Il 12 gennaio di ogni anno, mentre l’Occidente ha già archiviato le celebrazioni del suo Capodanno gregoriano, nel Maghreb si accendono i fuochi di una festa millenaria che ha resistito a tutto: alle invasioni, alle religioni monoteiste, ai tentativi di cancellazione culturale. È Yennayer, il Capodanno amazigh (berbero), una delle poche celebrazioni pagane sopravvissute prima all’ostilità dei Padri della Chiesa cristiana e poi alle condanne dei dotti musulmani medievali.

Una festa che viene da lontano

Yennayer segna l’inizio dell’anno 2976 del calendario amazigh, che affonda le radici nel calendario giuliano romano. Il termine deriva dal latino “ianuarius”, il mese dedicato a Giano, dio bifronte che guarda passato e futuro. In Algeria si festeggia il 12 gennaio, in Marocco il 14, ma ovunque Yennayer resta una celebrazione della terra, del raccolto e dell’armonia con la natura.

A partire dagli anni Sessanta, la numerazione degli anni prende le mosse dal 950 a.C., anno dell’ascesa al trono del faraone Shoshenq I, re berbero che fondò la XXII dinastia egizia: un gesto di rivendicazione identitaria che precede di secoli l’arabizzazione del Nordafrica.

L’ostilità cristiana: Tertulliano e Agostino contro le feste di gennaio

La celebrazione del Capodanno in Nordafrica doveva essere particolarmente vivace già prima dell’arrivo del cristianesimo, tanto da attirare la feroce condanna dei Padri della Chiesa. Tertulliano, il teologo cartaginese del II-III secolo, bollò come usanze pagane incompatibili con la fede cristiana le celebrazioni legate al ciclo solare e alle divinità della natura.

Ancora più esplicito fu Agostino d’Ippona nel V secolo. Nel suo Discorso 198, pronunciato il 1° gennaio, il vescovo tuonò contro i fedeli che partecipavano alle feste pagane: “Se parteciperai alla festa delle strenne, come un qualunque pagano, se giocherai ai dadi, se ti ubriacherai, in che modo credi diversamente?”. Agostino attaccava frontalmente le usanze nordafricane di inizio anno, con scambio di doni augurali, banchetti, canti e mascherature. “Essi si scambiano le strenne, voi fate le elemosine; essi si ubriacano, voi digiunate”.

Eppure, nonostante le condanne, quelle feste resistettero. Il Nordafrica cristiano fu teatro di questa battaglia tra monoteismo e tradizioni legate alla terra. Una battaglia che il cristianesimo non vinse mai completamente.

L’islam e la persistenza del “paganesimo”

Con l’arrivo dell’islam nel VII secolo, Yennayer affrontò un nuovo tentativo di soppressione. I dotti musulmani medievali condannarono ripetutamente la festa, considerandola un’”innovazione pagana” incompatibile con l’unicità di Allah e con il calendario lunare islamico. Le invocazioni rituali che accompagnavano Yennayer – formule come “bennayu”, “babiyyanu”, “bu-ini” – erano considerate residui di antichi auguri romani (“bonus annus”, “bonum annum”) e quindi tracce di un paganesimo da estirpare.

Ma anche l’islam, come prima il cristianesimo, non riuscì a cancellare Yennayer. La festa continuò a essere celebrata, spesso confondendosi con l’Ashura, la ricorrenza islamica del decimo giorno di Muharram, ma mantenendo la sua identità profonda. Il motivo di questa resistenza è semplice: Yennayer non era solo una festa religiosa. Era un rito di sopravvivenza. In una regione dove la carestia, la siccità, il freddo potevano significare la morte, festeggiare l’inizio dell’anno agricolo con abbondanza di cibo era un modo per esorcizzare la paura, per chiedere alla terra di essere generosa.

I riti di Yennayer: purificazione, sacrificio, abbondanza

Le celebrazioni durano più giorni, scandite da riti che variano da regione a regione. La festa inizia con la “Thabbourth Aseggas”, la “porta dell’anno”, la sera dell’11 gennaio: le case vengono pulite a fondo, le pietre da cucina sostituite, le pareti imbiancate. È un atto simbolico di rinnovamento.

