Un gruppo di cittadini e cittadine milanesi, in buona parte attivisti “da una vita”, si è compattato intorno alla denuncia del genocidio a Gaza e a sostegno della sua resistenza. Subito dopo il 7 ottobre, alcuni amici e amici di amici hanno iniziato a organizzarsi, scegliendo forme di comunicazione che attirassero e colpissero l’immaginazione dei passanti, che spesso sentono lontano quello che avviene, smuovendone le coscienze intorpidite e trasmettendo loro emozioni: flash mob per strada, azioni dentro la Scala, il Duomo, davanti ai consolati, nel difficile tentativo di rompere il silenzio, di “fare notizia”. Forme di protesta con linguaggi capaci di uscire da schemi preconfezionati, che coinvolgessero uomini e donne di ogni età, diverse origini e formazioni. Queste azioni hanno progressivamente coinvolto più persone che coglievano come mezzi e fini coincidessero. Era ed è sicuramente anche una forma di reazione alla nostra angoscia, rabbia, drammatico senso di impotenza, che ci ha accompagnato in questo periodo in cui le immagini e le notizie hanno superato l’immaginabile.

Nel giugno scorso in poco tempo si è deciso di iniziare una protesta quotidiana in piazza Duomo. La forma e le poche regole si sono definite velocemente: un’ora, dalle 18 alle 19, in silenzio, fermi a tre metri di distanza, in una lunga fila, con cartelli appesi al collo, con brevi versi di poesie, spesso palestinesi, tradotti anche in inglese. Si è cominciato in una dozzina, con l’intenzione di verificarne l’efficacia e la possibilità di continuare. In breve: il gruppo è cresciuto, in un caldo che la piazza, un’enorme bistecchiera senza un filo di ombra, moltiplicava.

Non solo si è superata l’estate e non era affatto scontato, ma si è cresciuti molto. A fine agosto si sono toccate punte di 150/170 persone. Da una le file sono diventate quattro e anche cinque. I grandi media hanno continuato e continuano ad ignorarci, segno che forse questa azione ha senso, disturba. Si è andati avanti. Nel frattempo, molti di noi che partecipavano anche alle tante iniziative svolte in città, hanno diffuso l’azione, la rete si è infittita e i contatti sono cresciuti.

Molte le serate in cui con delle grandi lettere su stoffa si sono composte scritte in sostegno alla Flotilla, a Francesca Albanese, per la liberazione dell’Imam di Torino e di Marwan Barghouti. Nel periodo della Flotilla si è costruita un’enorme vela alta 6 metri che ci ha accompagnato ovunque andassimo. Ad ottobre, quando ci sono stati quei finti accordi, non avemmo dubbi: saremmo andati avanti, a maggior ragione dal momento che si temeva che sarebbe calata l’attenzione del mondo (cosa poi avvenuta). Il 18 ottobre, in una piazza vicina, sotto una targa che ricorda i partigiani e la Resistenza in questa città, abbiamo letto i nomi dei bimbi morti dal 7 ottobre: i 16 bimbi israeliani e i 20.000 bimbi palestinesi uccisi. Non sono bastate 16 ore filate, abbiamo dovuto continuare durante la nostra ora quotidiana per altri 20 giorni. Presto vorremmo leggere i nomi dei sanitari uccisi e, nomi più difficili da rintracciare, quelli dei 10mila prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Il 27 ottobre sono stati con noi dei giovani palestinesi che hanno eseguito una loro danza tipica, la Dakba, in una piazza incantata.

Intanto il freddo ha cominciato a farsi sentire, ma si va avanti. Nei giorni di maltempo ci si posiziona lungo un colonnato a fianco alla piazza. Quotidianamente si è tra le 40 e le 50 persone e vengono comunque formate sempre due file. La compostezza del gruppo è cresciuta, così l’affiatamento, la sintonia, l’affetto.

Qualcuno al termine porta una torta, dei biscotti, del the o del vin brulè. La notte di Natale si è stati sotto la pioggia, in mezzo alla piazza, dalle 22.30 a mezzanotte nella speranza, vana, di intercettare e coinvolgere i fedeli che uscivano dalla messa.

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, insieme a Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista siamo stati in piazza e alla fine abbiamo composto l’enorme scritta: “MAI PIU’ PER NESSUN POPOLO”.

Negli ultimi tempi, con nostra grande gioia, in altre città, grandi e piccole questo tipo di azione è stata ripresa: Palermo, Modica, Legnago, ma soprattutto Cagliari, che da oltre tre mesi vede una folta partecipazione a un vivacissimo presidio quotidiano in piazza Jenne, dalle 18.30 alle 20.

Lungo gli oltre sette mesi di presenza in piazza Duomo le provocazioni e gli insulti non sono mancati, ma si è deciso di non reagire; questa forma di risposta è stata importante e ha funzionato.

In tutto questo periodo ci sono state scattate migliaia di foto e video. Tantissime persone, turisti e non, si sono avvicinate, dimostrando il loro appoggio, la stima e il riconoscimento per quello che si faceva. Alcune hanno voluto un cartello e si sono unite a noi per quel giorno. In estate ci hanno portato acqua, in inverno the e castagne, a volte rose rosse. Molti si sono commossi e hanno pianto, abbracciandoci. Persone che spesso venivano da zone non lontane da quel genocidio.

Andiamo avanti; in diversi ci chiedono: “Fino a quando?” Non lo sappiamo. Intanto nei prossimi giorni ci sarà da superare lo scoglio di queste vergognose Olimpiadi. La nostra azione rimane un “basso continuo”, un filo di ossigeno, di fronte alla follia che avanza. Il genocidio a Gaza è la vetta, la sintesi, di un mondo dove morte, distruzione, infelicità vengono seminati a man bassa.

La domanda di fondo è una: “Perché?” E subito dopo la classica: “Che fare?” Non sapendo esattamente rispondere né all’una né all’altra, continuiamo a essere presenti in piazza. La goccia nel mare, la nostra voce scritta per chi voce non ha più, credendo però fermamente di trovarci dalla parte giusta della storia.

Ringraziamo di cuore chi dà spazio a questo articolo, dato che i mezzi di informazione e diffusione indipendenti assomigliano sempre più a delle fionde contro i carri armati. E presto dovremo fare i conti con nuove leggi che renderanno difficile qualsiasi forma di dissenso, opposizione, manifestazione. Coraggio, resistiamo.