Parecchi anni fa lessi un articolo interessante che raccontava di un luogo dove la pianificazione urbanistica aveva prediletto la periferia rispetto al centro; su tale concetto erano sorte le moderne città reticolari, un sistema di nodi dove ognuno diventa un centro. L’idea mi suonò subito molto più democratica e orizzontale della classica visione di un solo fulcro dove tutto converge.
Ricordo che l’argomento mi entusiasmò, ma mai e poi mai avrei immaginato di vivere in un luogo simile. E invece sono qui: nella solare e un tempo sonnacchiosa contea di Orange, a sud di Los Angeles. Non è più assopita perché è insorta contro le politiche del governo Trump, nazionali ed estere; anche qui ci sono proteste, manifestazioni, comizi, banchetti ormai quotidiani. Sono sparpagliati per ogni angolo della contea, o meglio proliferano su quasi ogni nodo dell’immensa conurbazione che si estende dal confine messicano fin oltre la citta di Los Angeles, inglobando diverse città e contee.
Decido di unirmi al gruppo di Long Beach (cittadina sul confine tra la contee di Orange e Los Angeles), che da ben due anni distende lunghi striscioni e li cala dai cavalcavia delle mega-autostrade californiane.
Mi accorgo che mentre scendo dalla rampa per entrare nel nodo sono un po’ emozionata (dall’articolo non avevo ben capito che le migliaia di punti-centro sono collegati tra loro principalmente da autostrade, il che all’inizio mi destabilizzò non poco). Manco da un anno all’appuntamento e spero di ritrovare qualche faccia conosciuta. Lascio la macchina nel gigantesco parcheggio di un centro commerciale (su per giù potrebbe contenere da quattro a sei Ipercoop) e mi avvio a piedi al luogo d’incontro, che dista qualche centinaio di metri. La strada vicinale su cui ci si accampa è costituita da due corsie per lato più una centrale di sicurezza.
Bisogna familiarizzarsi con le misure californiane e metterle bene a fuoco, altrimenti non si capisce il valore di queste proteste, come si sono organizzate sul territorio, come sono riuscite a sfruttarlo e piegarlo ai propri scopi. Per una come me, cresciuta nella tipica città italiana con il corso del passeggio e la piazza del Duomo e abituata a far la spesa in bicicletta, era impensabile immaginare azioni in spazi di tali dimensioni. Dove convocare un concentramento? Quale percorso stabilire per un corteo? A quali simboli iconici appoggiarsi? Il pontile e la spiaggia? Ovunque ti giri ti senti sempre una formichina sovrastata da torri di cemento e ciclopiche rampe. Dove mi trovo ora, in aggiunta a tutto ciò, ci sono le pompe che estraggono petrolio. Assomigliano a grosse cavallette di ferro che continuamente alzano e abbassano la bocca dalla terra. Sono un po’ ovunque: per i campi e a bordo strada, così come nei giardini di graziose casette; spesso sono estrazioni private, familiari. Ma perfino in un luogo simile, dove ritrovarsi spontaneamente sembra innaturale (figuriamoci per combattere una battaglia di civiltà), dove pare che forze centripete siano sempre all’opera per spingere gli uni lontani dagli altri, le persone hanno trovato modalità di relazionarsi e di incidere sulla loro comunità sfruttando le intrinseche caratteristiche del territorio, la sua stessa forza espansiva. Sono un esempio prezioso di adattabilità dello spirito; quando vuole essere creativo, non c’è nulla che possa fermarlo. Se i nodi della rete si illuminassero per mostrarne l’attività politica in corso la notte luccicherebbero come il plancton nell’oceano.
L’intera campata dell’autostrada viene occupata da striscioni che denunciano il genocidio del popolo palestinese, mandano a quel paese l’ICE e il governo, invitano le migliaia di automobilisti a unirsi nella lotta. Oggi ne abbiamo stesi circa una ventina; al piano superiore, cioè sul cavalcavia dove stiamo noi, si issano bandiere simbolo delle tante cause aperte.

All’inizio l’emergenza sembrava solo per la Palestina, ma di mese in mese, se non di settimana in settimana, si sono aggiunte quella libanese, siriana, venezuelana, messicana, della Groenlandia, della comunità transgender e altre ancora. Per il benessere dei partecipanti non manca mai un piccolo rinfresco con frutta, snack e acqua.

In quest’area della contea sono attivi quattro gruppi, che riescono a essere presenti ben quattro giorni la settimana in diversi punti di intenso traffico. Un po’ più a nord di dove siamo si va la mattina presto perché si intercettano i camion che partono dalla Maersck (compagnia di logistica e trasporti che non si fa scrupoli a portare carichi di armi destinate a Israele e ad altre infami guerre).
Mentre mi avvicino vedo una giovane dal fare baldanzoso che mi ricorda S. Scavalca il guardrail e mi viene incontro. E’ proprio S., mi abbraccia forte. S. appartiene a una famiglia armeno- siriana ed è una delle figure leader della protesta locale. Le chiedo come va. Mi risponde: “Ogni cosa si è fatta più difficile, ma ci sono dei visibili progressi. Le persone stanno portando le informazioni a un livello di comprensione più profondo, stanno davvero iniziando a capire; soprattutto chi è privilegiato, quelli della comunità bianca, la più ricca, stanno iniziando a comprendere che c’è qualcosa che non torna nella loro condizione di privilegio e non si sentono più a proprio agio con sé stessi.”
Purtroppo c’è molto rumore, del resto siamo sopra migliaia di macchine che sfrecciano alla media di 130 km all’ora e facciamo fatica a discorrere.

S. mi dice: “Abbiamo tanto da raccontarci, non c’è fretta”. Ha ragione. Ci abbracciamo una seconda volta e la seguo al di là della carreggiata fino al sacco dei cartelli. Scelgo “HONK4GAZA” e mi posiziono ben visibile a bordo strada. Ottengo subito una bella strombazzata di clacson e un pugno chiuso esibito dal finestrino; evviva la solidarietà degli automobilisti!











