In un precedente articolo – pubblicato nell’aprile 2024 – che scrissi per Invictapalestina, criticai l’intervista che la grande storica, intellettuale, nonchè figlia del grande Vittorio, Anna Foa aveva rilasciato a La Stampa il 27 marzo 2024.
La mia era una critica sofferta ad Anna Foa, perchè nutro una sincera e profonda stima quanto sincero e profondo rispetto per la professoressa per la sua estrema umiltà, per il suo modo di porsi e per il lavoro che lei ha condotto e continua a condurre in modo serio in nome della verità storica.
Sono cresciuto ascoltando i suoi interventi su Rai Storia e Rai3 sul pensiero di Hannah Arendt, sul Processo Eichmann, sulla storia degli ebrei italiani ed europei, sulla storia dell’antisemitismo. Sono cresciuto con l’idea che Anna Foa – insieme a Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Franco Cardini, Angelo D’Orsi, Silvia Insalvatici e molti altri – sia un’auctoritas incriticabile della cultura italiana contemporanea: una persona che, quando parla, serve solamente ascolto.
Purtroppo quell’intervista aveva smosso in me un profondo senso di ingiustizia: i suoi contenuti si erano palesati come uno dei tanti esempi di quella dominante “retorica equidistante”, fatta propria da molti intellettuali europei e israeliani anche di sinistra, sulla questione palestinese. Un’intervista intrisa di indulgenza, che sembrava quasi volta a giustificare Israele non tanto parteggiando per esso, ma piuttosto per sfiorarlo con il cerchiobottismo: dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte senza scomodare nessuno.
In quell’intervista Anna Foa ha fatto ciò che facevano tutti, ovvero criticare il governo di Netanyahu, condannare strenuamente il movimento “terrorista” di Hamas e rifiutare di usare la parola “genocidio”: il classico modus operandi che ha esemplificato l’equidistanza sul tema in questi ultimi tre anni.
Nell’intervista a La Stampa Anna Foa affermava che comunque non tutta la società israeliana è pro-Netanyahu e il mondo della cultura israeliana era “un antidoto all’occupazione coloniale” dei territori palestinesi da parte di Israele. Questa affermazione si presentava problematica perché, se è vero che molti intellettuali israeliani di sinistra sono anti-sionisti e critici del governo Netanyahu, è anche vero che molti intellettuali israeliani critici del governo Netanyahu sono sionisti liberali che per quanto critici delle politiche ventennali di premier israeliano sui territori palestinesi, continuano a sostenere il diritto di Israele a difendersi contro la “barbarie palestinese” e avrebbero la presunzione di moralizzare la popolazione palestinese, decidendo per loro quali siano le migliori modalità per esprimere la loro resistenza o il “democratico dissenso”. Presunzione abbastanza ardua poiché, prima di esercitare “democratico dissenso”, si deve vivere in una democrazia: cosa che Israele non è, essendo a tutti gli effetti un’aspirante etnocrazia.
La Foa utilizzava l’espressione “reazione spropositata” per definire l’escalation militare israeliana come una risposta degli attacchi palestinesi, dimenticando che la repressione sionista sul popola palestinese è stata inaugurato prima della Nakba del 1948 ed è continuata fino ai giorni nostri. Disse: “(…) bisogna capire cosa sta succedendo nei nostri atenei.” – rispondendosi – “C’entra sicuramente la reazione spropositata di Israele a Gaza, un tunnel dal quale pare non si riesca ad uscire”.
Foa citava tra gli intellettuali “antidoto all’occupazione” anche David Grossman, tra i più importanti e interessanti scrittori israeliani di fama mondiale. Un esempio bizzarro perché Grossman è da sempre un personaggio controverso per quanto riguarda la questione palestinese e non è mai stato un grande critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania come si continua a pensare. Le sue dichiarazioni in questi due anni non hanno mai rimbombato per importanza e presa di posizione ferrea contro il genocidio.
Era il 3 aprile 2024 quando segnalavo questa situazione, che oggi sembra ribaltarsi, ma solo apparentemente. Grossman, ai primi d’agosto 2025, ha dichiarato ha dichiarato: “A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo. (…) Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare questa parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso trattenermi dall’usarla”.
Se uno personaggio controverso come Grossman iniziava ad utilizzare la parola “genocidio”, qualcosa stava cambiando. La “retorica dell’equidistanza” stava finalmente dimostrando la sa completa insostenibilità da parte degli intellettuali, dopo mesi di massacri, pulizie etniche e proseguimento del genocidio verso la popolazione gazawi avente come fine – come ha dichiarato recentemente Netanyahu – “l’occupazione totale di Gaza”.
Non è un caso che la stessa Anna Foa, da grande storica oltre che persona colta e intelligente – già critica del governo Netanyahu e della situazione di oppressione dei palestinesi come si può ben leggere nel suo libro “Il suicidio di Israele” – abbia subito corretto tiro dichiarando ad agosto 2025 sia a La Repubblica sia a Radio Popolare: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”; “Ha ragione Grossman, a Gaza è genocidio. Ora serve una resistenza morale”.
Queste dichiarazioni di Anna Foa, sono state per me boccate di aria fresca. Innanzitutto, mi hanno permesso di non ricredermi minimamente sulla figura di Anna Foa, di ribadire l’infinita stima e non solo: di essere un esempio vero di intellettuale, di donna di cultura e di pensiero, dimostrando la sua onestà e umiltà.
