è ancora più rivelatore.

Nel 2002, Marco Rubio, allora Presidente della Camera dei Rappresentanti della Florida, scrisse una lettera alla Divisione Immobiliare chiedendo che a Orlando Cicilia fosse concessa la licenza di agente immobiliare. La raccomandazione era senza riserve. Affermava: “Conosco il signor Cicilia da oltre 25 anni e lo raccomando vivamente per la licenza”.

Nessun accenno alla cocaina. Nessun accenno alla condanna a 25 anni. Solo un politico emergente che ricambia il favore a qualcuno che, decenni fa, lo pagava per lavare i cani.

Il PAC, il lobbista e la truffa da 1,2 miliardi di dollari

Era il 2009. Rubio annunciò la sua candidatura al Senato degli Stati Uniti e i riflettori iniziarono a puntare su loschi affari. L’Observer  scoprì una rete che collegava il politico a un PAC (Comitato di Azione Politica) legato a criminali che gestivano uno schema Ponzi e a un lobbista vicino a qualcuno accusato di riciclaggio di denaro per i cartelli sudamericani.

Il lobbista si chiamava Alan Mendelsohn. Raccolse quasi due milioni di dollari, che distribuì a diversi politici della Florida attraverso l’Ophthalmology PAC. Tra i beneficiari c’era anche Marco Rubio .

Il denaro, tuttavia, aveva un odore particolare: proveniva da Joe Steinger, capo della Mutual Benefits Corporation, una rete con sede a Fort Lauderdale che acquistava polizze assicurative sulla vita da malati terminali (molti dei quali membri della comunità gay della Florida affetti da HIV) e poi le rivendeva agli investitori con la promessa di alti rendimenti.

La truffa ha raggiunto 1,2 miliardi di dollari e ha colpito oltre 30.000 persone. Steinger è stato condannato nel 2014 a 20 anni di carcere. Ma un dettaglio che l’indagine evidenzia è che la sua azienda ha utilizzato l’acquisto di queste polizze per riciclare denaro per i cartelli colombiani e altri in tutto il mondo.

Mendelsohn continuò a raccogliere fondi per Rubio anche dopo che lo schema Ponzi di Steinger fu smantellato. I soldi della cocaina, in giacca e cravatta, continuarono a finire nelle casse della campagna elettorale.

L’amico honduregno e la cocaina dal valore di 400 milioni di dollari

Se c’è un capitolo che smantella completamente la narrazione di Rubio come “combattente del narcotraffico”, è il suo rapporto con Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras.

Hernández è stato condannato a New York a 45 anni di carcere per aver esportato e importato oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Suo fratello, Juan Antonio “Tony” Hernández, stava già scontando l’ergastolo per lo stesso reato.

Tuttavia, all’inizio del 2020, mentre la rete legale si stringeva, Juan Orlando Hernández assunse la società di lobbying BGR Group, fondata dalla milionaria repubblicana Haley Barbour, per 660.000 dollari. L’obiettivo: ripulire la propria immagine a Washington, presentarsi come un alleato affidabile e fingere di combattere la criminalità organizzata mentre suo fratello inondava di cocaina le strade degli Stati Uniti.

Ed ecco che riappare Marco Rubio.

La rivista VICE ha documentato che Rubio è storicamente uno dei principali beneficiari dei contributi politici del BGR Group. L’azienda ha organizzato eventi di raccolta fondi per le sue campagne al Senato nel 2010 e nel 2016, nonché per la sua candidatura presidenziale fallita.

Dopo aver firmato il contratto con l’Honduras, il Gruppo BGR contattò undici dipendenti del Congresso. Tre di loro avevano lavorato direttamente con Rubio.

Il legame non finì qui. Durante il secondo mandato di Hernández – ottenuto fraudolentemente ma con il sostegno dell’OEA di Luis Almagro – Rubio era un assiduo frequentatore di Tegucigalpa. In una di queste visite, si congratulò con il governo honduregno per la sua “lotta alla droga”.

Mentre Rubio lo elogiava, Tony Hernandez spediva tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

Il predicatore e i suoi peccati

Oggi, Marco Rubio ricopre la seconda posizione più alta nell’esecutivo statunitense. Da lì, detta, sanziona e definisce politiche che riguardano milioni di latinoamericani. Parla di “tolleranza zero”, “stato di diritto” e “lotta al narcotraffico”.

Ma la sua storia personale racconta una storia diversa. Dice di aver vissuto sotto il tetto di un narcotrafficante. Di aver raccomandato con entusiasmo a quello stesso narcotrafficante di ottenere la licenza professionale. Di aver ricevuto finanziamenti per la campagna elettorale da uno schema Ponzi utilizzato per riciclare il denaro dei cartelli. Di aver beneficiato degli sforzi di una società di lobbying assunta da un presidente honduregno condannato per traffico di droga.

Naturalmente, niente di tutto questo è illegale. In politica, legalità e legittimità spesso procedono su binari separati.

Ma almeno dovrebbe farci chiedere: con quale autorità morale parla di narcotraffico qualcuno che ha costruito la sua carriera sulle rovine di chi trafficava droga?

Il predicatore non può condannare il peccato quando l’elenco dei suoi peccatori è scritto nella sua agenda.

 

traduzione : italiacuba.it