Premesse

C’è una pandemia in corso: Non si può chiacchierare in gruppo, esprimere pareri, se non fra parenti, né tenere conferenze in presenza. Non si può passare da una regione all’altra, non si può andare a sciare, ci sono vincoli ovunque. Nei mesi scorsi è stata fatta la multa ad un gruppetto che passeggiava in un bosco, perché era “fuori Comune”.

Non ho assolutamente alcuna simpatia per lo sci da discesa, per quegli orribili impianti che deturpano le montagne, per quei cannoni dell’innevamento artificiale che consumano molto di tutto, e disturbano, ma non si capisce perché le proibizioni ci sono solo per le attività sportive “amatoriali”, o di divertimento. Si vedono gli albergatori che protestano, ma subito dopo si vedono in piena azione i “mondiali” di Cortina, quelli non si fermano. Così pure, non si ferma il campionato di calcio, dove i calciatori si abbracciano tutti, esultano e si rincorrono ad ogni goal. Il sacro campionato non può fermarsi, che ci sia o no il Covid-19. Così si vede bene anche la pubblicità sulle magliette, e sugli spalti, anche se vuoti. La pubblicità è il sistema che si perpetua, è una competizione, deve continuare anche se c’è la pandemia.

Possibile che non si possa parlare di sport come divertimento, per tutti, anziché vederlo soltanto come competizione, oltre tutto carica di significati economici e commerciali?

Competizione e selezione

Forse qualcuno (o “qualcosa”) vuole salvare a tutti i costi uno dei valori fondanti di questa civiltà: la competizione, fra gli umani, fra i gruppi, fra gli Stati, e soprattutto la competizione economica, la cosiddetta “concorrenza”, quella del mercato.

Già mi sento una risposta immediata: è una cosa ovvia! La competizione è stata la “causa dell’evoluzione”, è la “molla del progresso”! Poi mi tirano fuori Darwin. Non intendo togliere assolutamente nulla al grande naturalista-filosofo inglese, al suo “Viaggio di un naturalista attorno al mondo”: i cinque anni di viaggio sul Beagle, “L’Origine delle specie”, e così via. Però il primo a teorizzare in termini occidentali l’evoluzione biologica è stato il naturalista francese Jean Baptiste de Lamarck: la sua Philosophie zoologique è del 1809, 50 anni prima della pubblicazione dell’Origine delle Specie di Darwin (1859).

Ma allora perché tutti parlano di Darwin, e nessuno di Lamarck? Darwin poneva come fondamento dell’evoluzione la “lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto”, cioè in sostanza la competizione. Lamarck poneva alla base dell’evoluzione l’ereditarietà dei caratteri acquisiti. Il fatto che questo fattore lamarckiano si sia rivelato probabilmente errato dopo gli studi successivi non toglie nulla al fatto che il primo evoluzionista occidentale completo sia stato Lamarck e non Darwin. E allora perché? Nell’Inghilterra dell’Ottocento stava nascendo la civiltà industriale, quella dove si picchiavano i bambini se non sgobbavano nelle fabbriche per una misera paga. Alla base di questo modello, che è ancora quello attuale, stava la competizione economica, vista come estensione della selezione darwiniana.

In tempi recenti, la scienziata statunitense Lynn Margulis ha posto l’accento sul fatto che per arrivare agli organismi pluricellulari è stata necessaria la cooperazione fra cellule per almeno un miliardo di anni. Forse c’era anche competizione, ma la cooperazione era decisamente preponderante. Nessuno l’ha divulgato, né messo in evidenza.

E’ noto che gli stambecchi maschi si mettono in competizione a suon di cornate per accopparsi con le femmine, quando la stagione li chiama. Cinquant’anni fa una guardia del Gran Paradiso, che aveva trascorso trent’anni fra gli stambecchi, mi disse che ogni tanto, sia pure molto raramente, una stambecca esce dal branco delle femmine, si avvicina a qualche maschio in attesa della lotta e poco dopo se ne vanno via insieme. E poi raccontano che gli altri esseri senzienti sono obbligati dal cieco istinto a seguire rigide leggi, senza scelte! Forse quella femmina pensa che sia meglio non aspettare quello scemo di vincitore che ha dato e preso cornate per ore e ore.