Il 19 gennaio 2026 dalle ore 16 alle ore 18, Anna Foa è intervenuta, insieme a Daniele Menozzi (storico) e a Piero Stefani (biblista), al webinar online «Antisemitismo, sionismo e antisionismo», promosso dalla rivista Il Regno, insieme alle associazioni Biblia e Abramo e pace. Tralasciando le molteplici implicazioni che sono molto divergenti dal modo di vedere il sionismo, l’antisionismo, l’antisemitismo, la storia di Israele e la resistenza palestinese – rispetto a molti altri storici ed intellettuali contemporanei -, Anna Foa ha dal minuto 31:45 parlato della parola “genocidio”:
«Io fino all’anno scorso, praticamente fino al marzo del ’25, non ho usato volentieri il termine genocidio, perché pensavo che comunque non ce ne fosse in qualche modo bisogno, perché era troppo divisivo, perché mi sembrava che non fossero abbastanza provate le intenzionalità, anche se c’erano molte affermazioni di ministri che provavano l’intenzionalità di distruggere i palestinesi, restava che erano dichiarazioni, non organizzazioni fattuali. Quando c’è stata la fame e la carestia indotta, devo dire che ho cambiato opinione. Certo, non uso il termine nel suo senso giuridico, quello più importante, anche perché prevede una sua prevenzione e quindi si usa soprattutto per prevenire il genocidio, non per definire il genocidio che c’è stato. C’è stata una conferenza nel marzo a Tel Aviv, forse, in cui due organizzazioni importanti, ONG israelo- palestinesi, una di quelle è B’Tselem, hanno detto che a questo punto accettavano la definizione di genocidio. Quando ho visto le immagini delle manifestazioni in Israele l’anno scorso con il cartello portato dai manifestanti “Stop Genocide”, allora devo dire che ho pensato che un uso politico di questo termine poteva essere fatto, e ho cominciato anch’io ad usarlo. Certo il genocidio è un termine giuridico, certo il genocidio è un termine che richiede una definizione da parte della Corte internazionale, che non è ancora stata data, ma potrebbe essere data tra molti anni, perché i suoi tempi sono lunghi. Resta un’altra cosa – ne ha già parlato il professore Menozzi – cioè il discredito in cui la vicenda israeliana ha buttato il diritto internazionale. Non soltanto la vicenda israeliana; certamente Trump ci ha messo del suo, certamente gli Stati Uniti sotto Trump ci hanno messo del loro, però Israele ha fatto tutto quello che poteva per demolire il diritto internazionale. Il diritto internazionale, ricordiamolo, che era stato creato nel dopoguerra proprio riferendosi alla Shoah e pensando che eventi come quelli della Shoah non dovevano mai più succedere, le corti internazionali. Tutto questo è stato sistematicamente considerato antisemita dal governo israeliano. In questo momento, con le sanzioni che Trump riserva ai giudici dei tribunali internazionali, siamo arrivati a un discredito, una crisi profondissima di questa istituzione. Una delle cose più importanti che fosse stata realizzata nel secondo dopoguerra, quella di creare la possibilità di colpire i criminali di guerra, i criminali contro l’umanità ovunque si trovassero, quella di legare anche da un punto di vista giuridico le violenze e i genocidi che avvenivano nel mondo con la possibilità di giudicarli, questo ormai sta crollando».
Non solo. Anna Foa è stata una delle esperte audite nelle ultime settimane di dicembre 2025 e nelle prime settimane di gennaio 2026 dalla commissione del Senato che stava trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo, ovvero il Ddl Gasparri e il Ddl Delrio (1). Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il Ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal:
“Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perchè c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.” – ha dichiarato a Il manfesto.
Anna Foa, con la sua autocritica – nata da una rilettura più complessa di quello che sta accadendo in Palestina – ci ha dato un’altra lezione degna dei veri intellettuali: cambiare idea, spostando solo leggermente l’angolazione da cui si vede un fenomeno, non è segno di debolezza (come in molti purtroppo pensano). Nella nostra società dove “avere ragione” a tutti i costi – spesso negando l’evidenza – è quasi un motto di successo, di incrollabilità, di rivalsa personale e personalistica, di anacronistica coerenza e di prepotenza; Anna Foa ci insegna che in realtà il cambiare umilmente prospettiva da cui si guarda un fenomeno implica molta forza, determinazione, una grande dose di coraggio, ma soprattutto coerenza e intelligenza. Non si cambia modo di pensare, ma di vedere le cose e quindi, aprire la mente ad altre analisi che forse possono portare ad ampliare il proprio pensiero e non per forza restringerlo.
Sicuramente, Anna Foa è figlia del suo tempo: un tempo dove la cultura politica e il dibattito politico e culturale erano centrali. Sicuramente, Anna Foa è così anche perchè è nata in una famiglia di grande livello culturale, dove la politica, la cultura, la filosofia, il pensiero erano il pane quotidiano: è figlia del grande Vittorio Foa, che è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica, della sinistra italiana e del sindacalismo italiano del Novecento.
Nelle nostre società dove l’impoverimento culturale fa da padrone, le culture war polarizzano la popolazione in modo insensato e le opinioni diventano prese di posizioni tout court incrollabili, Anna Foa ci insegna che tutto questo è un insulto al nostro cervello e all’arte di pensare e di riflettere. Ognuno può avere le proprie idee, ma ognuno di noi ha diritto a riflettere, confrontarsi, cambiare prospettiva da cui si guardano le cose non per invaghirsi di quella prospettiva (diventare incoerenti), ma solo per vestire i panni dell’altro aiutando se stessi a leggere lucidamente la realtà.
(1) Per maggiori informazioni:










