È partita domenica 26 aprile, dal porto siciliano di Augusta la seconda missione della Global Sumud Flotilla (GSF), l’esercito pacifico di barche che tenterà ancora una volta di rompere l’assedio a Gaza, imporre un corridoio di aiuti umanitario e riportare l’attenzione internazionale sul genocidio tuttora in corso nella Striscia. Nonostante le difficili condizioni imposte dal conflitto regionale in Medio Oriente, la missione è più imponente della precedente: se in ottobre Tel Aviv aveva dovuto faticare per bloccare una quarantina di barche – che avevano anche contribuito a scatenare forti mobilitazioni in tutto il mondo – nelle prossime settimane dovrà vedersela con forse il doppio delle navi. Inoltre, vi sarà anche un convoglio che cercherà di arrivare al valico di Rafah via terra, per entrare nella Striscia con oltre 100 mezzi e camion di aiuti umanitari.
«Sono 60 le imbarcazioni partite», ha detto Maria Elena Delia, la referente italiana della GSF a L’Indipendente. «E se ne aggiungeranno altre dalla Grecia e dalla Tunisia. Forse si uniranno, tra qualche giorno, anche le barche delle Thousand Madleens» riporta, riferendosi a uno degli altri movimenti internazionali nato con la stessa idea: forzare l’assedio israeliano. «I motivi che ci hanno spinto a partire sono prevalentemente gli stessi dell’anno scorso: Gaza continua a essere occupata, continua ad esserci un genocidio anche se “a bassa intensità”» insiste la referente italiana. «Da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco sono stati uccisi quasi 800 palestinesi; più del 60% della Striscia è occupata dall’esercito israeliano e quasi due milioni di palestinesi sono costretti a vivere in un migliaio di tendopoli in condizioni igieniche terrificanti, con una forte mancanza di cibo, acqua, cure mediche. La pulizia etnica va avanti: l’unica cosa che è davvero cambiata è che nessuno oggi ne parla più.»
Anche per ripuntare i riflettori su Gaza la GSF ha scelto di tornare in mare, allargando la missione anche via terra. «Noi partiamo per arrivare, non partiamo pensando che verremo fermati. Non stiamo facendo una performance, così come non erano delle performance le precedenti flotille», ha continuato Delia. «Proveremo a rompere il blocco navale illegale che esiste dal 2007 e che di fatto detiene la popolazione di Gaza sotto una sorta di punizione collettiva. Partiamo anche per aprire un corridoio umanitario permanente e mettere in evidenza che le modalità di aggressione colonialista che la Palestina sta subendo da moltissimi decenni in questo momento sono trasferite al Libano e all’Iran. Siamo di fronte a un’espansione di quello che viene chiamato il “modello Gaza”: non possiamo ignorarla»
Il convoglio terrestre che si unirà alla Flotilla tra pochi giorni partirà dalla Mauritania, per attraversare il Maghreb e arrivare al Valico di Rafah, confermando la grandezza dell’impresa di questa nuova missione. 1.000 persone delle delegazioni africane partiranno con oltre 100 mezzi di cui 50 camion di aiuti umanitari, case mobili ed autoambulanze, per unirsi a circa 400 attivisti provenienti dal resto del mondo a Tripoli, in Libia, nella prima settimana di maggio. Marco Contadini, romano, sarà uno di loro. Eco-builder, anche l’anno scorso aveva preso parte alla GSF, scendendo però a Creta. «La Flotilla sfida l’assedio dal mare. Il Convoglio Terrestre lo sfida dalla terraferma», dice a L’Indipendente. «Trasporteremo aiuti umanitari, medici, infermieri, ingegneri, insegnanti, costruttori. Dalla Libia attraverseremo l’Egitto per provare a forzare il blocco a Rafah. Non sarà un viaggio facile, e avremo bisogno del supporto popolare per fare pressione sul regime egiziano,» dice.
In Italia, anche “gli equipaggi di terra” si stanno organizzando: il 12 aprile, da Nord a Sud, si sono svolte assemblee regionali con l’obiettivo di sostenere le Flotille e rilanciare una mobilitazione popolare e internazionale contro il genocidio, l’occupazione e la complicità politica ed economica con Israele.
Ma la GSF parte non senza difficoltà: l’attenzione mediatica è scarsa e, a differenza dello scorso autunno, si porta dietro pochi personaggi riconosciuti e politici. Inoltre, a causa della situazione geopolitica, il futuro è ancora più incerto. Le critiche arrivano anche dall’interno: è Francesca Albanese che pochi giorni fa, proprio al Congresso della Sumud, ha fatto un duro intervento contro quello che, a suo parere, la GSF rischiava di diventare, ma rilanciando anche quelli che secondo lei sono obiettivi chiari che il movimento dovrebbe avere. «Voi siete un movimento, ma un movimento, senza direzione è caos,» ha detto, parlando anche del rischio di “istituzionalizzazione”. «Un movimento deve essere effettivo. Io non sono contro all’essere “performativi”. È buono esserlo. Ma le performance, da sole, non sono sufficienti».
La relatrice speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati rimette il punto sugli obiettivi: «Spero che non siate qui a parlare di “diritti”. È chiaro che i palestinesi hanno diritti. Ed è chiaro che gli Stati membri hanno obbligazioni e le imprese hanno obbligazioni di non commerciare e di non aiutare uno Stato che sta commettendo un genocidio. Quindi le vostre azioni devono essere dirette per finire completamente queste complicità». E ha specificato: «Dobbiamo interrompere le infrastrutture materiali che sostengono il sistema in maniera coordinata. Sumud non è solo “stare”. Ma è “stare” in forma efficace».
Alle critiche della referente speciale ONU, Delia risponde con un ringraziamento. «Siamo grati a Francesca Albanese per tutto quello che ha fatto e continua a fare per la Palestina», ha detto a L’Indipendente. «Noi accogliamo le critiche; abbiamo però fatto le nostre valutazioni, dal punto di vista di attivisti politici e militanti. E noi pensiamo che, contrariamente a quello che è stato detto, la Flotilla l’anno scorso ha ottenuto molti risultati, anche se non siamo arrivati a Gaza. È vero che non abbiamo la certezza che ricapiti la stessa cosa. Ma come militanti sappiamo che se una cosa non provi a farla, hai già perso in partenza».











