Quello che i media mainstream celebrano come il trionfo della diplomazia e il ritorno alla razionalità geopolitica è, in realtà, l’atto finale di un’operazione di ricolonizzazione chirurgica. La cosiddetta “Fase Due” dell’accordo sulla Palestina non è l’inizio di un cammino verso la liberazione, ma la formalizzazione di un protettorato gestito dal capitale internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e sulle ceneri di un martirio collettivo. Sotto la patina della stabilità e della ricostruzione, si nasconde un disegno inquietante che punta a sottrarre definitivamente al popolo palestinese il diritto inalienabile di decidere del proprio destino, consegnando le chiavi di Gaza a un direttorio di banchieri, generali e potenze imperialiste.

Il fulcro di questa operazione è il “Board of Peace”. L’idea stessa che un organismo di tale portata sia presieduto direttamente da Donald Trump chiarisce, senza margine di errore, la natura dell’operazione. La tragedia palestinese viene declassata a una transazione commerciale, un “deal” dove la giustizia è l’unica variabile esclusa dal bilancio. Questo consiglio non è un arbitro imparziale, ma un club esclusivo di interessi geopolitici che riunisce i protagonisti della normalizzazione con Israele e i finanziatori storici dell’occupazione. Vedere i nomi di amministratori delegati di fondi d’investimento globali e dirigenti della Banca Mondiale sedere accanto a monarchi del Golfo svela l’inganno primordiale: Gaza non viene liberata, viene “messa a bando”. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione, ma la realtà è la trasformazione di una terra martoriata in un’immensa zona economica speciale, un laboratorio di neoliberismo estremo dove il profitto delle multinazionali del cemento e delle tecnologie di sorveglianza peserà più della vita umana.

Mentre il Board decide le strategie dall’alto dei salotti di Washington, il controllo quotidiano della striscia viene delegato a un comitato di tecnocrati palestinesi che agiscono, di fatto, come una curatela fallimentare. Parlare di “esperti indipendenti” è l’eufemismo borghese per indicare una leadership svuotata di ogni potere politico reale, incaricata solo di amministrare la miseria, garantire i servizi minimi e assicurarsi che la rabbia degli oppressi non disturbi i flussi di capitale. Questi funzionari rispondono ai diktat del Board e non al mandato popolare. Rappresentano il braccio amministrativo di un’occupazione che ha cambiato volto, ma non sostanza. È la sostituzione della sovranità politica con la gestione manageriale, in una logica che mira a silenziare la lotta per l’autodeterminazione attraverso il ricatto del pane e degli aiuti umanitari.

A sorvegliare questa “pace dei cimiteri” interviene la Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sostituire l’uniforme dell’esercito israeliano con quella di una coalizione multinazionale non cambia la realtà di un territorio che resta un’enclave sotto assedio. Gaza rimane una prigione a cielo aperto, dove il movimento è sorvegliato da sensori stranieri e ogni velleità di resistenza viene etichettata come una minaccia alla sicurezza globale. Si esige la smilitarizzazione unilaterale della resistenza palestinese, mentre lo Stato occupante mantiene intatto il suo arsenale nucleare e convenzionale, godendo di un’impunità totale garantita proprio dai membri di quel Board che oggi si erge a giudice e garante. E’ evidente che non si possa parlare di pace quando si disarma la vittima, lasciando al carnefice il possesso delle sue armi.

Siamo di fronte a un esperimento di “bantustanizzazione” in versione digitale e finanziaria. Mentre le diplomazie discutono di valichi aperti e protocolli di intesa, il silenzio scende sulla sistematica cancellazione dei diritti storici: il diritto al ritorno dei profughi, lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e la fine del regime di apartheid. Questo accordo mira a creare una calma apparente utile solo al transito delle merci lungo i nuovi corridoi energetici regionali. La dignità di un popolo non può essere amministrata da un consiglio d’amministrazione straniero, né la libertà può essere barattata con un piano di investimenti a lungo termine.

Il paradosso della Fase Due è che essa pretende di “curare” le ferite di Gaza eliminando chiunque possa testimoniare l’ingiustizia. L’attacco alle organizzazioni internazionali indipendenti e la loro sostituzione con enti filantropici legati al Board è funzionale a questo disegno, ossia trasformare la solidarietà in uno strumento di controllo politico. Peccato che il popolo palestinese non chieda elemosine gestite da banchieri, ma giustizia e terra. Ogni dollaro investito in questa ricostruzione condizionata servirà a costruire muri più alti, telecamere più intelligenti e una dipendenza economica ancora più feroce.

Accettare questa governance significa abdicare all’idea stessa di diritto internazionale, accettando che la forza bruta e la ricchezza possano riscrivere la geografia e la storia a proprio piacimento. Il futuro della Palestina non può essere deciso nei resort del Mar Rosso o negli uffici della Casa Bianca. Finché non verrà riconosciuta la piena sovranità palestinese su ogni centimetro del territorio occupato, ogni accordo non sarà altro che una tregua armata, una sospensione temporanea del conflitto per permettere al capitale di consolidare le sue posizioni. La “Fase Due” è l’ultima maschera di un imperialismo che non sa più nascondere la propria ferocia, un tentativo disperato di normalizzare l’anormale e di rendere accettabile l’inaccettabile.

La resistenza di un popolo che da quasi un secolo lotta per la propria esistenza non si lascerà soffocare da un regolamento di conti tra potenze. La vera pace non nascerà dai tavoli del Board, ma dalle strade, dalle piazze e dalla volontà incrollabile di chi sa che esistere, in Palestina, è l’atto di resistenza più puro che ci sia. Ogni tentativo di gestire questa dignità come se fosse un asset finanziario è destinato al fallimento, perché non esiste board, generale o fondo d’investimento capace di comprare la memoria e la speranza di chi, pur vedendo la propria terra calpestata, non ha mai chinato il capo.