Roma ha risposto con forza e partecipazione alla chiamata antifascista per ricordare Valerio Verbano in occasione del 46° anniversario della sua morte.  Sabato 21 febbraio migliaia di persone hanno attraversato le strade dei quartieri di Tufello e Montesacro. Non una celebrazione rituale, ma un corteo composto da giovani, studenti, lavoratori, realtà sociali, volti nuovi e compagni di tante stagioni di lotta. Una piazza densa, determinata, consapevole che ricordare Valerio Verbano significa parlare dell’oggi.

La presenza dei genitori di Maja T., l’attivista antifascista condannata in Ungheria per aver contestato un raduno neonazista, ha dato al corteo un respiro europeo. Non è stato un elemento accessorio. È il segno che l’antifascismo non è un fatto locale, ma una questione che attraversa il continente, in una fase in cui in molti Paesi occidentali si restringono gli spazi di dissenso e si normalizzano pratiche repressive contro chi si oppone all’estrema destra e alle politiche di guerra.

Valerio fu assassinato il 22 febbraio 1980 nella sua casa, davanti ai genitori, da un commando neofascista. Aveva diciannove anni. Pagò con la vita il suo lavoro di inchiesta sui gruppi dell’estrema destra romana e sui loro legami opachi con apparati dello Stato. La sua morte si colloca dentro una stagione segnata dalla strategia della tensione, quando la violenza nera non fu un fenomeno isolato, ma parte di un tentativo più ampio di colpire i movimenti sociali e di “normalizzare” un Paese attraversato da conflitti operai, studenteschi e popolari.

Chi pensa che quella stagione sia soltanto materia per libri di storia non coglie il punto. Le forme cambiano, i contesti mutano, ma la dinamica profonda – guerra all’esterno, compressione della democrazia all’interno – si ripresenta. Oggi assistiamo a un riarmo accelerato, alla costruzione di un’economia di guerra, a un linguaggio politico che rende strutturale il conflitto militare come orizzonte permanente. Parallelamente si inaspriscono le norme contro il dissenso, si colpiscono le mobilitazioni sociali, si tenta di restringere il diritto di sciopero e di protesta.

Non è un caso. Quando si prepara un Paese alla guerra, si prepara anche il terreno interno. La retorica dell’emergenza diventa il dispositivo attraverso cui si giustificano limitazioni delle libertà. La sicurezza viene contrapposta ai diritti. Il conflitto sociale viene descritto come minaccia. È un processo che attraversa l’Italia, ma anche l’Europa e gli Stati Uniti, dove le mobilitazioni contro il riarmo e contro le politiche autoritarie stanno crescendo proprio perché cresce la percezione di una deriva comune.

In Italia questo quadro assume un significato particolare. Il governo è guidato da una forza politica che affonda le proprie radici nella tradizione del Movimento Sociale Italiano, che fu erede diretto del neofascismo del dopoguerra. Non è una polemica identitaria, è un dato storico. E in una fase di guerra diffusa e di restrizione degli spazi democratici, questo dato pesa. La memoria antifascista non può essere ridotta a retorica istituzionale mentre si accetta la normalizzazione di politiche securitarie e di riarmo.

Il corteo di ieri ha avuto il merito di tenere insieme i fili: la storia di Valerio, la solidarietà internazionale, la critica alla guerra, la difesa delle libertà costituzionali. Non c’era nostalgia, ma consapevolezza. Non c’era soltanto rabbia, ma volontà di costruzione.

Il 28 marzo sarà una tappa ulteriore di questo percorso. Una mobilitazione contro la guerra e contro la riduzione degli spazi di democrazia che si inserisce in un quadro più ampio di iniziative in diverse città europee, britanniche e statunitensi. Non una somma di proteste isolate, ma l’emergere di un fronte che riconosce il nesso profondo tra economia di guerra e autoritarismo interno. Tra militarizzazione delle politiche pubbliche e compressione dei diritti sociali.

Ricordare Valerio Verbano, allora, significa assumere una posizione netta. Significa affermare che l’antifascismo oggi è opposizione alla guerra, è difesa della Costituzione, è lotta contro ogni tentativo di criminalizzare il conflitto sociale. Significa dire che la democrazia non si difende con le dichiarazioni di principio, ma praticandola nei territori, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle piazze.

La storia di Valerio non appartiene solo alla sua famiglia o a una generazione. Appartiene a una città e a un Paese che hanno conosciuto cosa significa lasciare spazio alla violenza politica e alla tentazione autoritaria. Per questo ieri la piazza non guardava indietro con malinconia, ma avanti con determinazione.

“Valerio vive” non è uno slogan. È una scelta. È la decisione di non accettare che guerra e restringimento delle libertà diventino l’orizzonte normale dell’Occidente. È la consapevolezza che memoria e conflitto democratico sono inseparabili. E che ogni volta che si scende in piazza per la pace, per i diritti, contro il fascismo vecchio e nuovo, quella storia continua.