Ignazio Romeo, nato a Palermo nel 1959, ha una lunga storia di studi, ricerca, scrittura e critica, alle spalle e ancora davanti a sé. Tra l’altro ha pubblicato saggi sul drammaturgo e regista Michele Perriera e sulla giornalista Giuliana Saladino, esempi imprescindibili di coscienza critica, coerenza e trasparenza politica e rigorosa tensione all’autenticità per quantɘ di noi lavorano con la penna e nel sociale.

Romeo ha scritto anche su Kafka e Bulgakov, pubblicato per le edizioni di Letizia Battaglia, grande maestra di fotografia e di impegno civile, e collabora con le riviste Segno e In Trasformazione, cattolica ma fuori dagli schemi la prima, diretta da padre Nino Fasullo, redentorista, e contro corrente anche l’altra, fondata on line nel 2012 da Piero Violante.

Sabato pomeriggio, 18 aprile, sarà presentato alla Libreria Spazio Cultura di Nicola Macaione a Palermo il suo ultimo libro, I grilli per la testa (Edizioni Lussografica, 2026), che costituisce, come si legge sulla quarta di copertina, “la naturale continuazione di Prima che passi di mente: Testi per Segno 2005-2022”, poiché raccoglie altri significativi brani usciti sia su Segno sia nel web tra il ’22 e il ’25.

Si tratta di un libricino snello, una cinquantina di pagine appena, ma intenso, impreziosito dalle illustrazioni vivaci e suggestive di Angela Fiaccabrino. È una raccolta di appunti e di spunti di riflessione, occasionali ma non troppo, perché il filo rosso che li lega si rintraccia facilmente (e ne diremo), raccolta che evoca le “bustine” di Umberto Eco o anche le “amache” di Michele Serra.

La quarta di copertina propone a volo d’uccello una rassegna dei temi principali: gli esiti della democrazia al tempo di internet, la disaffezione alla lettura (e il tradimento personale perpetrato dall’Autore verso la sua vecchia e ormai superflua enciclopedia costituisce uno dei pezzi a mio parere più incisivi), le nuove schiavitù, dai migranti ai riders, la repulsione istituzionale contro i giovani, la consacrazione del Singolo e delle categorie identitarie contro la solidarietà e la collettività, sino al pericoloso infantilismo dei leader odierni.

Viene insomma ritratto un ampio spettro di “tipi ideali”, per dirla con Weber, e così offerto uno spaccato diffuso del costume maturato – o forse meglio dire irrancidito – dagli anni Ottanta a oggi, a suon di berlusconismo, neoliberismo selvaggio, trumpismo e disumanizzazione.

Ma c’è ancora dell’altro in questo volumetto, attento, oltre tutto, ai meandri, zozzi e profumati, infangati e fioriti, inquieti e narcotizzati della nostra città odiosamata: questo piccolo zibaldone ci sollecita continuamente alla consapevolezza, esercitata con costanza dallo scrittore e richiesta al lettore quale fondamento di un’empatia necessaria, raccomandata come la misura dell’attenzione di cui parla Simone Weil o come l’esortazione del maestro buddista Tich Nath Han alla presenza a se stessi in qualunque gesto quotidiano, dalla pulizia di casa al respiro durante la meditazione camminata.

Ecco il filo rosso sotteso fra le righe, di cui più sopra si diceva: sono i rimandi mai elusi alla nostalgia dell’infanzia, ai ricordi contraddittori attraverso cui abbiamo costruito il nostro sé, ai sentimenti che preferiremmo disconoscere in noi e che invece dobbiamo affrontare, rabbia competitività superbia…

Leggendo, sembra di imbattersi in una sorta di proposta per esercizi spirituali laici. Non me ne voglia l’Autore, ma scorrendo le pagine mi sono tornati in mente due libretti, entrambi piccini, entrambi preziosi, entrambi blu con i caratteri d’oro nei titoli: l’eserciziario di Ignazio di Loyola, con la sua sfida alla pratica del silenzio e dell’autocoscienza, e il Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner.

Certo non c’è nessuna pretesa di spiritualità nelle parole di Romeo, pure le sue immagini, i suoi “piccoli idilli” (per usare un altro termine leopardiano), le sue sommesse considerazioni sono tutti incentivi alla meditazione, allo scavo interiore, ad interrogarsi smascherando la presunta banalità e ovvietà delle parole e dei giorni.

Riportiamo qui a mo’ di esempio la paginetta sulla felicità.

Della felicità nessuno ci capisce niente. Così, in generale, non mi permetterei di parlarne; ma due parole su quel che ho sperimentato di persona, e che vale soprattutto per me, forse posso dirle.

L’introvabile felicità esiste ed è possibile, e anche per periodi più lunghi di singoli attimi magici. La ricerca della felicità, però, è una sciocchezza. Di essere felice il più delle volte l’ho scoperto dopo, al passato prossimo. Insieme, ho capito che non si trattava della perfetta beatitudine: la felicità è compatibile con le contrarietà, col malumore, con le giornate di pioggia, con l’insoddisfazione e con la noia.

Riconoscerla nel presente e non solo nel passato è un miracolo di fortuna e di saggezza. È più ampia e più profonda, e nello stesso tempo meno avvertibile, dei momenti di estasi che ci regalano giornate indimenticabili o eccezionali picchi d’amore.

La felicità non si dichiara strombazzando, così come non è sempre nei momenti in cui diciamo “ti amo” che amiamo di più. Non guarisce da tutti i mali e non ci tiene su una nuvola: sono anche queste false credenze a farci ritenere infelici quando non ne avremmo ragione. Non siamo noi a doverla afferrare e stringere nel pugno; ma è lei – quando lo crede – a batterci delicatamente sulla spalla.

Soprattutto, la felicità non ci porta nel regno dell’essere, sottraendoci alla mutevolezza del mondo sublunare, e ci può dare la sua mano fraterna solo quando facciamo pace con la nostra condizione di creature piccole. Ne ho un’idea poco euforica, me ne rendo conto; ma a ciascuno il suo karma.