Questo è Oscar Alejandro, alias “El Oski”, rapper e podcaster cubano, immigrato a Miami nel 2019.

El Oski era un delinquente comune che a Cuba viveva di espedienti, furti e piccoli crimini entrando e uscendo di galera. Eppure, dopo essere emigrato a Miami nel 2019, è stato trasformato in “opinionista” dai mass media a stelle e strisce, e utilizzato strumentalmente come giovane veicolo mediatico per diffondere ogni genere di nefandezze nei confronti della Rivoluzione Cubana.

Caso vuole che El Oski sia un membro della destra cubana controrivoluzionaria nostalgica de L’Avana ai tempi del dittatore fascista filo-USA Fulgencio Batista (chiamata all’epoca la “Las Vegas dei Caraibi”) e che sia un grande ammiratore del Presidente USA Donald Trump. È talmente ammiratore che si è tatuato il suo volto sul petto. 

Negli scorsi giorni, – sull’onda delle minacce imperialiste e neocolonialiste di Trump contro Cuba – El Oski ha organizzato una manifestazione chiedendo agli USA di bombardare e invadere l’Isola cubana. In altri termini: un cubano talmente patriota che, sposando gli ideali di MAGA di Trump, non vede l’ora di vedere il suo Paese raso al suolo tra i bombardamenti USA.

Nel suo podcast, El Oski invita altri nuovi arrivati ​​da Cuba condividendo così le nuove esperienze di adattamento alla vita a Miami. In un’intervista a quattro mani con Local 10 News, non ha nascosto la sua ammirazione politica, descrivendosi apertamente come un sostenitore di Trump.

El Oski ha mostrato ai giornalisti un tatuaggio in onore del presidente, un impegno che ha richiesto tre sedute di circa quattro ore ciascuna. Ha ricordato di essere stato “molto emozionato per Trump” in quel momento.

 

Ora, però, con l’intensificarsi delle incursioni della polizia anti-immigrazione (ICE) era lo stesso El Oski, come lui stesso ammette, a vivere nel terrore, avendo paura della deportazione in quanto immigrato. “Ho paura”, ha detto il 15 gennaio a Local10News, riconoscendo che lui e molti altri cubani rischiano ancora di essere deportati.

El Oski è tra le centinaia di migliaia di cubani che, secondo le stime, sono entrati negli Stati Uniti attraverso il confine meridionale illegalmente e sono stati rilasciati tramite un documento di immigrazione noto come I-220A, il quale permette di permanere negli Stati Uniti mentre i loro casi migratori vengono valutati, anziché essere formalmente rilasciati nel Paese in libertà vigilata.

Il problema è che il governo federale non considera questo documento una certezza di regolarizzazione.
E qui si entra nel paradosso americano: il famoso Cuban Adjustment Act (CAA) (1), la legge del 1966 che, per oltre mezzo secolo, ha offerto ai cubani un percorso più semplice per ottenere la residenza permanente. Peccato però che la legge funziona solo per chi è entrato legalmente e soddisfa certi requisiti.

Di conseguenza, i cubani in possesso di documenti I-220A non possono richiedere la residenza permanente ai sensi del Cuban Adjustment Act, una legge vecchia di decenni, concepita per fornire un percorso verso lo status legale.
Negli anni ’90 e fino al 2017 c’è stata anche la politica “wet feet, dry feet”, secondo cui chi raggiungeva terra poteva restare e poi regolarizzarsi: quella politica oggi non esiste più, e senza un ingresso riconosciuto legalmente, la strada verso un green card è sbarrata.

L’avvocato specializzato in immigrazione Mark Prada stima che almeno 400.000 cubani si trovino nella stessa situazione. La distinzione tra libertà vigilata e modulo I-220A è fondamentale. Secondo Prada, il governo federale non riconosce il modulo I-220A come un ingresso legale ai fini della modifica dello status di immigrazione.

“È un problema perché il governo non lo accetta come un ingresso legale”, ha affermato El Oski a Local10News. 

Prada sta ora contestando in tribunale le politiche dell’amministrazione Trump, sostenendo che i cubani rilasciati nel Paese dovrebbero essere considerati in libertà vigilata, indipendentemente dalla documentazione ricevuta. 

El Oski, nel suo podcast, ha sempre detto di essere trumpiano convinto e credeva che ormai Trump avrebbe aiutato i cubani dissidenti appartenenti alla destra anti-castrista cubana a legalizzare il loro status negli USA. “È successo esattamente l’opposto” – ha affermato El Oski, aggiungendo – “Non è quello che mi aspettavo”. Si è ritrovato in un limbo legale e ha dichiarato di temere la deportazione, proprio mentre un’ondata di cubani con situazioni simili è sotto pressione per controlli più duri e possibili espulsioni.

Nonostante la delusione, El Oski ha affermato di non pentirsi del suo tatuaggio, continuando a nutrire speranza, sia per i cubani che cercano di costruirsi una nuova vita negli Stati Uniti, sia per quelli ancora sull’isola. “Cuba libre” – ha detto El Oski, nonostante il suo sostegno ad un intervento armato USA sull’isola. Eppure, nonostante la frustrazione del momento, El Oski ha affermato di credere ancora che l’uomo che ammira così profondamente (Trump) alla fine ce la farà. 

Purtroppo nonostante il sostegno a Trump, non è stato graziato. Qualche giorno fa – nel bel mezzo di un’incursione – è arrivata l’ICE ed El Oski è stato arrestato e, in quanto immigrato, è stato deportato a El Salvador nel carcere lager di CECOT.

Forse, prima di gridare “Cuba libre”, ci si dovrebbe domandare chi è più libero ora: se il resistente popolo cubano che sta affrontando quasi 70 anni di bloqueo economico o El Osky che, lodando ed ammirando Trump, ora rimane vittima proprio di quello che Trump aveva promesso.

 

(1) Il CAA è una legge che offre un privilegio singolare ai migranti cubani che non è concesso a nessun nazionale di nessun altro Paese. Si tratta di una legge che è stata concepita dagli USA esclusivamente per i cubani, offrendo un incentivo straordinario a lasciare Cuba proprio dall’1 gennaio 1959, anno della Rivoluzione Cubana. Il Cuban Adjustment Act (CAA) è stato concepito con il fine politico di accogliere negli USA tutti gli emigranti cubani che i media occidentali – con una menzogna ripetuta migliaia di volte – denominano “esiliati politici che scappano dal comunismo”. Per gli USA, i cittadini di Cuba “scappano”, mentre il resto del mondo “emigra”.