Sabato 11 aprile in piazza Carignano si è riunita la 215° Presenza di Pace. L’iniziativa delle Presenze prese avvio in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ed è diventata nel tempo, un’occasione per ricordare e dire NO alle tante guerre che insanguinano il nostro pianeta.

Questo Sabato in particolare, l’attenzione è andata al di là dell’Oceano, precisamente a Cuba, dove il blocco economico, commerciale, finanziario ed energetico, imposto dal governo degli Stati Uniti da oltre sei decenni, è stato reso ancora più severo a partire da gennaio a causa dall’embargo petrolifero imposto dall’Ordine Esecutivo di Trump che impone dazi doganali a qualunque paese che fornisca petrolio all’isola caraibica.

Un embargo che come è stato giustamente gridato in piazza, è un vero e proprio atto di guerra e sta sottoponendo la popolazione cubana a condizioni di vita estremamente difficili. Cuba produce 40.000 barili di petrolio al giorno ma il suo fabbisogno si aggira sui 110.000 barili, più del doppio. Per soddisfare il proprio fabbisogno energetico necessita quindi di forniture estere. In un articolo pubblicato su Micromega, il prof. Samuel Farber, Professore emerito di Scienze politiche al Brooklyn College della City University di New York, sostiene che l’escalation degli Usa nei confronti dell’isola caraibica, di poco successiva al vergognoso intervento in Venezuela, “ha creato la situazione più difficile per Cuba dal 1° gennaio 1959, ed è molto difficile intravedere una soluzione accettabile, almeno nel breve periodo… È una situazione terribile. Le forniture di petrolio dal Venezuela erano già diminuite prima del colpo di Stato e del rapimento avvenuti il 3 gennaio per mano degli Stati Uniti. Ma ora sono completamente interrotte.”

Il governo deve razionare il carburante, destinandolo alle situazioni più delicate come gli ospedali ma gli effetti di questo ricatto si stanno facendo sentire rapidamente. L’elettricità ormai manca per la maggior parte del tempo, quasi venti ore al giorno, e le ripercussioni sulla vita quotidiana sono molteplici. I trasporti sono fermi, sia di terra che di cielo. L’approvvigionamento alimentare è in difficoltà, per cucinare spesso si devono utilizzare legna e carbone. Le pompe idriche funzionano saltuariamente così come i frigoriferi usati non solo per gli alimenti ma anche per i medicinali che, tra l’altro cominciano a scarseggiare. Il semplice paracetamolo è introvabile sugli scaffali delle farmacie di Stato, quello che si trova per altre vie è troppo costoso. Anche gli ospedali non riescono più prestare l’assistenza ordinaria ma devono concentrare le poche risorse per affrontare le situazioni d’emergenza. In “Cuba: collasso di un sistema sanitario” pubblicato nella rivista Recenti Progressi in Medicina si legge che “novantaseimila persone (quasi 1 su cento degli abitanti) – di cui 11.000 bambini – sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana sono compromessi dalla carenza di farmaci, ossigeno, anestesia e materiali di consumo”. Un vero e proprio collasso di un paese che, nonostante limitate risorse, aveva costruito una sanità eccellente, universale e gratuita, con un numero di medici pro capite molto elevato, circa 8,4 ogni mille abitanti. Personale sanitario che, al bisogno, ha operato in moltissimi paesi. Da noi arrivarono ad aiutarci quando il Covid si diffuse e, com’è stato ricordato sabato, anche negli ospedali calabresi che rischiavano la chiusura.

Mancano farmaci, mancano le cure e crescono i casi di Zika, Dengue e Chikungunya. A livello internazionale ci sono state mobilitazioni di aiuto in favore della popolazione cubana. Dal Messico sono arrivati aiuti umanitari, cibo e prodotti per l’igiene personale, non petrolio. La Cina ha inviato pannelli fotovoltaici, alcuni anche dall’Italia con il progetto dell’Agenzia di interscambio culturale ed economico con Cuba (Aicec) inserito nella campagna “Let Cuba Breathe”. Il convoglio si è unito alla Flotilla internazionale partita il 21 marzo da Cancun a cui hanno aderito 19 Paesi e oltre 50 organizzazioni di solidarietà europee e internazionali. Aiuti che rischiano però di non venir distribuiti: i beni arrivano nei porti e poi si fa fatica a distribuirli, il paese è paralizzato.

La situazione per la popolazione è veramente molto drammatica. Dopo decenni di embargo, l’uragano Melissa in autunno, lo stop alle forniture di petrolio diventa veramente lo strangolamento di un’intero paese. Le Nazioni Unite a Cuba, con la voce del coordinatore Francisco Pichon, hanno proposto un pacchetto di aiuti di emergenza da 94,1 milioni di dollari per mantenere i servizi essenziali per le persone più vulnerabili a Cuba e “salvare vite umane”. In questo pacchetto sarebbero previste anche le tanto necessarie forniture di carburante ma anche installazione di sistemi solari per ospedali, scuole e impianti di irrigazione, oltre al rafforzamento delle infrastrutture idriche. Perché con questo blocco anche la manutenzione delle infrastrutture e dei macchinari è estremamente complicata visto che è difficile trovare pezzi di ricambio e attrezzature. Al momento sembra però che i fondi recuperati per questo progetto siano meno di un terzo.