Anche i nostri cosiddetti pacifisti si illudono di abolire le armi e le guerre con i trattati, che sono pezzi di carta: senza toccare i fondamenti filosofici dell’Occidente non otterranno mai niente. Non sono solo le industrie delle armi, ma è tutta la civiltà industriale che si basa sulla competizione, sul mercato, sul provocare il consumo del proprio prodotto, che siano armi o altri aggeggi.

La competizione in Natura esiste, ma bisogna sminuire molto il valore che le viene attribuito in questa civiltà. La competizione è un fattore come un altro, forse meno importante di tanti altri, o del suo aspetto complementare, la cooperazione.

La serenità mentale

Per ottenere davvero la pace occorre avere la serenità mentale, non solo buttarsi nella ”lotta per la pace” che è una palese contraddizione di termini. Ma quando mai l’Occidente dà importanza alla serenità mentale? Comunque la competizione e la guerra non sono caratteristiche di tutta la specie umana, dato che circa cento culture non hanno mai fatto una guerra. Ne ricordo alcune: il popolo San (che gli Europei hanno chiamato Boscimani), gran parte degli Eschimesi e dei popoli dell’altopiano tibetano, gli Hopi, e altri. Cento culture, sulle cinquemila vissute sulla Terra: non sono molte, solo il 2%, ma sufficienti per dimostrare che le guerre non sono inevitabili, c’è chi non riesce neanche a concepirne l’esistenza.

Ho sentito dire da qualcuno che “I primitivi erano tutti contro tutti”; ma come si fa a dire idiozie simili? E spesso i documentari della TV ci hanno mostrato i Sapiens che combattevano contro i Neanderthal: ma noi abbiamo vinto, eravamo “più intelligenti”, o “più bravi”. Poi si scopre che ci portiamo addosso una percentuale significativa di geni del Neanderthal: ciò significa che formavano famiglie miste, qualche volta anche litigavano, ma niente di più. La Vita è un fenomeno unico, non c’è nessun “confine”, nessuno “stacco” interno.

Si parla sempre di lotta contro la malattia, di sconfiggere il virus, sconfiggere la povertà, personificando sempre un nemico. La guarigione diventa una vittoria contro la malattia, non una cura al malato. Si sente solo parlare di sfide da vincere.

Un mondo basato su competizione e selezione è il contrario della serenità mentale. Ma cosa interessa la serenità mentale all’Occidente? Non è certo fra i suoi valori, anzi forse è vista negativamente, perché è un valore al di fuori dei démoni dell’avere e del fare che stanno alla base di questa civiltà.

Come può trovare la pace una civiltà che dà un significato negativo all’aggettivo “imbelle” e usa il termine “guerriero” come altamente lodevole?

Quando l’Occidente è passato oltre l’Atlantico e poi ha formato gli Stati Uniti, la contrapposizione è arrivata al punto da classificare ogni umano come winner o loser, fatto che si commenta da solo. La civiltà industriale, basata sulla competizione, è fallita, come dimostra l’attuale situazione mondiale, perché è incompatibile con il Sistema Biologico Terrestre, di cui disarticola i cicli vitali.

Tutti gli Stati (o quasi), espressioni dell’Occidente, festeggiano le loro “vittorie”, ma ciò significa che qualcun altro ha perso; mentre non fa festa quando la luce è uguale al buio su tutta la Terra, o quando il Sole ha la sua massima altezza nel cielo. Ha bisogno di aver “vinto” qualcosa e in base a questo costruisce i suoi monumenti.

Come esempio, è molto triste osservare la situazione dell’Africa: l’80- 90% della Natura è stato distrutto, la popolazione umana si è moltiplicata di 50 volte dalla metà dell’Ottocento, è più facile trovare un mitra che un panino, ma neanche uno di quei mitra è stato fabbricato in Africa.

Produrre, vendere, consumare, sempre di più, anche armi: è la civiltà industriale.

La velocità

Perché questa cultura dà tanto valore alla velocità? In fondo è un valore molto strano. Correre, soprattutto arrivare primi. Forse penseranno così anche i lemmings quando corrono verso il fiordo, verso la morte: solo gli ultimi e quelli che stanno al margine si salveranno e potranno tornare indietro.