Il sacrificio di un animale – tradizionalmente un pollo – è un rito centrale. Il sangue versato è un’offerta agli spiriti della natura. Chi è più legato alla dimensione magica pone offerte nei campi: cous cous secco gettato sulla terra, datteri piantati ai margini dei terreni.

Il cuore della festa è il pasto serale, l'”Imensi n Yennayer”. In Algeria le celebrazioni durano tre giorni: porridge di semola il primo giorno, cous cous con sette legumi e sette spezie il secondo, pollo il terzo. Il numero sette rappresenta pienezza, totalità, armonia con l’universo. Nella Cabilia si prepara l'”asfel” con carne sacrificale e “berkukes”, nell’Aurès la “trida” o la “chakhchoukha”. Ogni piatto è un legame con la terra.

Yennayer è anche un momento per riti di passaggio: primo taglio di capelli dei bambini maschi, celebrazione di matrimoni, raccolta nei campi. I bambini girano per le strade cantando formule augurali. Si indossano abiti tradizionali, si canta, si suona. Secondo la credenza popolare, chi festeggia con abbondanza non conoscerà fame né povertà per tutto l’anno.

Il riconoscimento ufficiale: dalla repressione alla celebrazione

Per secoli Yennayer è rimasto nell’ombra, praticato in privato. Solo di recente, in un contesto di rivendicazione identitaria amazigh, ha conquistato uno spazio pubblico.

Nel 2018 l’Algeria è diventata il primo Paese del Nordafrica a riconoscere Yennayer come festa nazionale. Le celebrazioni sono diventate eventi di massa: nel gennaio 2025 Algeri ha ospitato un mega-cenone pubblico in Piazza della Grande Poste, a Tizi Ouzou una sfilata di moda amazigh culminata con l’elezione di Miss Berbera.

In Marocco il riconoscimento è arrivato nel maggio 2023, quando re Mohammed VI ha dichiarato Yennayer festa nazionale. La lingua tamazight è ufficiale dal 2011 e oggi è presente nella pubblica amministrazione, nelle scuole e nei tribunali.

Una festa pagana nel XXI secolo

Yennayer è oggi una delle poche feste pagane ancora vive e pulsanti nel Mediterraneo. Mentre in Europa le antiche celebrazioni agricole sono state assorbite dal cristianesimo o ridotte a folklore svuotato di significato, Yennayer mantiene intatta la sua carica simbolica. È una festa che parla di armonia con la natura, di rispetto per i cicli della terra, di legame tra l’uomo e il cosmo. È una festa che celebra la resistenza culturale, la capacità di un popolo di mantenere la propria identità attraverso tre millenni di storia, di invasioni, di tentativi di cancellazione.

In un’epoca in cui la crisi climatica ci costringe a ripensare il nostro rapporto con la natura, Yennayer ha qualcosa da insegnarci. Le sue celebrazioni ci ricordano che l’essere umano non è il padrone della terra, ma ne fa parte. Che la sopravvivenza dipende dalla generosità del suolo, dalla regolarità delle piogge, dalla temperatura dell’inverno. Che festeggiare l’abbondanza è anche un modo per esorcizzare la paura della scarsità.

Gli amazigh, gli “uomini liberi”, hanno dimostrato che una cultura può sopravvivere anche quando viene attaccata da religioni potenti, da imperi conquistatori, da Stati nazionalisti. Yennayer è la prova vivente che le radici pagane dell’umanità sono più profonde di quanto si pensi, e che nessuna dottrina monoteista, per quanto pervasiva, può completamente sradicarle. Ogni 12 gennaio, quando le famiglie amazigh si riuniscono attorno al tavolo imbandito, quando i bambini ricevono i primi capelli tagliati, quando il cous cous con sette legumi viene servito tra canti e risate, quella resistenza si rinnova. E il grido “Assegas Ameggaz!” risuona come un’affermazione di vita, di continuità e di futuro.