Mi sveglio, sono le 07:00. Tra mezz’ora arriva il taxi che l’ostello mi ha prenotato per arrivare al ponte di King Hussein (confine tra Giordania e Palestina) e attraversare il confine. Mi vesto e raccolgo le poche cose rimaste nella stanza. Il viaggio in taxi dura circa quaranta minuti, giusto il tempo per controllare un’ultima volta il telefono (non dev’esserci nessuna traccia che possa fare intuire un mio sostegno alla Palestina), ripercorrere i dettagli della storia con cui cercherò di giustificare il mio ingresso e dare qualche occhiata alle colline brulle che scorrono nel finestrino. Una persona cara un giorno mi ha detto che, andando lì, avrei capito finalmente perché i sionisti quella terra la vogliono così tanto. Adesso lo capisco, è bellissima.

Scendo dal taxi e mi avvicino ai primi controlli. Nelle narici sento l’aria fredda del mattino mista a un odore pungente di sigaretta. Supero il metal detector e arrivo al controllo passaporti: cominciano le prime domande. Vogliono sapere se lavoro per una ONG, perché voglio entrare dentro Israele proprio ora, che posti intendo visitare. Mi chiedono anche il numero di telefono e se lo appuntano. Facciamo fatica a comunicare, l’ufficiale parla poco inglese e per capirci usiamo Google Translate. Mi fanno sedere nella sala di attesa senza passaporto e senza nessuna indicazione. Dopo un paio di ore mi approvano l’uscita e mi fanno salire su uno shuttle diretto per il confine israeliano. Il viaggio dura un’oretta, arriviamo alla frontiera verso le 11:00.

Entro per i controlli, ma dentro l’aria è già diversa. I controlli sono ben ritmati, l’organizzazione è chiara e in ogni sala c’è almeno una bandiera israeliana a vista. I lavori manuali sono svolti da persone arabe, nelle cabine a fare i controlli invece ci sono solo persone bianche. Anche questa volta supero il metal detector e mi dirigo al controllo passaporti per le domande di routine. L’operatore è molto gentile, ha un ottimo inglese e ride alle mie battute. Mi chiede dei miei programmi, vuole sapere che lavoro faccio e dove e perché io stia viaggiando da sola. Mi ringrazia e mi invita a sedermi. Aspetto di nuovo senza documenti e senza nessuna indicazione, finché non arriva un operatore della sicurezza italo-israeliano. Mi saluta in italiano e mi chiede di seguirlo.

Mi porta in una stanza a isolata dove mi chiede di lasciare la borsa e lo zaino, poi ci dirigiamo verso il suo ufficio. Siamo solo io e lui, mi offre un bicchiere d’acqua. Ci prepariamo al primo interrogatorio. Mi chiede perché voglio entrare in Israele, perché proprio ora che l’Iran potrebbe attaccare da un giorno all’altro. Mi chiede di mostrargli la prenotazione dell’ostello, l’itinerario che ho in programma di seguire, quando e come tornerò a casa. Poi mi fa domande più personali, vuole sapere di più sul mio lavoro, sui miei studi, sulle mie attività di volontariato, sul mio posizionamento politico (cosa so su Israele, cosa ne penso del 7 ottobre). Mi raccomanda di non mentire, perché loro sono aperti anche a idee politiche differenti. Vuole sapere se ho partecipato alle grandi mobilitazioni che ci sono state negli ultimi mesi, se ho dei contatti in Israele e in Palestina. Cerco di rispondere a ogni domanda senza tradire la mia storia. Poi mi controlla il telefono, apre WhatsApp, legge i messaggi, nella barra di ricerca digita “Palestina” e “Gaza”, cerca se c’è qualche numero palestinese salvato in rubrica, scorre le immagini in galleria, apre i social.

