Alla Marcia nazionale per la pace di Catania, il fondatore di Libera chiede impegno concreto per riportare a casa il cittadino detenuto senza accuse.

Sono passati 411 giorni dalla scomparsa di Alberto Trentini. Un numero che pesa come una condanna senza processo. Alla Marcia nazionale per la pace di Catania, promossa dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, Luigi Ciotti rompe il silenzio e chiama le cose con il loro nome. “È rapimento la parola giusta, non possiamo parlare di arresto”, afferma il presidente di Libera e del Gruppo Abele. Trentini non è accusato di nulla, non ha commesso reati. È “a tutti gli effetti un prigioniero politico”, ostaggio di interessi che lo sovrastano.

Don Ciotti richiama lo Stato alle proprie responsabilità. “Alberto è un cittadino italiano e l’Italia deve sentirsi responsabile di riportarlo a casa”, dice dal palco. Un dovere che non può restare confinato alle dichiarazioni ufficiali. Trentini, sottolinea, è “ostaggio di una situazione geopolitica sempre più spinosa”, ma questo non assolve chi, nelle sedi internazionali, siede accanto ai potenti del mondo. La credibilità di un Paese si misura anche nella capacità di proteggere i propri cittadini.