La migrazione continua ad essere rappresentata come una questione di ordine pubblico e come una perenne emergenza e i migranti continuano ad essere visti come un problema di sicurezza, sui quali mettere in atto politiche sempre più aggressive di controllo e repressione. Nei confronti delle migrazioni si continua ad agire con la deterrenza, arrivando ad esternalizzare le frontiere e riducendo di fatto le persone a numeri da contenere e a rischi da eliminare. Eppure, i dati e le storie personali dicono ben altro. In meno di 15 anni c’è stato, per esempio, un aumento di quasi il 50% delle aziende condotte da immigrati. Con vari benefici socioeconomici per il Paese e con una evoluzione che corregge sempre più l’immagine prevalente del fenomeno- E’ quanto si sottolinea nel Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con la CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa). Si tratta di aziende che contribuiscono a rendere più innovativo e “internazionale” l’intero sistema di impresa italiano, sostenendo l’occupazione e la mobilità delle persone di origine straniera. Imprese che crescono ininterrottamente, anche in contesti economici sfavorevoli. Il Rapporto parla di “dinamismo anticiclico dell’imprenditorialità immigrata”: tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9%, quelle condotte da stranieri sono aumentate del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767 unità, nonostante gli strascichi della crisi del 2008, la pandemia, i conflitti e le relative tensioni energetiche. Così, alla fine del 2024 esse rappresentano un nono (11,3%) di tutte le attività indipendenti del Paese (vs il 7,4% del 2011). E la ricerca avverte che ci sono ampi spazi di ulteriore crescita in futuro. Uno di questi è la ancora relativamente bassa incidenza dei lavoratori indipendenti sul totale degli occupati immigrati: solo il 12,9% contro il 20,9% tra i nati in Italia (un’incidenza, questa, tra le più alte in Europa). Un altro segnale di quel “dinamismo” è poi la capacità di generare occupazione, a sua volta “passibile di ampie possibilità di miglioramento. In Italia il 27,0% degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, un dato vicino alla media europea (28,6%), ma distante da quello registrato tra i nativi (33,9%)”.

Il Rapporto sfata numerosi stereotipi. Il primo riguarda proprio il personale delle imprese immigrate. È vero che le ditte individuali rappresentano ancora la maggioranza delle imprese condotte da persone nate all’estero (72,4%); tuttavia, soprattutto nell’ultimo quadriennio, si è verificata una “incisiva transizione verso forme societarie più strutturate. Le società di capitale, già segnate dai ritmi di aumento più sostenuti nel lungo termine (+223,2% tra il 2011 e il 2024), nella fase post-pandemica si sono affermate come il principale motore dell’espansione imprenditoriale dei migranti”. Alla fine del 2024 coprono più di un quinto dell’intero tessuto di impresa immigrato (21,1%), a fronte del 9,6% del 2011. Un secondo stereotipo riguarda la durata. È vero che resta alto il turn over, e soprattutto l’incidenza sulle nuove imprese aperte nel corso dell’anno (il 25,6% nel 2024). Oggi, però, più di un terzo delle imprese immigrate (37,0%) ha alle spalle oltre 10 anni di attività, un dato che attesta la crescita di esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale. E questo è il terzo stereotipo incrinato dalle analisi del Rapporto: queste imprese sono sempre più presenti nelle catene di fornitura locali. Infatti, tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane prese in esame da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate (per un valore di oltre 3 miliardi). Una percentuale, dice il Rapporto, che “evidenzia uno scambio ancora relativamente contenuto, ma dalla valenza strutturale”. Prevale l’acquisto di manufatti (55%) e, quanto ai servizi, è da notare che i fornitori immigrati offrono meno servizi “di base” e più servizi avanzati rispetto agli autoctoni. Il 12%, inoltre, è identificabile come “strategico”. Un quarto stereotipo riguarda infine la lenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attività (specializzazioni etniche). Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5%), bangladesi (62,6%) e pakistani (46,8%), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66,0%) e romeni (55,4%) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34,0%), la manifattura (31,6%) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1%), nel tempo – e in modo accentuato negli ultimi anni – si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donne”. E se l’edilizia e il commercio restano i settori trainanti dell’imprenditoria immigrata, dopo la pandemia si sta facendo strada un numero crescente di imprese impegnate nei servizi specialistici (immobiliari +32,6%, finanziari e assicurativi +25,4% dalla fine del 2020), in attività “scientifiche e tecniche” (+18,8%) e nei cd. altri servizi (+26,0%). Una tendenza affiancata dalla inattesa flessione proprio del commercio (-6,6%) e dalla già consolidata ascesa di alberghi e ristoranti (+93,6% dal 2011). “L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano, affermano IDOS e CNA, ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese e ai processi di inclusione delle persone di origine migrante. È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi”.

Qui la sintesi del Rapporto: https://www.dossierimmigrazione.it/wp-content/uploads/2026/03/SCHEDA-RII-2025.pdf