Da Barcellona a Marsiglia, da Napoli a Venezia e da diversi altri porti di tutto il Mediterraneo, le Flotille prendono il mare dirette verso Gaza. Bisogna agire, bisogna far presto. Intanto, nelle prigioni della Palestina ma anche nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene ogni giorno spogliata e bendata. La fame, con i forni che non sono in grado di produrre pane, è strutturale, mentre oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito. C’è poi la Gaza che nessuno racconta, quella dei tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze rimasti senza casa, spesso senza genitori. La tregua, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La prepotenza ha smesso da tempo di avere bisogno di qualche maschera.
La tregua in Palestina, ormai lo sappiamo, esiste solo sulla carta. La realtà palestinese si rivela, infatti, come un organismo che viene lentamente privato dell’ossigeno, basta seguire il filo rosso che unisce le celle gelide delle prigioni alle strade polverose di Gaza, dove il pane è diventato un miraggio e la cura una cosa impossibile.
Quello che emerge dalle testimonianze raccolte, tra gli altri, da il manifesto e dai rapporti di agenzie come Save the Children e Oxfam non è una crisi passeggera, ma un sistema di sofferenza metodica che ha smesso persino di cercare giustificazioni.
Il “vortice nero” delle carceri inghiotte vite come quella di Issa Al-Qarnawi, un fotografo che ha visto la propria esistenza ridursi a mesi di oscurità e privazioni, o quella di Mahmoud Al-Halabi, che a soli sedici anni è stato strappato alla sua famiglia mentre cercava semplicemente di rimediare del cibo durante la carestia.
Nelle stanze degli interrogatori e nei cortili degli ospedali trasformati in centri di detenzione, la dignità umana viene spogliata e bendata, lasciando padri come quello di Hassan Badi a cercare tracce dei propri figli tra i resti senza nome dell’ospedale Nasser. È un dolore che la madre di Mohammed definisce “un vuoto infinito”, una nostalgia che uccide lentamente nell’attesa di una notizia che il sistema di occultamento israeliano nega con deliberata crudeltà.
Fuori dalle mura delle prigioni, la violenza cambia forma ma non intensità. La fame a Gaza è diventata una minaccia strutturale: il World Food Programme documenta come la stragrande maggioranza della popolazione viva in un’insicurezza alimentare acuta, aggravata da un blocco che impedisce persino l’ingresso dei pezzi di ricambio per i generatori dei panifici. E mentre si smette di produrre pane, si smette anche di curare.
I dati di “Physicians for Human Rights” ci dicono che oltre il sessanta per cento dei farmaci oncologici è esaurito; a Gaza, avere un tumore nel 2026 significa affrontare una condanna silenziosa scritta dall’assenza di chemioterapia. Intanto, in Cisgiordania, la tragedia si espande nell’indifferenza generale, con un numero di minori rimasti senza casa che è aumentato del mille per cento, delineando i contorni di una “seconda Gaza” che nessuno sembra voler vedere.
Siamo ormai immersi in un tempo in cui la prepotenza e la forza non hanno più bisogno di maschere. La cronaca di questi giorni non è che la conferma di un mondo in cui la crudeltà vince e resta impunita, sovrana su un’umanità che ha imparato a restare indifferente a tutto. La Palestina è lasciata sola, non per una tragica fatalità, ma perché il potere ha deciso che la sofferenza dei suoi figli non ha più alcun peso sulla bilancia della storia. Davanti a questo naufragio della coscienza, resta un’unica, terribile questione aperta: “come rimanere umani?”