Il mondo è stato fatto per l’automobile, anche se il motore a scoppio è uno dei mezzi peggiori per muoversi (basso rendimento, scarichi pessimi con inquinanti e temperature altissime). C’è già un miliardo di auto che circolano nel mondo, con tutto l’apparato che ne consegue, fabbriche, carburante, distributori, autostrade, viadotti, ecc. ecc. Ma ve lo immaginate anche un mondo con un miliardo di auto elettriche, con tutte le loro batterie, che poi alla fine bisogna buttare, ma dove? Inoltre, l’energia “degradata” è sempre energia, e si distruggono foreste, savane, paludi, territorio. In sostanza, si distrugge la Vita. Cosa direbbe il mondo ufficiale sviluppista? Che devono crescere ancora, due miliardi è meglio…anzi, meglio ancora tre miliardi di auto. Oltre ai camion, naturalmente. Ma come si può immaginare una cosa simile? E che siano veloci, altrimenti dove sta una “sana” competizione?

In realtà, ragionando in modo sistemico, c’è una sola alternativa possibile per la mobilità: meno spostamenti, poi treno, bicicletta, gambe.

Un altro sottofondo culturale

Dal libro di Johan Galtung – Buddhismo. Una via per la pace (Gruppo Abele, 1994):

Nel buddhismo è decisamente basilare la dottrina anatta, secondo la quale non vi è alcuna anima o sé individuale e permanente. A mio modo di vedere, essa non esclude un qualcosa di impermanente e in costante mutamento che potrebbe corrispondere a un concetto occidentale di anima a livello collettivo: un’empatia collettivamente condivisa con gli altri esseri senzienti ovunque essi siano e in tutti gli spazi. Ciò che viene messo fuori gioco è la forte enfasi che l’Occidente pone sull’individualismo, e sul sé individuale come qualcosa di unico, specifico e separato, garanzia di “vita eterna”, cioè di permanenza. La dottrina anatta sicuramente non esclude un sentimento di unità transpersonale con tutti gli umani e con gli altri esseri senzienti ovunque si trovino, attraverso ogni tipo di confini (di età, genere e razza, nazione e classe) e con la Natura, e non necessariamente solo con la biosfera, nè soltanto con gli animali.        

La dottrina anatta è orientata e orienta verso un livello molto alto di empatia con ogni essere vivente del passato, del presente e del futuro, e addirittura intende l’unità come qualcosa di immanente. Ciò che è in me è in ognuno e ciò che è in ognuno è in me. “Io” sono un processo, contiguo ad altri processi – nelle menti, nei corpi e nella materia, ovunque, nel passato, nel presente e nel futuro – che mi condizionano e che io a mia volta condiziono.

Il principio anatta esclude i confini, opponendosi alla frammentazione e unendo gli individui che altrimenti possono essere contrapposti gli uni agli altri in una lotta competitiva per l’attenzione e la grazia di un Dio trascendente che ogni individuo vede a suo modo; lotta che viene trasferita su questioni molto più secolari – come il nazionalismo, il capitalismo, il socialismo – se/quando Dio comincia a svanire. Un fenomeno, questo, fin troppo ben conosciuto nel mondo “cristiano”. I comuni cristiani e altri teisti cercano l’unione a livello superiore, cioè con Dio; i buddhisti cercano di svelare una unità che è già qui con gli altri, nello spazio e nel tempo. La tradizione giudaico-cristiana può dividere. Il buddhismo, per via del principio anatta, può soltanto unire.                                  

La generale tendenza occidentale è di vedere le relazioni in modo competitivo, nella forma “io vinco, tu perdi”, o viceversa. Nel Buddhismo c’è una forte enfasi sulla possibilità di crescere insieme, ed anche di declinare insieme, per via dei legami di ogni individuo (non soltanto umano) con l’altro. Ciò che importa è la rete degli individui, più che gli individui stessi; la relazione, più che gli elementi collegati; l’intreccio, più che i nodi.  

Nel libro citato, dove si parla di cristianesimo si intende l’attuale tradizione giudaico-cristiana e non una dottrina che si ispiri all’insegnamento di Cristo, che è sostanzialmente simile al Buddhismo, e di cui nella cultura occidentale sono rimaste ben poche tracce.

Conclusioni

Coloro che dicono di volere la pace e la serenità non otterranno mai niente se non vorranno intaccare alla radice i principi fondanti della civiltà industriale: visione antropocentrica, materialismo, competizione, velocità, incremento indefinito dei beni materiali.

Obiettivi e utopie. Far sparire l’economia, non parlare più di crescita, vivere senza il denaro: se ne può fare a meno, come gran parte delle culture umane, ormai scomparse. Così potremo tornare veramente nella Natura, dove avremmo dovuto sempre restare.