Comprendere l’antifascismo contemporaneo significa non solo resistenza alle dittature esplicite, ma critica radicale di tutte le forme di governo che si legittimano attraverso l’emergenza permanente e lo sfruttamento sistematico della Terra. Le crisi ambientali — il cambiamento climatico, la scarsità idrica, il collasso degli ecosistemi — vengono oggi gestite attraverso militarizzazione dei territori, sospensione delle tutele ambientali, governance tecnocratica sottratta a qualsiasi controllo democratico[I.L.]
Il fascismo non è mai stato soltanto un episodio del Novecento: è una logica del potere che si rigenera ogni volta che la crisi diventa pretesto per sospendere i diritti, silenziare il dissenso e concentrare il controllo nelle mani di pochi. Oggi quella logica si ripresenta con nuovi linguaggi e nuovi dispositivi, intrecciandosi con la crisi ecologica globale in modi che le categorie politiche classiche faticano ancora a nominare. Comprendere l’antifascismo contemporaneo significa dunque allargarne il campo teorico: non solo resistenza alle dittature esplicite, ma critica radicale di tutte le forme di governo che si legittimano attraverso l’emergenza permanente, lo sfruttamento sistematico della Terra e la produzione differenziale di morte.
Stato di eccezione: dal fascismo storico all’emergenza permanente
Giorgio Agamben ha mostrato con precisione come lo “stato di eccezione” — quella sospensione dell’ordinamento giuridico che dovrebbe essere provvisoria e straordinaria — tenda invece a diventare il paradigma ordinario del governo contemporaneo. Nel fascismo storico questa dinamica raggiunge la sua forma più brutale: la sospensione dei diritti fondamentali smette di essere un’anomalia e si istituzionalizza in sistema. La violenza non è eccezionale, è strutturale. L’eccezione non interrompe l’ordine: è l’ordine stesso. Ciò che Agamben non poteva vedere con piena nitidezza è il modo in cui, nel XXI secolo, lo stato di eccezione si estende alla dimensione ecologica. Le crisi ambientali — il cambiamento climatico, la scarsità idrica, il collasso degli ecosistemi — vengono oggi sistematicamente gestite attraverso dispositivi emergenziali: militarizzazione dei territori, sospensione delle tutele ambientali, governance tecnocratica sottratta a qualsiasi controllo democratico. Si configura così una eccezione ecologica permanente, in cui l’urgenza non è strumento di risposta alla crisi, ma tecnologia di governo. L’emergenza non risolve il problema: lo utilizza. Chi detiene il potere di dichiarare l’eccezione decide anche chi viene protetto e chi viene sacrificato. Questa asimmetria non è un difetto del sistema: ne è il meccanismo fondamentale.
Necropolitica ed estrattivismo: chi può vivere, chi deve morire
La categoria di necropolitica elaborata da Achille Mbembe consente di radicalizzare ulteriormente questa analisi. Se la biopolitica foucaultiana descriveva il potere come gestione della vita delle popolazioni, la necropolitica descrive qualcosa di più oscuro: la sovranità come capacità di decidere chi può vivere e chi deve morire. Nelle periferie globali del capitalismo fossile, questa decisione viene esercitata quotidianamente attraverso l’estrattivismo — quella modalità di accumulazione che tratta interi territori, ecosistemi e corpi come risorse da estrarre e consumare fino all’esaurimento. Il caso palestinese è, in questo senso, emblematico e insopportabile: controllo militare delle risorse idriche, frammentazione sistematica del territorio, distruzione delle infrastrutture vitali. Non si tratta soltanto di occupazione politica, ma di una sovranità ecologica eccezionale che nega a una popolazione intera il diritto di abitare la propria terra. È necropolitica applicata all’ambiente, estrattivismo come forma di guerra. Il Medio Oriente, teatro di conflitti geopolitici per il controllo delle riserve energetiche, rappresenta l’epicentro visibile di una logica che tuttavia percorre tutto il sistema globale: dalle miniere di litio in Sud America alle foreste devastate nell’Asia del Sudest, il capitalismo estrattivo lascia ovunque la stessa firma — territori svuotati, comunità distrutte, ecosistemi irrecuperabili.
