Poco più di una settimana fa gli Stati Uniti con l’alleato Israele hanno attaccato pretestuosamente l’Iran e iniziato una guerra che non si sa quando finirà e che danni porterà all’intero pianeta. Non posso parlare a nome degli israeliani perché non sono sul posto e perché dalla cortina del regime filtrano poche informazioni, ma posso riferire che dal popolo americano si è alzato chiaro il messaggio: “Non vogliamo un’altra guerra!” Trump ha iniziato l’operazione militare con solo un 20% di sostegno popolare; buona parte del rimanente ottanta, in mille modi diversi, manifesta il proprio dissenso.

Da quando sono arrivata in California ogni giorno ho l’imbarazzo della scelta a quale gruppo unirmi. C’è chi raccoglie firme, promuove petizioni e le perora nei Comuni; c’è chi s’impegna in raccolte fondi e concerti di solidarietà; ci sono gli amici dei banner drop (striscioni calati dai cavalcavia) sulle autostrade e altri che aprono banchetti sulle spiagge e altro ancora. Oggi ho scelto di partecipare all’iniziativa dei socialisti di Long Beach contro la guerra all’Iran.

Il raduno è ai piedi di un maestoso albero secolare al Bixby Park; la giornata è tersa grazie anche a un vento gagliardo, e un poco infingardo, che da stanotte soffia potente dal deserto verso l’oceano. Nel grande spiazzo il capannello di persone non sembra molto numeroso, saremo poco più di una cinquantina, ma a volte per capire davvero la situazione bisogna saper guardare oltre le apparenze e in questo caso ascoltare.

Gli interventi al microfono si alternano per un’oretta. Dopo una decina di minuti mi rendo conto che qualcosa m’infastidisce: è il continuo strombazzare dalla strada attigua al parco, che si chiama Ocean Boulevard perché appunto costeggia questo tratto del Pacifico. Mi volto curiosa e capisco al volo che cosa sta succedendo: alcuni attivisti si sono posizionati con bandiere e cartelli sul marciapiede e gli automobilisti manifestano la loro approvazione schiacciando allegramente il clacson. Un vero concerto che ha accompagnato l’evento per l’intera durata. Se invece di stare nelle macchine fossero scesi ed entrati nel parco l’avremmo riempito tutto.

Ogni oratore ha parlato con passione e presentato i tanti conti che non tornano più nel Paese, economici innanzi tutto! Ogni parola pronunciata oggi meriterebbe di essere riportata, ma ovviamente non si può, dunque scelgo l’appello di due donne appartenenti al gruppo di familiari degli ex soldati, i “Veterans For Peace”, madre e sorella di veterani che non ci sono più. Rifiutano la guerra e non vogliono vedere i propri cari morire sul campo e nemmeno tornare a casa devastati fisicamente e psicologicamente.

Esprimono il proprio disgusto verso le parole pronunciate dal presidente per i sei militari statunitensi morti.  In prima battuta Trump ha detto: “Eh, sono cose che capitano” e proprio oggi, probabilmente dopo aver cercato di rimediare alla gaffe andando a far visita ai caduti, mentre era in volo verso Mar a Lago in una delle solite stucchevoli conferenze sul jet ha dichiarato: “I genitori di questi ragazzi sono orgogliosi dei loro figli.” E continuava a ripetere la bugia. Quale genitore desidera vedere il proprio figlio ucciso per la miseria della guerra? Ma è un illuso se crede che ripetendo la sua ignobile frase la farà diventare vera; tutto ciò che ottiene è offendere sempre più gli americani che si sono spesi in buona fede per il loro Paese.