Dopo circa un’oretta di interrogatorio mi lascia uscire. Aspetto ancora una mezz’ora fuori dal suo ufficio e poi mi richiama. Comincia la seconda parte dell’interrogatorio, ma questa volta i toni sono cambiati. Inizia ad urlarmi contro: “sei una bugiarda e io i bugiardi non li faccio entrare nel mio paese”. Dice che lui sa che sono qui per fare resistenza ai coloni e sa che ho dei contatti in Israele e in Palestina, vuole solo sapere queste persone chi sono. Mi guarda con disprezzo, sa tutto delle manifestazioni. Mi chiede con che coraggio una persona bugiarda come me possa pensare di fare del bene. Mi minaccia, dice che riferirà tutto alle autorità italiane. Continua ad urlarmi contro, al ché gli dico che in quella stanza non mi sento più al sicuro. “Neanche io mi sento al sicuro” mi risponde, sminuendo il mio disagio. Rifà le stesse domande, vuole delle informazioni, io continuo a negare tutto.

Mi fa uscire e mi rimanda nella sala di attesa, ritorno nello stesso limbo. Attendo altre due ore, finché non arriva un altro uomo che mi invita a seguirlo. Entriamo nell’ufficio del Ministero degli Interni e inizia il secondo interrogatorio. Vuole sapere perché io abbia mentito al suo collega. Io ripeto la mia storia, lui ripete le stesse domande. Mi dice che sa che voglio andare a fare interposizione in Cisgiordania, vuole sapere con chi sono in contatto. “Allora tornatene da dove sei venuta” mi dice in ultimo e mi fa riaccompagnare nella sala di attesa. Provo a chiedere spiegazioni e mi dicono di attendere, chiedo di riavere i documenti e mi dicono che a breve li riavrò.

Passano altre due ore e intanto vedo gli ufficiali riconsegnare i documenti alle persone sedute vicino a me: alcuni entrano, altri non superano il confine. Le persone lasciano la stanza una ad una e gli impiegati cominciano a chiudere le sale per l’inizio dello Shabbat. Provo una rabbia che poche volte ho provato nella vita, quel tipo di rabbia che non trova via di sfogo perché alimentata dall’impotenza e allora si attorciglia su se stessa. Potrei mettermi ad urlare, lanciare lo zaino, spaccare le sedie, e non cambierebbe nulla: hanno deciso che non entrerò, l’hanno deciso fin dal primo momento, e non c’è niente che io possa dire o fare per fargli cambiare idea. Gli interrogatori, l’attesa, l’andare e venire per quei corridori bianchi tutti uguali se non fosse per qualche stella di David blu a scandire gli spazi, erano solo un pro forma. Un meccanismo di disciplinamento per ricordarmi che, in questo sistema, sono loro a disporre del mio corpo, a scandire il mio tempo, a decidere se posso o non posso entrare e non ci sono regole di cui devono rispondere, perché sono loro a deciderle. Non c’è una logica che permetta di anticipare le loro mosse, è tutto arbitrario, soggiogato a un caso apparente che è controllo e dominio: l’imprevedibilità non permette di anticipare vie di fuga. Vado in bagno, sul gabinetto è incollato un adesivo “Si prega di rispettare l’ordine e la pulizia”. Lo stacco e lo butto nel cestino, per un attimo mi sembra di sentirmi di nuovo umana.

Sono ormai le 17:30 e lo stesso ufficiale che mi ha fatto il secondo interrogatorio chiama finalmente il mio nome. Mi consegna un foglio su cui è scritto che l’ingresso è stato rifiutato, motivo: prevenzione dell’immigrazione illegale. Chiedo perché e lui mi risponde “perché lo decido io”. Leggo il documento più e più e volte. Dopo essere stata trattenuta e spostata qua e là come un oggetto da poco, voglio che siano loro per una volta ad attendere. Un uomo mi riaccompagna allo shuttle verso la frontiera giordana. Dopo un paio di ore mi ritrovo di nuovo ad Amman. Fumo una shisha con il rumore della città di sottofondo, neanche dodici ore dopo si sarebbero sentite le sirene, poco dopo le prime esplosioni. Neanche dodici ore e Israele avrebbe bombardato l’Iran, ma non lo sapevo ancora.

Ludovica

Nota: omettiamo per motivi di sicurezza il nome completo dell’autrice di questa testimonianza