Gaia contro la modernità: la Terra come soggetto politico
Bruno Latour ha posto questa crisi in una prospettiva radicalmente diversa da quella dei soli rapporti di forza tra classi o nazioni. La modernità, ha scritto, ha operato una separazione artificiale e violenta tra natura e società, trattando il mondo non-umano come sfondo inerte delle vicende umane. «Non siamo mai stati moderni», afferma Bruno Latour: quella separazione era un’illusione che ci ha permesso di agire come se le conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente fossero irrilevanti o reversibili. Oggi Gaia — non la dea benigna della tradizione new age, ma un sistema complesso, reattivo e fragile di esseri viventi e processi geofisici — ci presenta il conto. Gaia non è una metafora romantica: è una descrizione scientifica della Terra come sistema in cui le azioni umane producono retroazioni sistemiche imprevedibili e spesso catastrofiche. In questa prospettiva, l’estrattivismo appare per ciò che è: una forma di guerra condotta contro i processi vitali del pianeta. E la politica che ignora questa dimensione — che continua a trattare la crisi ecologica come un problema tecnico da affidare agli esperti anziché come una questione di giustizia e di potere — è una politica che collabora con i propri aguzzini. Come ha mostrato Jason W. Moore, il capitalismo non è mai stato separato dalla natura: ne è sempre stato una modalità di organizzazione. Ha prosperato storicamente sulla disponibilità di «natura a basso costo» — lavoro umano privo di valore, ecosistemi gratuiti, materie prime strappate senza risarcimento. La crisi attuale segnala il venir meno di queste condizioni. La fine della natura a basso costo produce crisi energetica, conflitti geopolitici per le risorse e, inevitabilmente, autoritarismi difensivi: regimi che rispondono all’instabilità sistemica con la concentrazione del potere, la repressione del dissenso ecologico e la militarizzazione delle frontiere — fisiche e sociali.
La Costituzione come argine: contro l’eccezione, per la Terra
In questo quadro, la Costituzione italiana assume un significato che va ben oltre la sua funzione giuridica ordinaria. L’articolo 3 — con il suo impegno a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza — è un dispositivo esplicitamente antinecropolitico: riconosce che la disuguaglianza strutturale è incompatibile con la democrazia. L’articolo 9, nella sua formulazione rinnovata che include la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi, rappresenta il punto di contatto tra costituzionalismo e politica terrestre nel senso di Latour: un riconoscimento che i limiti ecologici non sono esterni alla sfera dei diritti, ma ne sono la condizione di possibilità. L’articolo 11, con il ripudio della guerra, esclude dalla sovranità italiana la violenza come strumento di risoluzione dei conflitti — anche, si potrebbe aggiungere, la violenza estrattiva esercitata sui territori altrui. E la XII disposizione finale, con il divieto esplicito di riorganizzazione del disciolto partito fascista, non è una norma puramente commemorativa: è una scelta di campo che deve essere continuamente attualizzata, perché il fascismo non ritorna sempre con la stessa faccia.
Un antifascismo per il tempo di Gaia
L’antifascismo del XXI secolo non può limitarsi alla memoria storica — per quanto quella memoria rimanga imprescindibile e urgente. Deve essere, al tempo stesso, critica dello stato di eccezione permanente, opposizione alla necropolitica globale, difesa della legalità costituzionale contro la governance emergenziale e riconoscimento della Terra come soggetto di una politica radicalmente rinnovata. Significa opporsi ai regimi autoritari che usano la crisi climatica per militarizzare i territori e reprimere le comunità che resistono all’estrattivismo. Significa sostenere i movimenti che difendono le foreste, i fiumi, i ghiacciai e le popolazioni che vi abitano. Significa rifiutare la tecnocrazia dell’emergenza — quel governo degli esperti che decide nell’ombra chi viene salvato e chi viene abbandonato. Significa, infine, costruire una democrazia planetaria capace di includere l’ecosistema Terra nella sua sfera di responsabilità. Il fascismo ha sempre prosperato sul binomio eccezione-sacrificio: sospendo l’ordine per salvare la comunità, e per salvarla devo decidere chi ne fa parte e chi ne è escluso. Oggi quella logica si riproduce su scala globale attraverso il capitalismo estrattivo e i suoi autoritarismi difensivi. Resistere a questa logica — con la stessa determinazione con cui i partigiani resistettero all’occupazione nazifascista — è il compito politico più urgente del nostro tempo. Non perché il presente sia identico al passato, ma perché ne eredita le strutture profonde. Gaia non perdona le eccezioni: e neppure la democrazia dovrebbe farlo.












