La fine di un anno è un tempo di bilanci. Bene ha fatto Angelo Greco nel sito laggepertutti.it a riportare e commentare i dati delle norme approvate nella legislatura corrente, verificandone la provenienza. Il risultato dell’analisi è già chiarissimo nel titolo dell’articolo: “Parlamento esautorato: il Governo comanda e le Camere obbediscono”.
I dati del servizio studi di Montecitorio rivelano che – dall’inizio dell’attuale legislatura (13 ottobre 2022) ad oggi – il Parlamento ha approvato 269 leggi. Il Governo Meloni ha firmato 200 di questi provvedimenti, che corrispondono al 74,3% del totale: 98 sono leggi di conversione di decreti-legge governativi e 102 disegni di legge di iniziativa ministeriale. Le proposte presentate dai parlamentari che sono riuscite a completare l’iter legislativo sono appena 65, ovvero il 24,2%. Soltanto 4 sono leggi di iniziativa popolare o mista.
È evidente che siamo in presenza di un ribaltamento delle funzioni dei poteri sancite dalla Costituzione. Il potere legislativo è per lo più esercitato dal Governo, mentre il Parlamento è spesso ridotto a mero esecutore. A confermare questa prevaricazione governativa sono i tempi dell’iter legislativo: un progetto di legge di iniziativa parlamentare richiede mediamente 384 giorni per essere approvato, mentre i testi presentati dal Governo viaggiano su una corsia preferenziale con una media di 239 giorni.
Di fatto in Italia non esiste più il bicameralismo parlamentare, perché il Governo è diventato la prima Camera. Infatti, oltre il 90% delle leggi approvate non subisce alcuna modifica nel secondo passaggio parlamentare: un dato clamoroso che riguarda 97 decreti-legge su 98 e ben 96 leggi di iniziativa governativa su 102. Il confronto tra deputati e senatori è stato sostituito da un sistema “alternato”, dove a turno una delle due Camere viene totalmente esautorata della sua funzione di revisione legislativa. «Si tratta – scrive giustamente Angelo Greco – di una violazione sostanziale dello spirito costituzionale, che richiederebbe una doppia deliberazione meditata».
A peggiorare la situazione si possono indicare due questioni: l’abuso dei decreti-legge e della questione di fiducia. La Costituzione prevede la possibilità che il Governo emani decreti-legge, ma soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art. 77 Cost.). Spesso i decreti presentati non mostrano queste caratteristiche. Inoltre, durante l’iter parlamentare subiscono un incremento del numero di commi pari al 61,9% durante la loro conversione in legge, trasformandosi in provvedimenti “omnibus”. Infine, va segnalato che 54 dei 98 decreti-legge sono stati approvati con la questione di fiducia posta dal Governo, di fatto un diktat ai parlamentari che devono ratificare le decisioni prese dal Consiglio dei Ministri.
Questa impostazione distorce la dialettica parlamentare, in particolare quando si tratta della legge di bilancio, che non è più relativa al merito delle norme in discussione, ma viene trasformata in un test di fedeltà alla coalizione di maggioranza, pena la caduta del Governo stesso.
In questo scenario, nel quale il decisionismo governativo ha sostituito la democrazia parlamentare, è opportuno ricordare il monito di Montesquieu: «Se il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell’uno e nell’altro».










