Giorgia Meloni oggi e domani sarà in Etiopia per due eventi che rappresentano una sorta di messa a punto della strategia italiana in Africa che va sotto il nome di Piano Mattei. Oggi parteciperà al secondo vertice Italia-Africa, mentre domani prenderà parte alla riunione plenaria della Assemblea dei Capi di Stato e di governo dell’Unione Africana.
Il Piano Mattei, pur non avendo progetti specifici sull’immigrazione, ha l’ambizione di realizzare in diversi Paesi africani investimenti che creino le condizioni affinché le persone restino nel luogo in cui sono nate. Ma per questo obiettivo occorrerebbero risorse di gran lunga superiori rispetto a quelle che l’Italia mette in campo.
I fondi a disposizione, in un arco di tempo di quattro anni, assommano a 5,5 miliardi di euro, ma non si tratta di nuovo denaro perché proviene da capitoli di bilancio già esistenti, come il Fondo italiano per il Clima e il Fondo per la Cooperazione internazionale. In pratica è cambiata solo la destinazione.
Diversi sono i settori di intervento, ma quello sul quale si concentra una particolare attenzione è l’energia. La presunta generosità del governo italiano è in realtà alquanto pelosa perché in molti casi è più che evidente l’interesse del colosso energetico italiano, quell’Eni dal cui fondatore il Piano prende il nome.
Così la Costa d’Avorio, dove l’Eni ha avviato la produzione nel giacimento offshore di Baleine, promette di essere una buona fonte di petrolio e gas. Non è un caso che quella ivoriana rappresenti la prima nazionalità di migranti irregolari che arrivano in Italia.
Ci sono poi il Congo e il Mozambico. Il governo italiano ha con la Repubblica del Congo un accordo triennale per importare gas liquefatto per un quantitativo pari a 4,5 miliardi di metri cubi e qui il Piano Mattei prevede interventi complementari al programma Hinda dell’Eni.
Anche il Mozambico si presenta come una realtà molto promettente per la sua abbondanza di gas, dal momento che recenti scoperte ne fanno il terzo Paese africano per riserve di metano.
Il Paese in cui Giulio Regeni è stato assassinato, l’Egitto, è a sua volta oggetto di particolari cure da parte del gruppo Eni, intento ad estrarvi metano dal giacimento offshore di Zohr.
Ma lo Stato con il quale il governo Meloni, dietro l’accorta regia dell’AD di Eni Claudio Descalzi, ha i rapporti più solidi è l’Algeria che, dopo la chiusura delle importazioni dalla Russia, è diventato il principale fornitore di metano dell’Italia.
Ma, guarda caso, l’Algeria è uno dei Paesi africani che ha i più stretti legami di cooperazione economica con la Russia. E una quota consistente degli investimenti algerini è indirizzata all’acquisto di armamenti e tecnologia militare russa. Pertanto, il denaro con cui il nostro Paese paga il gas algerino prende la direzione di Mosca alla quale continuiamo ad applicare sanzioni.
Certo, l’intervento dell’Italia in Africa non ha nulla a che vedere con il colonialismo truce del regime fascista, che proprio in Etiopia si è reso responsabile di stragi orrende per le quali nessuno ha mai pagato. Ma non si dica che le poche risorse che il nostro Paese mette a disposizione non siano ben ripagate. L’istinto predatorio si è fatto più sofisticato, ma alla fine sono sempre le grandi compagnie del fossile, e non i governi, che conducono il gioco.










