Chi non ricorda la tentata strage di Macerata nel febbraio del 2018, quando una mattina un uomo si alza  con l’intento di ammazzare tutte le persone di pelle nera che gli passano davanti per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro (per il cui è stato condannato all’ergastolo il nigeriano Vincent Oseghale)? Qualche giorno fa Luca Traini, l’uomo che preme il grilletto ferendo sei persone, viene condannato in via definitiva dalla Cassazione.

Una notizia da titolo di cui, giustamente, tutti i media danno conto. Facendo però tutti lo stesso preoccupante errore. Non c’è infatti un solo articolo o servizio televisivo che non chiami le persone ferite da Traini “migranti” sebbene si tratti di uomini e donne di origine africana con regolare permesso di soggiorno, richiedenti asilo e lavoratori. Quello che in sostanza accomuna le vittime è il colore della pelle: tutte persone dalla pelle nera sulle quali l’uomo intendeva scaricare il proprio odio. Non dunque generici “migranti”.

Il giudice infatti nella sentenza aggiunge l’aggravante dell’odio razziale.  Che fosse solo quello a spingere la mano sul grilletto, lo dice lo stesso aggressore nelle carte dell’inchiesta. Durante i primi interrogatori Luca Traini riferisce: “tutti i neri sono spacciatori” pericolosi assassini come chi ha ucciso Pamela Mastropietro e hanno reso l’Italia più povera. Perciò “se nessuno fa nulla allora lo faccio io: li faccio fuori tutti!” Almeno così farneticava il “giustiziere bianco” che identifica l’immigrato nero con un pericoloso criminale. Un parallelismo deviante, diffuso da certe ideologie di estrema destra con il megafono di testate giornalistiche compiacenti.

Per questo è di fondamentale importanza, oggi più che mai, dare il giusto senso alle parole. Perché le parole usate male deformano la notizia, creano confusione nel lettore e, soprattutto, tolgono dignità alle persone che non sono “migranti”, ma uomini e donne: nel caso specifico uomini e donne di pelle nera.

Perché è questo che un giornalista deve fare: informare raccontando i fatti usando le parole con il loro senso. Invece il senso delle parole i giornalisti lo stanno perdendo giorno dopo giorno con gravi conseguenze per l’informazione italiana sempre più tendente alla superficialità  su temi delicati e controversi come quelli dell’integrazione e della solidarietà. E allora cominciamo a distinguere tra persona e migrante.

Migrante, come specificato nel nostro vocabolario italiano, è colui che “si sposta verso nuove sedi” per svariati motivi. E’ un soggetto indefinito identificato nel momento stesso in cui si sta muovendo. La Persona, come da vocabolario Treccani è “individuo della specie umana senza distinzione di sesso, età, condizione sociale, considerato sia come elemento a sé stante sia come facente parte di un gruppo o di una collettività”. Ecco, il giornalista oggi dovrebbe ripartire da qui: dalla persona individuo della “specie umana”. Ricordando sempre che è alle persone che indirizziamo le nostre informazioni. E sono sempre le persone che, anche attraverso le nostre informazioni, costruiscono la società e il paese in cui viviamo.

 

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